meccanismo europeo di stabilità

Stiamo vivendo giorni roventi con la discussione sul Mes, il Meccanismo europeo di stabilità, alle porte. La revisione del pacchetto, che comprende il fondo per i prestiti agli Stati, promossa dall’Eurogruppo dovrebbe giungere a conclusione a dicembre 2019. Il tema è diventato acceso terreno di scontro tra maggioranza e opposizione, ma si evidenziano delle resistenze anche all’interno del governo, soprattutto in una parte del Movimento 5 Stelle e del suo capo politico Luigi Di Maio. Inizialmente la contrarietà a votare insieme agli altri Paesi europei per la revisione, concordata con l’Italia a giugno, è stata espressa dal leader della Lega Matteo Salvini.

Le obiezioni al Mes sono diverse, così come diverse le ragioni di chi lo difende. La mancanza di una visione più ampia, però, sta riducendo molto il dibattito su una questione dirimente e molto complessa.

Mes, breve storia del Fondo Salva Stati

In realtà, sul piatto delle trattative c’è il futuro volto dell’Unione Europea. Iniziamo dal principio: a seguito della crisi economica del 2008, i Paesi all’interno dell’unione monetaria hanno deciso di tutelarsi. Il crollo economico di alcuni degli Stati economicamente più deboli, in un momento di grave speculazione finanziaria, avrebbe determinato un effetto domino su tutti gli altri.

Il 2 febbraio 2012 si è stilato un Trattato Intergovernativo, con il compito di prestare soldi agli Stati in difficoltà in cambio di misure politiche. Le riforme richieste per accedere al prestito sono state concordate in un Memorandum d’intesa, stilato dalla Commissione europea, il Fondo Monetario Internazionale, la Banca centrale europea, e sono state approvate dal board del Mes, formato dai ministri delle Finanze dei Paesi dell’area euro.

Il Meccanismo europeo di stabilità, che opera al di fuori delle istituzioni comunitarie e non è incardinato negli enti dell’Unione Europea, ha un fondo di 704.8 miliardi di euro. Nel corso degli anni della crisi, il Mes è intervenuto in Grecia, Spagna e Cipro.

Il Meccanismo è stato messo più volte in discussione, specie per quanto riguarda il suo ruolo in un’ottica di un’integrazione bancaria sempre più profonda tra gli Stati europei. In questa prospettiva, il Mes è stato criticato perché è un trattato internazionale tra Stati con la stessa moneta, quindi in contraddizione con la logica di concertazione all’interno di una Unione Europea che persegue una sempre più profonda integrazione.

La revisione del Meccanismo europeo di stabilità e l’Italia

La costruzione di un’Europa più vicina in termini economici, e la perdita di ascendente delle politiche economiche di Austerity, ha portato alla richiesta di revisione del Mes così com’è. La Commissione europea nel dicembre 2017 ha proposto di integrare il Fondo Salva Stati in un Fondo Monetario Europeo, così da incardinarlo alla cornice legale dell’Unione. La proposta ha incontrato diverse resistenze, ma durante l’Euro Summit del dicembre 2018 si è arrivati alla decisione di rivedere il Trattato e in quella del giugno 2019 si è stabilito di terminare i lavori entro dicembre 2019. Si sarebbe poi passati alla ratifica di un nuovo Mes sempre tramite accordo interstatale, soluzione che ha visto il via libera dell’Italia. I vari Parlamenti nazionali avrebbero poi ratificato l’accordo internazionale, come sempre avviene.

L’accordo non ha raggiunto del tutto gli obiettivi prefissati dall’ala più europeista durante la discussione tra i Paesi che ne fanno parte. Tra chi versa i fondi, al primo posto c’è la Germania, con il 27% del contributo; la Francia con 20%; l’Italia che contribuisce per il 17%; la Spagna con l’11% e i Paesi Bassi con il 5% (seguono gli altri Stati dell’Eurozona). La riforma su cui si è discusso nei mesi scorsi è composta da 3 pacchetti differenti. Sono previsti il completamento dell’unione bancaria, cioè la garanzia dei depositi, l’Eurobudget, sistema di finanziamento delle riforme, e infine proprio il meccanismo di prestito agli Stati che ne fanno richiesta.

L’alzata di scudi di parte della politica italiana

A pochissimo dalla firma, diverse proteste si sono levate in Italia. La contrarietà al Trattato è esplosa lo scorso novembre e ha anche portato alla possibilità di chiedere una proroga alla firma. Al centro i timori espressi sui rischi legati alle stringenti misure richieste in caso di prestito, ancorate al Fiscal Compact, altro trattato firmato nel marzo 2012. Il Fiscal Compact tiene i Paesi obbligati alla regola dell’equilibrio di bilancio. Lo scontro all’interno del panorama politico italiano si è acceso: Giorgia Meloni e Matteo Salvini si sono scagliati contro, accusando il Meccanismo di danneggiare gli interessi nazionali dell’Italia.

La nuova maggioranza ha ribattuto duramente, dato che proprio l’ex governo Lega-Movimento 5 Stelle ha presentato due risoluzioni che mettono dei vincoli alla firma del nuovo trattato. In particolare, si vieta di approvare modifiche che possano “penalizzare quegli Stati membri che più hanno bisogno di riforme strutturali e di investimenti, e che minino le prerogative della Commissione europea in materia di sorveglianza fiscale“. Inoltre si impone che la riforma venga sottoposta al Parlamento. Durante la discussione a fine novembre 2019, la violenta dialettica politica ha avuto il sopravvento.

Il nodo del backstop alle crisi bancarie

Il Mes, alla fine, è rimasto più o meno uguale a se stesso, come ha riportato il ministro dell’Economia Gualtieri. “Avrebbe potuto essere molto più ambiziosa“, ha dichiarato a DiMartedì, “dotare l’Europa di un bilancio nel quadro euro. Avrebbe potuto essere molto più pericolosa, prevedendo meccanismi automatici di ristrutturazione del debito, invece si è conclusa con un sostanziale mantenimento del Mes esattamente come prima tranne nel backstop alle crisi bancarie“. Proprio questo punto è stato attaccato da Giorgia Meloni, che ha definito la riforma un modo per “salvare le banche tedesche in vista della Brexit“.

Le varie discussioni che sono seguite e proseguono tutt’ora potrebbero portare a diversi scenari. In caso di mancata ratifica da parte del Parlamento italiano, che sarebbe l’unico tra gli altri omologhi europei, la conseguenza potrebbe essere un ulteriore isolamento dell’Italia. Inoltre, in questo modo si direbbe al mondo che l’Italia teme per i suoi conti e che allo stesso tempo non è più protetta dalla rete del Salva Stati. Nel quadro europeo, il Mes segna la spaccatura tra i Paesi del Nord Europa e gli altri membri Ue. Ma se l’Italia vuole avere voce in capitolo sulla vera sfida, quella sul futuro dell’Europa, servirà molta più lungimiranza politica. E qualche alleato all’interno dell’Unione, dove si gioca una partita che riguarda tutti noi.