Martine Rollandin primo piano in bianco e nero

Ci sono momenti nei quali ognuno di noi incontra nel proprio tragitto un Morpheus e nei quali ognuno di noi deve fare quella scelta: illusione o verità, pillola azzurra o pillola rossa. 
Ci sono momenti e ci sono persone che decidono di stravolgere la propria vita per conoscere la vera essenza di se stessi, per mettersi in gioco e sorprendersi di quello che succederà.
Ci sono momenti, ci sono persone e ci sono scelte che ci fanno partire per un viaggio dal quale non esiste ritorno.

Quello che mi ha meravigliato nel rivedere Martine oggi è stata che una cosa sola in lei è rimasta uguale: la sua gentilezza.

E non conta quanta sofferenza ha vissuto e visto e quante persone non le hanno dato appoggio, lei oggi è un’altra persona, oggi è una donna con la gentilezza e la voglia di sorprendersi di chi è ancora intatto nell’animo.

Martine è una giornalista e fino a qualche mese fa aveva un lavoro sicuro: era un punto di riferimento per i suoi colleghi e per la sua azienda. La sua vita era perfettamente conforme all’idea con cui la maggior parte di noi è cresciuto: famiglia, casa, lavoro, amici e sicurezze, tante sicurezze.

Ma un giorno lei decide di rinunciare a tutto ciò che aveva e inseguire quello che la rende felice: insegnare ai bambini. E partire per un’ONG in Grecia.

L’arrivo del Mostro

Tu avevi quella che, per il senso comune, si dice una vita “normale” e hai deciso di stravolgerla:

Sì, avevo un lavoro in ufficio, che consideravo bello, che però ad un certo punto era diventato stretto, nel senso che mi svegliavo al mattino e non mi sentivo utile, sentivo che il mio posto nel mondo non era quello.

Mi guardavo allo specchio e mi dicevo: “Ok, questo non è quello che vuoi veramente!”

Non era il tuo posto nel mondo?

No, è un pensiero che ho metabolizzato nel tempo, che avevo già insito in me.
Ho sempre avuto la passione dell’insegnamento, questa cosa me la portavo da anni nel cuore e l’avevo colmata in altri modi. È vero che quel lavoro mi dava stabilità, era un tentativo di trovare una normalità e quell’equilibrio che mi permetteva di costruirmi una famiglia, un luogo mio, una casa mia, una relazione mia, tutte una serie di paletti che mi sono data per trovare un equilibrio.


Solo che ad un certo punto questo equilibrio non c’era più. Io non sentivo più la necessità di questo equilibrio. E da lì lo stravolgimento che è stato metabolizzato in mesi, perché non era facile: parlarne coi genitori o con persone più grandi o con coetanei che magari non avevano la fortuna di avere un contratto a tempo indeterminato, o una posizione in un’azienda bella, che mi dava delle soddisfazioni.

L’azienda mi dava anche una certa libertà per viaggiare, me lo consentiva e mi dava anche la possibilità economica per farlo: era comodo.
Ad un certo punto questo questo mostro è venuto fuori e non c’è stato verso di bloccarlo, è stata proprio una spinta più forte di tutto questo.

Hai chiamato “mostro” questa spinta:

sì, sapevo l’avresti notato! L’ho scelto a posta! E ho imparato a capire quali termini utilizzare. Il “mostro” può essere positivo o negativo, la parte negativa è il fatto che abbia distrutto tutta una serie di cose che c’erano prima, ha distrutto un passato, ha distrutto delle relazioni, perché questa stabilità si era creata con delle radici che io ho totalmente deturpato.

Quindi questo mostro si è lasciato dietro una scia di devastazione.
Il lato positivo è che questo mostro ha liberato anche la principessa che era in me. Quella parte più viva, più brillante che stava nascosta nella torre.

Sei libero solo quando smetti di fare quello che gli altri si aspettano da te

In cosa ti senti più libera adesso?

Il fatto di non avere legami è liberatorio. Legami in generale. Mia mamma adesso mi chiama “la profuga”, un po’ per l’esperienza che ho fatto, un po’ perché non sto in un posto più di una settimana, sono continuamente con la valigia, non ci sono punti fissi e ho oggetti sparsi in svariate case, però questo mi mette una carica e un’energia che non credevo.

È molto stancante perché avere una casa con tutte le tue cose e sapere che è tutto lì tranquillizza anche me, però ho imparato ad avere necessità solo di alcune cose: a Samos avevo una sola valigia con 3 paia di pantaloni e 4 magliette, solo quelle ed è stato bellissimo! Anche solo per il mattino che non sai come vestirti e hai solo quelle 4 cose… e quindi non hai scelta.

È liberatorio perché ti dà la possibilità di essere dove vuoi, quando vuoi, con chi vuoi; non sei obbligata a fare niente! Io la prossima settimana potrei decidere di essere in Asia, in America, oppure rimanere qui. È spaventoso da un certo punto di vista, perché ti senti in balia delle correnti della vita, però hai anche la piena consapevolezza che sei tu che decidi dove vuoi andare. Quindi se io sono in un posto è perché voglio essere lì.

C’è un contrasto tra il prima, in cui vivevi in base a quelle che credevi fossero le aspettative degli altri, e un adesso in cui metti te al centro.

Quando ti sei accorta di non essere al centro?

Quando mi sono resa conto di non essere più felice e stavo scappando da quello che fino a poco tempo prima avevo costruito

Non ti dico che prima quando c’era la ricerca di questa stabilità non fossi io, ma era una parte di me. Io sono convinta del fatto che dentro ogni persona ci siano svariate sfaccettature, svariate necessità, che cambiano col passare del tempo. 


Prima, probabilmente, avevo bisogno di questa stabilità, avevo bisogno di formarmi, avevo bisogno anche di creare una mia famiglia, di creare qualcosa di mio che fosse stabile.

 

Io sono fuggita dalla mia regione di provenienza (Valle d’Aosta [NdD]), volevo emanciparmi dalla mia famiglia e dal contesto culturale in cui vivevo; volevo costruire una nuova personalità, una nuova adulta; volevo una nuova città e una nuova professione anche. E mi sono fatta da sola, ho costruito tutto questo in più anni. 

Però poi, forse, con la maturità data da questa costruzione di me ho costruito anche la fiducia nelle mie capacità e quindi anche nella riflessione su ciò che veramente volevo.

È stato proprio un’evoluzione secondo me, perché forse prima non avevo il coraggio di mollare tutto, di essere diversa da quello che la mia famiglia voleva, da tutta una serie di spinte esterne che effettivamente ti vogliono in un determinato modo.

Mi viene in mente mia madre per esempio: la mia decisione di mollare tutto era sconvolgente per lei; anche solo il fatto di abbandonare il lavoro, abbandonare casa, lei non riesce a concepirlo perché c’è proprio una concezione del “solo la stabilità ti dà felicità, solo la tranquillità ti dà felicità”, però se non è la tranquillità quello vuoi, ma è qualcos’altro che ti rende felice, allora non puoi avere stabilità.

 

Scappare o andare alla ricerca di qualcosa?

Hai usato due volte il verbo fuggire e una scappare: tu adesso stai fuggendo da qualcosa?

