gina lollobrigida

La Corte d’appello di Roma ha parlato: Gina Lollobrigida avrà bisogno di un amministratore di sostegno e non poter gestire indipendentemente il suo patrimonio.

È stato dunque respinto il ricorso che l’attrice aveva presentato dopo una prima decisione, presa sempre dal Tribunale, che aveva già in precedenza fatto presente la necessità di un tutore.

I sospetti dei parenti

La tesi che Gina Lollobrigida non fosse in grado di gestire autonomamente i suoi affari e il suo patrimonio immobiliare e che fosse facilmente influenzabile, al punto di poter facilmente essere vittima di circonvenzioni, nasce nel 2013.

Ad avere tra le mani l’intero controllo del patrimonio dell’attrice sarebbe Andrea Piazzolla, suo assistente personale.

Piazzolla sarebbe già indagato per circonvenzione d’incapace: al tempo fu Javier Rigau, ex marito dell’attrice, ad accusarlo per primo di approfittarsi della donna.

La consulente: “Momenti di autentico disorientamento”

Oggi, la decisione della Corte d’Appello si basa su una relazione stesa dalla consulente Paola Cavatorta che ha definito Lollobrigida “suggestionabile” e “vulnerabile”. L’attrice non avrebbe consapevolezza, a quanto pare, né di quali siano le società che controllano il suo patrimonio, né in cosa quest’ultimo effettivamente consista. Se per quanto riguarda la sua vita artistica apparelucida e autorevole, sembra molto più confusa su tutto ciò che possono essere le incombenze quotidiane, e le sue necessità.

Addirittura la consulente parlerebbe di “momenti di autentico disorientamento spazio temporale per lo più innestati da tematiche persecutorie”.

Lollobrigida non sarebbe dunque nella posizione di poter comprendere resistenza di un problema, né riuscirebbe a percepire un’anomalia economica: “Ha fornito risposte non esaurienti, talvolta confuse, non ricordando alcun dato relativo ai ricavi, ai costi e al rendimento effettivo di dette società”.

Le dichiarazioni dei parenti

Il Corriere della Sera riporta anche le prime conclusioni a caldo dei parenti dell’attrice, che dichiarano: “Le conclusioni raggiunte dalla Corte d’appello ci ricordano che i processi si fanno nelle aule dei tribunali e non negli studi televisivi”.