Qasem Soleimani

Questa notte un attacco aereo americano ha colpito un convoglio militare nei pressi dell’aeroporto internazionale di Baghdad, in Iraq. Un raid improvviso con un obiettivo preciso: il capo delle Quds Force delle Guardie della Rivoluzione, il Maggior generale Qasem Soleimani.

Chi era Qasem Soleimani

Nato nel 1957 in Iran da una famiglia di contadini, Soleimani si trasferì a 13 anni nella città di Kerman e iniziò a seguire i sermoni del predicatore itinerante Hojjat Kamyab, un protetto dell’ayatollah Khomeyni, figura centrale della Rivoluzione iraniana. Il potentissimo Khomeyni riuscì nel 1979 a prendere il potere instaurando una repubblica islamica sciita, la cui costituzione si ispirava alla shari’a, la legge coranica.

Venne quindi istituito il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (pasdaran, abbreviato in IRGC), con lo scopo di difendere e assistere i religiosi appena saliti al potere. Iniziò in quel periodo la carriera politica e militare di Qasem Soleimani.

L’inizio della carriera militare

Soleimani entrò subito nei pasdaran. Dopo aver ricoperto un ruolo fondamentale nella repressione dell’insurrezione curda del 1980, venne nominato responsabile dell’IRGC in Libano. Allo scoppio della guerra Iran – Iraq del 1980 riunì e addestrò una compagnia militare per poi unirsi al campo di battaglia.

Le sue operazioni, divise tra territori riconquistati e pesanti sconfitte, gli diedero comunque una consistente reputazione. Alla fine della guerra divenne comandante dell’IRGC nella provincia di Kerman, vicino l’Afghanistan, dove portò avanti una dura guerra al narcotraffico, divenendo una figura di spicco nel panorama militare iraniano.

Un’ascesa senza interruzioni

Durante la rivolta studentesca del 1999 a Teheran, Soleimani fu uno degli ufficiali che firmò una lettera al presidente Khatami, minacciando un colpo di stato se non fosse stata soppressa la ribellione.

Minaccia che arrivava dall’ormai comandante delle Quds Force, chiamate anche “Brigata Gerusalemme”, un’unità speciale dell’IRGC della quale aveva assunto il comando tra il 1997 e il 1998.

In questa nuova veste instaurò un legame con gli Stati Uniti, in seguito agli attentati del 9 settembre, allo scopo di collaborare per distruggere i talebani in Afghanistan. L’accordo durò però meno di un anno, fino a quando l’allora presidente americano George W. Bush non nominò l’Iran come parte dell’Asse del male. L’ascesa di Soleimani non ha comunque subito battute d’arresto, portandolo persino a dichiarare nel 2008 (come riportato dal Guardian) di avere in mano la politica dell’Iran in Afghanistan, Iraq, Libano e Gaza.

Ai vertici della politica del Medio Oriente

Nel 2011 Soleimani venne promosso a Maggior generale dalla Guida Suprema dell’Iran Ali Khamenei, che lo definì, secondo il New Yorker, un “martire vivente”. Fino ad oggi Soleimani è stato considerato come uno degli uomini più potenti in Medio Oriente, una delle principali figure militari impegnate a combattere l’influenza occidentale sull’Iran e a promuovere l’espansione sciita e iraniana in tutto il Medio Oriente. Secondo alcune fonti, Soleimani è stato lo stratega principale dell’ala militare del partito sciita libanese Hezbollah sin dal 1998.

Molto attivo anche durante la guerra civile siriana, dove ha aiutato il presidente Bashar al-Assad a riconquistare città e paesi chiave, e nella guerra all’ISIS in Iraq, durante la quale ha ricoperto un ruolo fondamentale per riprendere la città di Tikrit.

Stati Uniti, nemico pubblico numero 1

Negli ultimi anni, in qualità di carismatica personalità politica, Soleimani si è reso protagonista di numerosi screzi diplomatici con gli Stati Uniti. Il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha rilasciato una dichiarazione in cui si afferma che il raid è stato condotto “su direzione del Presidente” e ha affermato che Soleimani aveva pianificato ulteriori attacchi a diplomatici e militari americani, oltre ad aver approvato gli attacchi all’ambasciata americana a Baghdad, in risposta agli attacchi aerei statunitensi in Iraq e in Siria il 29 dicembre 2019.

La sua morte, inizialmente accertata grazie al ritrovamento di un anello che indossava al dito, è stata “confermata” dal Presidente Trump con un tweet, una bandiera degli Stati Uniti senza nessun commento.