Non più! Non credo, prima sicuramente sì, in realtà la mia vita è una continua fuga, credo.
Da cosa?
Prima la fuga del mio nucleo familiare, la fuga dalla mia regione e poi la fuga dalla stabilità. Sono una persona continuamente in fuga, non è molto positivo nei miei confronti, però è così, è una parte di me che ho deciso di accettare, perché so che in realtà è una fuga perché punto verso qualcosa di positivo.

A cosa punti?

È una bella domanda! Verso la possibilità di essere una professionista utile al mondo. Nel senso che voglio continuare a studiare e continuare a formarmi, è fondamentale e mi riempie di gioia.
Imparare mi dà la possibilità di dare, cioè di essere in grado di aiutare altre persone.

Avere il coraggio di sopravvivere

Prima hai parlato di coraggio, cosa ti ha dato coraggio?

(Silenzio)

L’ho costruito il coraggio. In generale non credo di essere una persona fifona, sono sempre stata una persona che non aveva paura di affrontare determinate esperienze, di parlare in determinati momenti, di affrontare autorità o una situazione difficile.

 

Diverso è il coraggio che serve per stravolgere la propria vita e da una parte si è formato con alcuni corsi che ho fatto, che tu sai e ti puoi fare pat-pat sulla spalla, che effettivamente mi sono molto serviti. 

È stata una realizzazione lenta: io ero stufa di commuovermi e di piangere quando vedevo che delle persone erano felici di quello che facevano, erano realizzate; non potevo più sopportare la mia infelicità e quindi il coraggio viene per forza; non lo trovavo giusto nei miei confronti.

Era ingiusto continuare a stare in un posto e non riuscire assolutamente a dare niente, perché ad un certo punto se sei infelice, se non sei soddisfatto fai diventare infelice anche tutto il resto, le persone intorno a te se ne accorgono: non c’era più luce in quello che facevo e secondo me la vita va vissuta totalmente ed ero stufa veramente di questo buio continuo.


Poi ti dico, trovavo dei modi per nutrire questa mia parte, quindi qualche lumino c’era, perché cercavo di sopravvivere, però non respiravo più e quindi il coraggio mi è stato dato dalla sopravvivenza.

Cos’è per te adesso l’equilibrio?

Adesso non c’è ed è questa la cosa divertente: l’equilibrio sono io, è giostrarsi tra le cose e i pensieri che sto facendo, fra le idee che mi vengono in testa, tra i viaggi che voglio fare, però non c’è equilibrio e va bene così, sono fuggita dall’equilibrio, non avrebbe senso ritrovarne un altro, trovo degli equilibri momentanei. E a me va bene così.

La paura del fallimento

Ti ricordi il momento della tua decisione di mollare tutto?

C’è stata una mattina, mi sono svegliata, mi sono guardata allo specchio, nella mia casa bellissima, fatta con tanto amore e non mi riconoscevo più; mi sono guardata e ho visto degli occhi che non mi piacevano e mi ero svegliata controvoglia, mi ero svegliata arrabbiata e lì è stato un momento in cui ho detto: “Beh, non è questo che io voglio!”.

I miei 30 anni sono stati un po’ decisivi, non so perché, ho vissuto male questi 30 anni. Però, mi hanno fatto un po’ svegliare.

Finito l’università ho trovato subito lavoro, sono una persona che lavora tantissimo, sono stata cresciuta con l’idea del lavoro a qualunque costo, mai una pausa, vacanze poche, perché di famiglia siamo fatti così.

Questi 30 anni mi hanno fatto fermare e ripensare alla me adolescente che diceva: “A 26 anni vorrei essere sposata e insegnare in Valle d’Aosta, avere 2 figli” e ho detto: “Caspita! 26 anni sono passati da ben 4 anni e io cosa sono adesso? Sei felice? Chi sei adesso? Hai rispettato quello che ti aspettavi 10 anni fa?”. E lì è partito tutto! È stato un effetto domino in cui ho realizzato a mano a mano che a 30 anni non si è più così giovane, ormai ero una donna, e quindi era ora di puntare i piedi e decidere cosa fare e realizzare veramente quello che ero!

Poi i corsi con te hanno dato il via a determinati pensieri, perché il passaggio sicuramente sarebbe stato più lento, hanno proprio liberato alcuni meccanismi di volontà, di desiderio che era possibile realizzare. Tutti sperano qualcosa, tutti sperano in un cambiamento. Questo era il problema: io ho sempre voluto fare volontariato, volevo andare in Africa, però non lo facevo mai, cosa stavo aspettando? E quello il punto: tu puoi pensare un sacco di cose, avere tantissimi desideri, ma perché poi non li rendi effettivamente reali?

E io non potevo più aspettare, potrei morire dopodomani e che cosa ho fatto? Di tutti i miei desideri quali ho realizzato? E quindi lì è stato veramente il momento in cui è scoppiato tutto, tutto.

Sai cos’è: che a volte uno si sente portato per una strada però ha paura del fallimento! Sarò in grado? 

Io mi ricordo la tua lezione sulla comfort zone e mi sono detta: ci sto sguazzando! Però avevo paura, paura di mettermi alla prova!

La decisione contro tutto e tutti

C’è qualcuno che ti ha appoggiato in questa scelta?

Sì, per fortuna sì, pochi! Una persona in particolare, un amico, che è stato fondamentale, perché è stato presente e mi guardava come avrei voluto vedermi io e lì è stato veramente di grande supporto, lui mi diceva: “Tu sei speciale! Tu devi andare, hai tutte le capacità per farlo”. E questa persona è stata veramente fondamentale, perché molti altri mi hanno remato contro.

Chi sono tutti gli altri?

Tutte le persone più importanti teoricamente nella vita. Ci sono tante persone che non hanno capito questa mia scelta, che sono rimaste interdette, che hanno preso questa decisione come una pazzia, una crisi totale dei 30 anni, che può anche essere.

I miei genitori, loro la vedono dal punto di vista del genitore e quindi è ovvio che si preoccupino e hanno paura per il futuro di loro figlia. Nonostante non mi abbiano detto “No, non lo fare”. Ero libera di fare quello che volevo, l’hanno accettato, più o meno serenamente.

Mio fratello era molto orgoglioso di me! Il fatto di avere mio fratello dalla mia parte, che era felice per me che mi ha detto: “Hai fatto benissimo! Sono con te!” È stato il miglior lascia passare di cui avessi bisogno.

Still I Rise

Tu hai detto di aver maturato la decisione che dovevi lasciare la tua vita passata: cosa ti ha fatto decidere di partire per una ONG?

Da tempo volevo fare un’esperienza di volontariato, in una realtà difficile: la questione dei migranti mi interessava da tanto. Ho fatto un master in didattica di italiano per stranieri, un’esperienza di tirocinio in un’associazione, sentivo un’affinità con questa realtà ed è stato quello che mi ha permesso di lasciare tutto il resto.

Martine Rollandin a Mazi – post instagram di Still I Rise

Con questa ONG sentivo proprio un legame, era da tempo che la seguivo, avevo letto qualcosa del fondatore e ricordo di aver letto alcuni suoi post e di essermi commossa, perché quelle parole le avevo io dentro il mio cuore, le avevo sempre pensate.

