Esame scientifico

C’è tanta eccitazione di fronte alla scoperta di un gruppo di scienziati italiani sull’Alzheimer. Una nuova ricerca, infatti, illustra una nuova molecola in grado di “ringiovanire” il cervello e fermare l’avanzamento dell’Alzheimer già nelle fasi precoci della malattia.

Lotta alla malattia

C’è da andarci piano. Negli ultimi anni sono stati molti i tentativi di capire il funzionamento della malattia di Alzheimer, la più comune forma di demenza degenerativa progressivamente invalidante.
Benché non si conoscano bene le cause della malattia, negli ultimi mesi ci sono state altre scoperte incoraggianti. Gli scienziati hanno infatti osservato che con l’insorgere della malattia si verifica anche l’accumulo di una certa proteina nel sangue, la beta-amiloide.

La scoperta potrebbe aiutare a scoprire l’Alzheimer già nelle primissime fasi, permettendo così di rallentarne gli effetti.
Non esiste al momento una cura per l’Alzheimer, ma ora una nuova ricerca sembra promettere altri buoni risultati.

L’anticorpo A13 e gli effetti sui topi

Tale ricerca, pubblicata sulla rivista scientifica Cell Death and Differentation, annuncia la scoperta di una nuova, promettente molecola. Questa viene chiamata Anticorpo A13 e il suo scopo è sostanzialmente stimolare la formazione di nuovi neuroni per combattere il decadimento dovuto all’accumulo di cellule staminali nel cervello, gli A-beta oligomeri responsabili dell’Alzheimer.

La nuova molecola, sperimentata finora sui topi con discreti risultati, aumenta la neurogenesi e quindi “ringiovanisce” il cervello, contrastando la malattia.

Una ricerca tutta italiana

Dietro questa scoperta c’è il team italiano della Fondazione EBRI (European Brain Research Institute) Rita Levi-Montalcini, guidata dal dottor Antonino Cattaneo. La ricerca si propone di verificare le condizioni per una sperimentazione umana della molecola. Per ora è presto: bisogna aspettare almeno un anno per verificare che i topi su cui è stava osservata la rinnovata nascita di neuroni siano effettivamente guariti.

L’utilità della scoperta

Tuttavia, come riportato anche da Repubblica, c’è molto ottimismo nelle parole degli scienziati circa le utilità della scoperta.

Da un lato – viene spiegato – dimostriamo che la diminuzione di neurogenesi anticipa i segni patologici tipici dell’Alzheimer“. Dall’altro, invece, “abbiamo anche osservato in vivo, nel cervello del topo, l’efficacia del nostro anticorpo nel neutralizzare gli A-beta oligomeri, alla base dello sviluppo della malattia“.
Uno studio promettente di cui si potranno vedere i risultati concreti solo nei prossimi anni.