ponte morandi in fase di ricostruzione

A processo, per la strage del Ponte Morandi, verranno sentite anche le voci di alcuni di coloro che si occuparono, in passato, di rinforzi e riparazioni sul viadotto del Polcevera. Tra questi c’è anche Alessandro Pallavicini, titolare di Tecno.el, l’azienda che aveva preventivato la sostituzione dei sensori installati sul viadotto, fondamentali per captare movimenti e squilibri nella struttura. E che non furono in realtà, mai sostituiti.

Un sistema di sensori mai sostituito

Alessandro Pallavicini, che ha parlato a Il Corriere della Sera, è estremamente prudente nel discutere del ruolo che i suoi sensori, se fossero stati montati, avrebbero avuto in un possibile salvataggio del ponte.

I fatti sono semplici: c’era stata una prima installazione dei sensori da parte della ditta e successivamente -nel 2015- il sistema di fibre ottiche che collega i sensori al sistema di monitoraggio si era rotto. Era stato fatto un nuovo preventivo di 10mila euro ma il lavoro non era mai stato fatto. Ovviamente, una volta avvenuto il crollo, fu immediata la riflessione fatta da Pallavicini: “Sarebbe stato meglio se il sistema di monitoraggio fosse stato attivo”.

Non avrebbero impedito il crollo

Non è comunque opinione di Pallavicini che i sensori potessero davvero fare la differenza: “È difficile che il ponte si potesse salvare grazie ai sensori.

Si tratta di una struttura isostatica, nella quale l’equilibrio delle forze è particolare. Se una di queste viene a diminuire, il processo di accelerazione del crollo diventa molto veloce e quasi inevitabile. In questi casi i sensori che segnalano il movimento strutturale servono a poco perché i tempi di reazione sono troppo lunghi”.

Un retrofitting mai effettuato

Diverso il caso di un cedimento che si stende sulla linea del tempo, che inizia lento e dà modo all’uomo di procurarsi un vantaggio su di esso.

I sensori avrebbero potuto però essere fondamentali a posteriori, per far capire cosa era accaduto: “In ogni caso, se era attivo avrebbe potuto dare almeno delle informazioni sulle cause del crollo, agevolando il compito degli inquirenti che le stanno ancora cercando. Il sistema ci avrebbe cioè raccontato se un’ora prima del cedimento era successo qualcosa”.

Forse, si era programmato di cambiare i sensori nell’ambito del lavoro di retrofitting che avrebbe dovuto rafforzare i piloni 9 e 10, proprio quelli coinvolti dal crollo, e che mai venne effettuato.

Non fu dunque con ogni probabilità una questione di soldi, bensì di ottimizzazione degli interventi: “Come quando c’è una lavatrice che traballa e non si cambia il pezzo ma si attende di sostituirla interamente”. Invece, la lavatrice è rimasta quella di un tempo, e il ponte è crollato.

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