Quindi, ho iniziato a seguire questa realtà che metteva insieme il mio interesse per i migranti e quella per l’insegnamento. Ho mandato l’application per la candidatura e sono stata presa e poi c’è stato l’effetto domino.

Quando sei passata dal sapere cosa non volevi a capire quello che volevi?

Io lo sapevo già, lo sapevo. È come se fosse stato innato, io sapevo che volevo andare lì, sai quando te lo senti nella pancia!

Io sono una persona abbastanza razionale, che analizza tutto, però alcune scelte io le sento di pancia. Per me se il mio stomaco si contorce allora quello è no, se il mio stomaco invece si riempie allora è sì. Quello era il posto che era nel mio destino, quello era il posto in cui dovevo stare.

Come è stata la selezione per Still I Rise?

Sono stati giorni concitati, perché l’application l’ho mandato in inglese, il mio inglese è abbastanza buono, ma sapevo di avere dei limiti riguardo la lingua, perché non applicandola mai a livello orale, sapevo di avere delle lacune.

Quello era per me il maggior scoglio. Dal punto di vista didattico e di relazione non ero preoccupata, avevo già esperienza di insegnamento con ragazzi molto “difficili”.

Ho dovuto spedire il curriculum vitae e una lettera motivazionale. Loro mi hanno ricontattato dicendomi che il mio livello d’inglese non era quello richiesto, ed era giusto così; però mi hanno dato una possibilità: un colloquio telefonico con la coordinatrice in inglese. Mi preparo, divento matta: passo giorno e notte ad ascoltare podcast e film in inglese, a ripassare cose che non studiavo dalla terza media, insomma mi preparo!

Arriva il momento della telefonata, per me importantissimo, e va bene! Capivo tutto quello che mi diceva e ho risposto a tutte le domande che mi ha fatto. Durante questa telefonata ti fanno rendere conto di quello che andrai a incontrare, iniziano a prepararti

Dopo mi dicono: ok, vieni! Che per me è stato un segno, anche a posteriori io ho saputo che loro selezionano i volontari con criteri durissimi, quindi per me è stato una spinta fortissima il sapere che ero stata scelta ed ero lì perché valevo qualcosa, io meritavo di stare lì.

Come ti sei sentita a livello emotivo quando ti hanno detto “Sì”?

Felicissima e spaventata, terrorizzata! Ricordo di essere uscita sul balcone e aver tentato di respirare e mi ricordo di aver dato uno di quei respiri così profondi come se mi volessi far scivolare tutto; quello è stato il momento in cui ho detto. “Ok, adesso si comincia!”.

Come è stata la tua sera prima di partire?

Beh, innanzitutto non ero a casa. Ero a casa di un’amica e abbiamo guardato una serie in inglese, la formazione doveva arrivare fino all’ultimo. Ricordo che non ho dormito assolutamente nulla, mi svegliavo ogni quarto d’ora, ricordo che tentavo di sognare in inglese, però vedevo già tutto diverso.

L’ultimo mese prima della partenza è stato un mese molto duro perché ho dovuto dire addio a tante cose, alla mia città (Torino [NdR]) che mi ha accolto per 10 anni, ho dovuto dire addio ai colleghi, agli amici, anche alla mia famiglia in un certo senso e quindi ero una persona distrutta, perché avevo dovuto recidere dei legami. Avevo mollato tutto a mano mano, ero distrutta, ma sapevo che stavo ricostruendo, ero veramente spaventata e felice insieme.

La cosa divertente è stata il giorno dopo: viaggiando da sola, inaspettatamente, parli con un sacco di persone.

Io non sono una che parla molto, mi piace il viaggio perché ho modo di pensare e riflettere.

E invece, sui pullman, all’aeroporto e sull’aereo, mi sono trovata a raccontare cosa stavo per fare e a parlare con persone totalmente sconosciute e ad avere dei feedback super positivi: io non me l’aspettavo. Ad esempio la guardia all’imbarco mi ha chiesto: “Signorina, cosa va a fare in Grecia?” E io: “Vado a fare un’esperienza di volontariato con i migranti” e lui mi ha guardata e mi ha detto: “Ah, in bocca al lupo!”.

Ho avuto una serie di scambi e un sacco di persone mi guardavano e mi vedevano come una persona coraggiosa, una persona che stava facendo qualcosa di buono e lì mi sono calmata. Mi sono guardata anche io e ho pensato: “Io non so minimamente cosa troverò, cosa andrò a fare o come vivrò, però ragazzi quanti sono figa! In questo momento: quanto sono figa!”. È stato bellissimo! Perché fin da subito io mi sentivo nel posto giusto!

E poi si parte

Cosa sapevi prima di partire?

Sulla situazione dell’hotspot, da giornalista, sapevo cosa stava succedendo.

Sapevo cosa faceva l’organizzazione ed ero stata molto attenta nel vedere cosa avrei fatto io, mi ero informata a 360 gradi, anche sulla situazione del campo profughi. 

Due settimane prima della mia partenza c’è stato un incendio nel campo; io non l’ho vissuto, ma molte delle persone con cui avrei poi convissuto l’hanno subìto ed è stato un trauma per molti. Una parte del campo profughi è andato a fuoco per una lite che c’è stata tra due persone. Gli incendi sono abbastanza all’ordine del giorno, ma vengono domati, in quel caso, invece, è andato tutto a fuoco e un centinaio di persone hanno perso qualsiasi cosa, anche le poche cose che avevano, è stata una devastazione.

Anche a livello materiale perdere anche solo la tenda, significa perdere tutto. Quindi io sapevo che arrivavo in una situazione post crisi molto molto difficile.

Sapevo che dovevo entrare nel gruppo e anche con i ragazzi in modo molto delicato. Ero abbastanza preparata! Dall’altra non sei preparata per niente, non hai idea di quello che effettivamente ti aspetta, perché lo devi vivere. 

Potrei stare qui ora a parlarti di tutto ciò che ho visto e sentito, ma in realtà se non lo vedi con i tuoi occhi non ci puoi credere.

Sono delle sensazioni, degli odori, delle immagini che non puoi comprendere a pieno se non le vivi.

Come avevi immaginato fosse stare lì?

Non mi era fatta tante aspettative, nel senso che non sapendo bene che cosa aspettarmi non mi ero immaginata lì. Volevo un po’ l’effetto sorpresa e poi sapevo sarebbe stato inutile immaginare troppo e avere determinate previsioni, perché poi vengono disattese solitamente. Quindi, sono partita col cuore aperto, questa è stata la mia unica preparazione, nel senso che mi sono detta: “Ok, tu sei lì per aiutare, questo è l’unico obiettivo!”.

Cosa vuol dire nella tua vita adesso Still I Rise?

Still I Rise, da un certo punto di vista, è il punto di partenza, perché loro mi hanno proprio accolta, mi hanno insegnato veramente tantissime cose, quindi è stata la nave scuola. È rimasta nel cuore, ci sono magari delle esperienze che tu fai di volontariato in cui dici: “Ok, mi è piaciuta come esperienza e va bene così, grazie e arrivederci”; Still I Rise ha la capacità di entrarti proprio come una ferita nel cuore, nel bene e nel male, perché è un’organizzazione composta da persone meravigliose, che mi hanno insegnato cosa significa la generosità più grande, la fatica più grande e la dedizione a una causa in cui credi fino in fondo.

Io credo di non aver mai visto lavorare così tanto delle persone, credo di non aver mai lavorato così tanto nella mia vita. C’è una stanchezza diffusa e una sopraffazione a volte, ma c’è proprio una forza trainante ed è incredibile, perché tu la percepisci. Io non credevo esistessero delle persone che potessero vivere e sacrificare tutta una serie di aspetti della propria vita per qualcun altro.

Questo ed è un insegnamento fondamentale.

Per quello ho scelto Still I Rise perché i loro valori sono gli stessi in cui credo io. E poi come gruppo ti entrano nel cuore, quella scuola ti entra nel cuore. 
Non credo sia l’ultima volta che li vedrò, vorrei tornare, magari non a Samos, Still I Rise punta a costruire altre scuole nel mondo e mi piacerebbe continuare la collaborazione con loro, perché c’è proprio una comunione di anime.

E poi si arriva

La scuola di Mazi

Quali sono state le sensazioni della notte prima di andare a Mazi ?

(Mazi è il nome della scuola a Samos e significa “Insieme”)

Ero molto emozionata, prima di tutto, perché immaginavo questa scuola, ma non sapevo cosa avrei trovato lì.

Anche quando arrivi la mattina e ti presenti è incredibile, perché ci sono tutti questi bambini e ragazzi e sono loro che vengono da te, perché sono curiosi e ti dicono: “Tu sei la nuova volontaria? E da dove vieni?”. E poi è stato divertente perché avevo una maglietta con su scritto “Hello”, tutti conoscono “hello” come parola ed erano super felici perché mi guardavano e dicevano: “Hello!”

Quanti anni hanno i bambini?

La scuola si occupa di ragazzi che vanno dai 10 anni circa fino ai 17, perché come fascia di età non era coperta da nessun’altra ONG.

 
I ragazzi minori che arrivano a Samos come profughi, teoricamente, avrebbero diritto all’istruzione greca, ma a Samos ci sono poche scuole e in più le famiglie greche si sono ribellate. 

I ragazzi sono divisi in 2 gruppi: ci sono i Dreamers, che sono i più piccini e vanno dai 10 ai 15 anni circa, poi ci sono quelli dai 15 ai 17 che sono gli Achievers. Al loro interno ci sono tre livelli di inglese che sono: l’ABC, quello base, poi gli Intermediate e poi l’Advance, che sono quelli con un buon livello di inglese.

L’insegnante di geografia

Tu cosa insegnavi?

Il mio livello di inglese non era il top, nel senso che a livello di comprensione capivo tutto ciò che succedeva, il problema era quello di espressione per non abitudine. C’erano già insegnanti su questo, per cui ho dovuto trovare il modo di essere utile e insegnare qualcosa che non ci fosse già. Avevamo bisogno di un’insegnante di geografia e quindi ho deciso di insegnare geografia sia ai Dreamers sia agli Achievers, Intermediate e Advance. È stato molto divertente, perché i livelli erano molto diversi, persone completamente diverse e quindi è stato veramente affascinante trovare la chiave per interessarli.

Le lezioni erano super personalizzate, perché dovevi capire cosa piaceva a questi ragazzi e come interessarli, di cosa avevano bisogno.

Insegnavo anche arte, al mattino e loro, dopo le notti che passano al campo, hanno bisogno di sfogare e l’arte è pazzesca per questo: loro disegnavano, pitturavano, giocavano col pongo, tutta una serie di modi artistici per sfogare la creatività o quello che ne rimane.
Poi facevo danza, io ho ballato per tanto tempo. 
Solitamente sei tu che ti proponi.

Il programma cambia a seconda dei volontari che ci sono, ognuno porta qualche cosa, è molto bello, devi essere tu produttivo a dire: ”Io ho queste capacità, usiamole”, ma può venire anche da parte loro. 

I ragazzi fanno lezione dalle 9,30 del mattino e la scuola rimane aperta fino alle 18 e quindi infiliamo le attività in base a chi è disponibile e a cosa sa fare. Le uniche lezioni fisse sono quelle di inglese e matematica, che sono le lezioni fondanti, quelle a cui loro devono andare per forza. Tutte le altre sono relativamente a scelta, sono attività.

Visualizza questo post su Instagram

This volunteer joined our team while we were having a tough time and she literally stepped up to the work the moment she arrived. Martine Rollandin is an Italian volunteer who joined the Still I Rise team for an intense 6 weeks. She taught our Mazi students geography, art and dance. She also supported the younger students in learning ABC English and easily won the hearts of the whole class. Thank you Martine, your sweetness and your empathy left a great mark on everyone. We love you and we wish you all the best! Do you have energy and grit? A heart for children and justice? Join our team in 2020! #stillirisengo #volunteer #longtermvolunteer #team #thankyou #graziemille @martinini89 #greeceproject

Un post condiviso da Still I Rise (@stillirisengo) in data:

La disumanità dell’essere umano

Devi anche calcolare che ci sono tanti elementi disturbanti dell’insegnamento, nel senso che non fai lezione a dei ragazzi che hanno una casa o una stabilità, ma sono ragazzi che arrivano magari da passati turbolenti, arrivano da viaggi tremendi, spessi sono minori non accompagnati, quindi da soli, non hanno nessuno e vivono in un campo profughi.

La maggior parte vive in quella che si chiama “La giungla”, perché il campo, ovvero il rettangolo che si vede dalla collina, fatto a container può contenere 648 persone, di persone ce ne sono 8000, quindi praticamente il campo si è espanso su tutta la collina e tu lo vedi espandersi ogni giorno di più, in due mesi io ho visto le tende moltiplicarsi.

 

Quindi, tutti questi ragazzini vivono in tende, all’agghiaccio, con nessun riscaldamento, non hanno acqua potabile, mangiano quando possono, ci sono i ratti che sono grossi come gatti e che mangiano gli zaini o alcuni ragazzi sono arrivati morsicati dai ratti, ci sono malattie di ogni genere: la scabbia, la malattia mano-bocca-piedi, che è contagiosissima e loro la prendono ovunque.

Devi calcolare che spesso non dormono la notte, perché tra freddo, animali e il pericolo di persone che possono entrare nella tenta: può succedere qualsiasi cosa, nel campo di notte non c’è luce.

 

Il cervello dei ragazzi è completamente votato all’emergenza, loro sono super reattivi nel momento di una crisi, perché sono abituati a questo tipo di reazione, il loro cervello reagisce a questo tipo di stimoli; a quelli didattici, quando chiedi di stare seduto o di stare attento per 2 ore è impossibile, non lo fanno i ragazzi in una scuola normale in Italia; 2 ore sono tantissime e chiedere a un bambino traumatizzato di stare attento e imparare qualcosa che non sia strettamente funzionale alla sua sopravvivenza momentanea è un miracolo.

Questi ragazzi vederli che si impegnano, che imparano, che fanno dei progressi giganteschi è veramente meraviglioso e mirabolante.

Quanto arrivi ti fanno visitare il campo, è necessario vedere da dove vengono i ragazzi, perché se tu rimani solo a scuola, quella è bella, è un luogo sicuro.  Se tu li vedi a scuola sono dei ragazzi normali, a meno che tu non veda segni di malattie o le scarpe sporche di fango non ti accorgi che sono dei ragazzi che vengono dal campo profughi. Quindi, c’è la necessità di andare lì e vedere.

Loro sono degli eroi, perché io lì, nel campo, non ci potrei stare mezzo minuto: è una situazione veramente disumana e vergognosa per delle persone. Io vorrei prendere un campione di persone, buttarle lì dentro e far capire come vivono queste persone, che erano come noi fino a 2 anni fa. Perché adesso stanno lì? È veramente un’ingiustizia ed è giusto che se ne parli, perché se dovesse capitare qualcosa a noi, io vorrei che qualcuno parlasse di me, se fossi io al loro posto, io vorrei che qualcuno denunciasse le condizioni in cui potrei vivere io.

Visualizza questo post su Instagram

“Let’s try taking showers with betadine scrub, everyday for the next few weeks”. This is what was suggested by the volunteer nurse of an NGO. Day 1, 7.30 in the morning. Step number 1 remove the bandages. This is impossible, they are sticking to the skin. I call the nurse and she says, “You have to soak the hands and slowly, slowly, peel every layer of gauze off”. We proceed and the more we peeled the more the pain increased. The wounds started bleeding until we were at the last layer, one hour later. The skin came off in some wounds, the student starts crying. It wasn’t the physical pain but the frustration after one month of wound dressing. “Mattia, just hold it together,” I said to myself when I was close to crying along with him. This is what untreated scabies looks like in the hands of a 15 year old unaccompanied minor living in a tent and without a guardian to take care of him. #greeceproject

Un post condiviso da Still I Rise (@stillirisengo) in data:

Allora perché non è possibile fare foto all’interno del campo, sarebbe più semplice la denuncia di questa situazione

Ci sono giornali che ci stanno provando, hanno avuto diverse interviste a scuola, intorno al campo, però nel campo è assolutamente vietato.

Perché?

Perché lo Stato greco non vuole che si sappia come effettivamente vivono le persone in quel contesto, perché è inumano. È inumano.

I container e la Jungle

Tu prima parlavi della zona container: c’è una zona container dove ci vivono delle persone, poi visto l’affollamento c’è il campo con le tende. Come sono i container? C’è il riscaldamento?

C’è sovraffollamento, sono container vuoti, in cui dovrebbe starci al massimo una famiglia di 4 o 5 persone, in realtà vivono uno sopra l’altro, si danno i cambi per poter dormire, perché non c’è posto: dovrebbero essere 600 persone e sono 8000, non è possibile!

È una situazione che è andata ad implodere. Ci sono dei transfert organizzati dallo Stato, cioè lo spostamento di 100, 200 rifugiati in altri campi profughi in Grecia.
Invece, tutti i giorni arrivano almeno 1 o 2 barconi con 80 persone ciascuno. I numeri non tornano.

Cosa succede quando arrivano?

Arrivano, vengono schedati, vengono visitati, si cerca di capire qual è la loro situazione: minori non accompagnati, donne incinte, ecc.

Questo in teoria, e poi viene loro detto: “Ok, trovatevi un posto nella Jungle”, perché nel campo non c’è spazio.

La tenda chi gliela dà?

Se sono fortunati che trovano qualche volontario del UNHCR (Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati [NdD]) disponibile in quel momento gli viene data, altrimenti se la devono comprare, in qualche modo, dai negozianti se hanno i soldi per comprarla, oppure cercano qualcuno che se ne va e quindi occupano la tenda, oppure vengono accolti da chi è più generoso al campo, si devono arrangiare.

Pulire il bagno come atto d’amore

Com’era la giornata lì?

Era organizzata per turni, ognuno dei volontari aveva dei turni nella sala comune; ci deve essere sempre qualcuno lì. In più ci sono le lezioni, perciò le giornate non sono mai uguali. Si cerca di aiutarsi a vicenda, per cui se c’è qualcuno che non sta bene tu sostituisci un volontario, oppure c’è un’emergenza, uno dei ragazzi che si sente male… si cerca di essere molto collaborativi, non si può essere rigidi mentalmente, perché devi essere completamente adattabile alle situazioni. Ogni giornata può essere costellata di imprevisti. 

Ci sono dei momenti anche di riposo, quindi ti viene schedulato un pomeriggio di riposo, oppure no, a seconda di quanti volontari si è.

 
A parte un paio di volte non mi sono mai allontanata dalla scuola, perché il mio tempo era breve lì, 2 mesi sono pochi, per cui anche quando non ero di turno stavo in sala comune perché mi sentivo utile, chiacchieravo, conoscevo i i ragazzi, pulivo… si pulisce tutto il giorno. È vero che è una rottura di scatole, conta che ci sono 150 ragazzi a scuola e sono tutti adolescenti o bambini, immagina quanto possano essere attenti a quello che fanno.

Però, si cerca di tenere l’ambiente pulito al massimo, perché è l’unico spazio protetto e pulito che loro hanno; i bagni vengono puliti ogni ora e quello è l’unico bagno privato che loro hanno. 

Sembra una banalità pulire, lo può fare chiunque, ma anche pulire i gabinetti diventa un gesto d’amore incredibile e di cura nei loro confronti.

A parte due momenti in cui avevo bisogno di andare via da lì, tutto il resto del tempo l’ho passato a scuola.

Loro come mangiano?

Al campo c’è una distribuzione, una sorta di mensa, per la quale loro si mettono in fila, 8000 persone si mettono in fila per poter mangiare.

Mangiano delle cose abominevoli, brodaglie che non daresti neanche al cane, sono dei piatti preparati con delle vaschette, disgustose, con la muffa dentro, trovano qualunque roba. Per alcuni però è l’unico pasto. O mangiano lì o a scuola noi diamo colazione e pranzo per chi sta a scuola; quelli che non sono a scuola o non mangiano o mangiano quello che possono.

In più lo Stato fornisce per famiglia un TOT di soldi che gli viene inviato su una carta con cui possono comprarsi qualche cosa, per cui spesso al campo si vedono donne che cucinano, tipo riso, quelle cose molto base.

Non potrebbero cucinare, perché non si possono accendere fuochi al campo, ma lo fanno lo stesso perché tra freddo e tentativi di cucina lo devi fare per forza.
E poi ci sono anche delle altre ONG che forniscono pranzi o cene a seconda delle disponibilità, per cui spesso per passaparola sanno che in un’altra ONG stanno distribuendo crackers, per esempio.

Loro possono entrare e uscire da tutte le ONG?

Le ONG hanno delle specializzazioni: ci sono quelle mediche, quelle che si occupano dei giovani, come noi, quelle che si occupano di donne e bambini, solitamente si è registrati affinché tutti possano andare lì, si cerca di offrire tutta una serie di servizi, c’è proprio un tentativo di aiutare a più livelli.

 

Momenti di workshop a Mazi

Profughi a vita, o forse no

I minorenni possono uscire dalla scuola?

Durante il pranzo alcuni escono, non dovresti farli uscire, perché sono sotto la tua protezione, però non puoi neppure bloccarli. Devono capire loro quando effettivamente c’è necessità di andare via oppure se è il caso di stare a scuola, perché è necessario che tu stia a scuola perché devi imparare.

Li si responsabilizza molto, spesso anche attraverso dei traduttori, si cerca di far loro capire che Mazi è un posto sicuro, in cui possono essere dei ragazzini di 10, 15, 17 anni e che sono lì per imparare, perché è necessario che loro imparino, perché stanno andando in Europa, perché è giusto che loro abbiano la possibilità di diventare quello che vogliono, loro non saranno dei profughi a vita, si devono distaccare dalla figura che viene loro additata, perché il problema è che molti dicono: “Io sono stufo di essere additato come immigrato, io non sono questo, io sono altro”.

Ed è giusto che sia così, ma per farlo devi avere le capacità e gli strumenti per essere diverso. Molti di loro vogliono andare all’università, vogliono diventare degli insegnanti, vogliono tornare a Mazi per aiutare, vogliono diventare avvocati, dottori e solo puntando sui loro desideri li si stimola ad imparare. Dandogli una motivazione.

Loro sanno dove sono?

Sì, lo sanno tutti.

Quali sono i posti che loro sognano?

Spesso scelgono a seconda della riunificazione familiare, quindi se hanno fratelli, zii, cugini che vivono in Europa, solitamente puntano a quello Stato. Svizzera, alcuni Germania, molti all’Inghilterra, molti a Paesi del Nord, molti anche all’Italia perché ci siamo noi insegnanti e allora cercano di farsi insegnare l’italiano, fanno proprio ridere, perché poi li senti bofonchiare: “Ciao, como va?” 
Nessuno vuole rimanere in Grecia.

Cosa pensano dei greci?

Non ne hanno una buona opinione, ma per quello che hanno visto finora.

Fino al 2014, più o meno, Samos era un posto molto accogliente, cominciava ad esserci una crisi migranti, ma contenuta. Samos è un’isola piccolissima, gli abitanti effettivi sono pochi e nel momento in cui si sono visti una massa di barche sono stati i primi ad accoglierli.

Il problema è stato quando c’è stato un crollo vertiginoso dell’atteggiamento. Sai, io l’ho paragonato un po’ al mio villaggio di montagna: noi non chiudevamo le porte perché tanto non entrava nessuno, lasciavamo tutto aperto e le chiavi fuori, c’era una sicurezza incredibile. Poi ad un certo punto, nel momento in cui il campo profughi è diventato sovraffollato e si sono alimentati i problemi, non c’è stato più controllo, è aumentata la criminalità: alcuni hanno avuto ladri in casa, alcuni non potevano stendere fuori, perché i vestiti venivano rubati, hanno iniziato a esserci ragazze molestate. Sono stati tutti campanelli d’allarme e la gente ha iniziato a chiudersi.

E adesso purtroppo, come in tutte le società che vengono oberate da persone estranee, hanno iniziato a venir fuori atteggiamenti razzisti, di violenza, di emarginazione. Io mi ricordo il primo pomeriggio che ho passato lì, io non ho visto un greco! Tutte le altre persone erano di colore o persone che veniamo dall’Asia: Iraq, Iran, Afghanistan. Effettivamente è sconvolgente, io sono a Samos e c’erano tutti stranieri. Posso capirlo da un certo punto di vista. E i ragazzi, quindi, vivono questa emarginazione: ci sono dei locali in cui non possono entrare, in cui vengono trattati male, ci sono ragazzi che vengono aggrediti verbalmente e fisicamente per le strade.

Ho avuto una ragazzina che era da sola per strada, stava andando a raccogliere dei cartoni, per isolare le tende dal freddo, lei è da sola per strada e dei ragazzi in motorino l’hanno spintonata, l’hanno fatta cadere, lei ha battuto la testa ed è rimasta per terra sotto la pioggia per 2 ore senza che nessuno si degnasse di alzarla o di prestarle soccorso. Lei è rimasta lì, per terra, e nessuno ha avuto l’umanità, perché si tratta di umanità, di aiutarla, perché se sei per terra e hai 12 anni io ti raccolgo.

Lei dice di aver visto delle persone che le passavano accanto e non l’hanno aiutata. Lei, dallo shock, è rimasta paralizzata per terra. Solo dopo un paio d’ore è riuscita ad alzarsi. 

Vivendo tutte queste cose i ragazzi non hanno una buona opinione dei greci.

Il potere di un sorriso

Quando sei tornata una delle prime cose che mi hai detto è stata che ogni mattina avevi la sensazione di essere nel posto giusto, che contrasta molto con la sensazione del mattino che avevi prima:

Sì, è vero. Tu sai bene quanto mi costi svegliarmi presto al mattino.

Eravamo molto, molto stanchi perché la giornata finiva tardissimo e poi, noi volontari, ci trovavamo la sera tutti insieme per raccontarci i momenti brutti e i momenti buoni della giornata. Si cercava di essere molto solidali uno con l’altro e di darsi consigli su come affrontare una determinata situazione, senza mai dimenticare le note positive, quello era un must che ci eravamo dati: doveva esserci sempre e comunque un racconto positivo.

Andavamo a letto tardissimo e ci svegliavamo alle 7 del mattino. Però, proprio perché conoscevo la sensazione della mia situazione precedente, sapevo anche la differenza di come mi svegliavo alla mattina prima e come mi svegliavo lì.

Il “Vaffanbrodo suona la sveglia” c’era lo stesso, ma subito dopo c’era “Ok, sono pronta!”. Non credo di essermi mai trattenuta a letto. Avevo voglia di rivedere quei visini e di dare il mio contributo! C’è una motivazione diversa: tu sai che la tua vita ha un senso ed è impagabile quella sensazione. Perché non è che ti alzi e dici: ”Vado a produrre la mia giornata”, tu vai lì e il tuo sorriso può essere fondamentale per un bambino che ha avuto paura tutta la notte, il tuo abbraccio al mattino per lui è la cosa più bella che ha da ore.

E questa sensazione ti fa scattare, io non ho avuto un momento in cui mi sono detta: “Non ho voglia!”. È quello che sentivano anche gli altri. Ci si sente totalmente alienati dalla realtà perché ti sembra di vivere in una bolla, però ti sembra di vivere in un sogno/incubo, in cui sei totalmente realizzato, in cui vivi delle cose bruttissime, ma senti che il tuo posto nel mondo c’è. Che servi a qualcosa, che sei una pedina fondamentale per quello che succede nel mondo, almeno per il mondo di qualcuno.

Qual è la parte del sogno?

Il sogno è perché ci sono dei momenti molto belli. È una bolla bella e brutta. Ci sono dei momenti in cui ti senti completamente sopraffatto da quello che vedi o che senti, ci sono attacchi di panico, in cui i ragazzini non riescono a guardarti in faccia, non vedono più, perché l’attacco di panico oscura la vista e ti dicono: “Ho paura di morire!”, perché hanno banalmente un mal di gola, hanno le tonsille ingrossate perché non si sono fatti vedere dal dottore, perché c’è un dottore in tutto il campo.

Pensa se tu non avessi una famiglia, nessuno che ti dica: “Ok, non ti preoccupare, sono solo le tonsille, che ti stanno ostruendo la gola, però ti diamo un antibiotico e va tutto bene!”, tu non sai niente di tutto questo, ti senti solo la gola che si chiude, non riesci più a respirare e il panico dilaga in un secondo.

Vivi questi momenti in cui ti chiedi come sia possibile che un ragazzino di 16 anni pianga davanti a te per una situazione del genere. Poi, però, vedi un ragazzo afgano che, con tutta la mentalità e la cultura maschilista in cui è cresciuto, insegna kick boxing ad una ragazza, sempre afgana, per insegnarle a difendersi nel campo, perché lei ha paura.

È questa la cosa bella. 

Un giorno uno dei ragazzi più grandi è venuto da me in cucina e mi chiede: “Teacher, è vero che non vi pagano?”, perché c’è questa credenza che noi volontari prendiamo un sacco di soldi e che mangiamo sulla pelle dei rifugiati: cosa non vera, non prendiamo assolutamente niente!”. E io gli ho risposto: “Sì, è vero, siamo tutti volontari”, lui mi ha guardato e mi ha detto: “E perché?”, e io:“Siamo qua per voi, perché sentivamo che avevate bisogno di noi, tutto qua, solo per questo”.

Lui è rimasto veramente molto stupito e ho visto nei suoi occhi la gratitudine vera. Mi ha guardato e mi ha detto: “Grazie Teacher!” e se ne è andato. È stato uno scambio talmente potente perché io ho visto che lui ha realizzato in quel momento come ci fosse totalmente  gratuità in quello che stavo facendo, e lui in quel silenzio mi ha fatto capire che aveva capito. Ed è un ragazzino che è stato trasferito e che io sento ancora, abbiamo mantenuto questo legame probabilmente perché lui ha sentito in quel momento che ero lì per lui.

La famiglia, per chi la ha

Le famiglie vengono a parlare con voi?

La registration viene fatta con la famiglia, per chi ce l’ha. 

Durante i 2 mesi tu hai avuto l’esperienza di parlare con qualche genitore?

Li ho incrociati, a volte non sanno l’inglese, per cui è molto difficile parlarci. La maggior parte dei genitori li ho conosciuti il giorno del transfert; siamo andati al porto e abbiamo visto i ragazzi con le loro famiglie ed è pazzesco per quanto loro non sappiano comunicare con te verbalmente, comunicano con lo sguardo o con un abbraccio, perché hai tenuto i loro figli, ti sei preso cura di loro e sei lì al porto a salutarli.

Per loro è importantissimo, ti aspettano, si aspettano che tu li saluti, è straziante e bellissimo allo stesso tempo. E i genitori lo riconoscono, c’è tanta gratitudine nei nostri confronti.

La violenza sessuale

Ci sono violenze sessuali all’interno del campo?

Tu hai raccolto testimonianze o è una cosa di cui non si parla?

Abbiamo ragazzini che hanno subito violenze nel campo. Una collega volontaria ha avuto la fortuna o sfortuna di ricevere questa confidenza, perché noi come volontari non possiamo chiedere niente, tutto ciò che è in riferimento al passato, al campo, a situazioni delicate, noi non possiamo fare domande, perché c’è il problema della lingua, spesso i ragazzi non riescono ad esprimersi come vorrebbero, si va a toccare dei tasti molto delicati e tu non hai la competenza per gestire una confidenza di questo tipo.

Se io vengo da te e ti dico che sono stata violentata al campo, tu devi essermi di sostegno: non puoi piangere, devi reggere il colpo. La ragazzina di cui ti parlavo prima, quella che è rimasta 2 ore per strada, lei si è confidata con me, perché poi vanno un po’ a scelta, non sai mai quando ti arriva un racconto del genere.


C’è una coordinatrice che è il punto di riferimento psicoterapeutico e nelle situazioni più difficili i volontari chiamano lei.

C’è stata una violenza sessuale nei confronti di una nostra studentessa quando ero lì. La ragazza ha raccontato tutto ad una mia collega, che ad un certo punto ha chiamato la coordinatrice perché non sapeva più cosa fare. Era talmente difficile come racconto da sostenere che ha dovuto chiedere a lei una mano, e ci sta.

C’è l’umiltà di capire dove puoi arrivare senza fare danni, perché poi ogni cosa che dici i ragazzi la ascoltano e la assumono, quindi dei capire cosa dire e cosa non dire.

Cosa succede a chi stupra qualcuno all’interno del campo?

Se sai chi è… teoricamente va denunciato. Possono andare alla polizia, poi che la polizia faccia qualcosa è un altro conto. Nel caso della violenza sessuale di cui ho saputo non credo ci sia stata nemmeno una denuncia, perché era una situazione particolare, spesso le violenze non arrivano da estranei.

Noi abbiamo tantissimi ragazzini afgani che vengono cresciuti con una mentalità estremamente maschilista, le donne per loro sono inferiori. E cambiare quella mentalità è una grande sfida. Noi abbiamo ragazzini che non vogliono stare nella stessa stanza con le donne, che non possono fare assolutamente palestra con le donne. Perché? Perché vengono cresciuti così. E a scuola cambiano tantissimo questa tipologia di ragionamento, però ci sono anche dei ragazzi che sono grandi, ormai queste idee sono radicate e pensano di poter fare quello che vogliono nei confronti delle altre studentesse. È successo che cacciassimo dei ragazzi perché avevano molestato delle compagne.

C’è prima un confronto in cui si cerca di capire la versione di tutti, con i traduttori nelle loro lingue, poi quando si capisce che la versione della molestia è reale, si passa i fatti e a cacciarli dalla scuola.

Ci sono traduttori per ogni lingua?

Ci facciamo aiutare da altre ONG. Per il francese c’ero io e un’altra ragazza. Spesso sono i ragazzi che fanno da traduttori, i ragazzi che hanno un livello avanzato di inglese e devi vedere come sono fieri, perché si sentono utili.

Il ruolo dell’opinione pubblica

Hai notato delle differenze di accoglienza fra Italia e Grecia?

No. È incredibile, ci sono tantissimi parallelismi. Ci sono delle persone che sono super accoglienti. Ho in mente due ONG fondate da i samians, poi ci sono persone del posto che hanno accolto i rifugiati, che li hanno resi parte del loro team, perché ci sono rifugiati che sono lì da tanto tempo e che si rendono utili, facendo volontariato, insegnando inglese, perché capiscono che c’è bisogno di dare una mano. Poi ci sono altri invece che rifiutano completamente queste persone, odiandole e trattandole male.

L’opinione pubblica invece?

C’è un solo giornale a Samos. Il fatto è che il campo profughi dia molti problemi non aiuta.

Il sindaco non è dalla parte dei rifugiati e il giornale locale raccoglie il malcontento delle persone. Non agevola l’integrazione.

E poi si torna

Se dovessi scattare adesso una fotografia della tua esperienza da regalare a una persona che non è mai stata lì, con quali parole la descriveresti?

Questo mi piace! Sarebbe una foto molto gialla, rossa e verde: perché sono i colori della scuola, c’è questa luce pazzesca, questa luce gialla che pervade tutti i miei ricordi e poi rosso e verde perché spesso i ragazzi hanno queste magliette molto colorate.


Sarebbero sfocate sui volti per la privacy (da buon giornalista! [NdD]). 
Ci sarebbero delle mani che disegnano e scrivono per indicare l’impegno e il lavoro che si fa con i ragazzi, ci sarebbero sicuramente delle mani che fanno cose.

E a chi la regaleresti?

(Seguono attimi di silenzio, sguardi nel vuoto alla ricerca, forse, del modo giusto per esprimere un dolore non ancora lasciato andare)

A mio padre!

Come è stato tornare a casa?

Difficilissimo! Eravamo preparati anche su questo. C’è un sostegno psicologico da parte dei coordinatori per chi vive questa esperienza. Parliamo anche con i volontari che tornano più volte e ti preparano al fatto che è tutto molto difficile, la realtà di casa è più difficile.

 

È bello tornare perché finalmente hai un bagno tuo, un letto tuo, ritrovi le tue cose, i tuoi oggetti, ritrovi gli amici e il calore di casa, però è totalmente alienante. Io sono tornata in un periodo disgraziato, che è quello di Natale. Io ricordo che nei primi giorni ero continuamente in allerta, sentivo dei rumori e anche le luci mi davano fastidio. Avevo come dei flash, come se fosse avessi subìto una sorta di trauma e avessi i sintomi post traumatici, quindi le luci molto forti mi facevano venire in mente determinate cose e avevo dei momenti in cui mi dicevo: “Ok, io non so dove sono!”.

Non ho dormito le prime notti e mi svegliavo la mattina e non sapevo dove mi trovavo

È stato molto difficile. 

Non ho trovato l’appoggio che pensavo di ricevere dalle persone da cui me l’aspettavo. Ti fai delle aspettative, sai che tornerai a casa e tutte queste aspettative sono state disattese, mentre ho trovato in alcune persone un interesse e una delicatezza che non mi hanno fatto fuggire subito dopo.


È stata dura, durissima.
Non c’è giorno in cui non pensi alla scuola, a Samos, in cui non senti dei ragazzi, quindi rimane un filo che non ti permette di allontanarti, dall’altra però mi sono resa conto che dovevo assolutamente ritornare alla realtà: mi sono obbligata ad uscire perché avevo bisogno di contatto normale. Però io giuro che all’inizio non ero più abituata ai discorsi, ero abituata a parlare continuamente dei ragazzi, di Mazi, degli incendi, di quello che stava succedendo… invece i discorsi normali per me non avevano più senso, mi sono ritrovata in alcune serate a dover fuggire a casa perché mi mancava l’aria; come se tutto quello che vedevo intorno non avesse più senso nella mia testa.

Ricordo di essermi guardata intorno una sera, ero in montagna in un locale, c’era un sacco di gente ubriaca e faceva discorsi senza senso e io ricordo di essere dovuta uscire e mi sono detta: “Ok, io me ne devo andare di qua”, ero sull’orlo delle lacrimi e mi dicevo: “Questa che vita è? A chi sono utile in questo momento? Cosa sto facendo?”

C’è la paura di dimenticare, che è impossibile, però tu ce l’hai. Appena tu vivi un momento normale ti dici: “Oh cavolo, sto dimenticando!” Hai il terrore di non ricordarti di loro.

Però, dall’altra devi, per la tua salute mentale, cercare di ritornare alla normalità, perché se no non vivi più, è inutile rimanere continuamente collegato su quel canale se tu sei qui, non servi a nessuno così, né a te né a nessun altro.

Lo sforzo di essere “normale”

Quando ci siamo incontrate al tuo ritorno ti ho chiesto: “Adesso i discorsi degli altri come ti sembrano?” E tu mi hai risposto una cosa molto bella: “Mi sto sforzando di dare importanza anche a questo”:

Vero.

Anche su questo eravamo stati preparati. Perché io sapevo che gli altri volevano raccontarmi cosa ero successo nelle loro vite, anche quando ero a Samos, cercavo di dare  attenzione alle poche persone che sentivo, di dare importanza a quello che mi raccontavano, perché per ognuno la propria realtà è importante. Il fatto che io sia cambiata, che abbia visto altre cose, che abbia vissuto altre cose, non deve giudicare o influenzare la mia presenza per le persone che fanno parte della mia vita “normale”. Effettivamente, anche nel mio uscire ho dovuto abituarmi a dare il giusto valore alle cose che gli altri mi raccontavano, giusto valore per il loro mondo.

Perché in tanti mi avevano detto che avevano perso molte persone, perché erano tornati a casa e si erano chiusi, non riuscivano più a sentire i discorsi banali, tipo: “Ho visto quello che stava con un’altra” e tu dopo che hai visto le bolle della scabbia non te ne frega una mazza di queste cose e quindi avevo paura di ferire le persone che erano rimaste a casa, non avevo paura della solitudine, avevo paura di ferire gli altri, le persone che mi erano state vicino o che in quel momento erano lì per me.

Cosa farai adesso?

L’obiettivo è continuare a studiare inglese, sto cercando di mettere insieme la formazione e il lavoro all’estero, in modo da poter un giorno fare di quell’esperienza di volontariato un lavoro. 

Una donna di nome Martine

Tu vorresti essere presa come esempio per cosa?

Uno: per il coraggio di inseguire quello che vuoi fare, lottando contro tutto e tutti.
Se qualcuno sentisse o parlasse della mia storia, vorrei che gli scattasse qualcosa nella testa per cui dice: “Ok, adesso a che punto della mia vita sono? Sto effettivamente facendo quello che voglio?”
Due: l’esperienza del volontariato secondo me è una cosa che ti riempie il cuore come niente probabilmente.

Imparare a dare il proprio tempo e fare qualcosa di buono, vorrei essere un buon esempio per questo.

Senti di esserlo?

Con tutte le persone con cui ho parlato, o la maggior parte, penso di sì, perché in molti mi hanno fatto i complimenti.

Tu dentro di te lo senti?

Io sì!

Qual è il valore che ti guida in quello che fai? Una parola che quando ti senti persa ti dici: ”Io sono così!”

È facile, me la sono tatuata: gentilezza! Fa parte del mio essere, lo sono sempre stata, è una delle mie caratteristiche principali.

La gentilezza dei sentimenti, dei modi di fare, di approccio, la gentilezza nella vita: cosa che insegniamo tutti i giorni ai ragazzi. Che si contrappone a tutta la violenza che loro vivono tutti i giorni!
Ho deciso di avere sulla pelle, sulla carne questo valore.

E la tua missione nella vita?

Io mi sento realizzata solo quando mi dedico agli altri, in un modo o in un altro. L’insegnamento è la dedizione agli altri che mi viene più facile, perché dare la cultura, il sapere agli altri è importantissimo ed è il modo in cui io dono il mio cervello.

Credo che la mia missione sia questa spinta verso gli altri incredibile. Semplicemente la sento.

Cosa diresti a Martine di 4 anni fa, che è poi la Martine che ho conosciuto io?

Preparati!

E le lascerei la sorpresa!