Adriano Trevisan e la figlia Vanessa

Tutto questo, si spera nel futuro più prossimo, è destinato a diventare parte della storia mondiale e italiana. Un fatto da trafiletto nei manuali di storia, al pari di Sars e altre malattie simili. Dopo l’allarme, la corsa ora è a ridimensionare la pericolosità del Coronavirus e quanto si dovrebbe temerlo. Per alcuni, tuttavia, sarà impossibile dimenticare, come i parenti delle 12 vittime fin qui accertate.

Parla la figlia di Adriano Trevisan, la prima vittima italiana

Tra di loro è destinato a essere ricordato soprattutto Adriano Trevisan, il 77enne di Vo’ che, nolente, è ora riconosciuto come la prima vittima italiana da Coronavirus.

Da lui in poi la cronaca ha riportato altri 11 decessi e oltre 300 contagi in Italia: morti con, non sempre per il Coronavirus, come sottolineano i media riportando l’età e le pregresse condizioni mediche delle vittime. Una questione che non importa alla figlia Vanessa, ex sindaco di Vo’ intervistata da Repubblica e che ci tiene a offrire un ricordo del padre che vada oltre il dato statistico di prima vittima.
Non è un numero, non è la prima vittima italiana del coronavirus, non è un nome e un cognome sul giornale – dice la figlia – Adriano Trevisan è mio papà“.

Padre, nonno, un uomo tutto casa e bar

Nelle ore in cui si cerca di stemperare l’enorme tensione causata dal panico per il Coronavirus e in cui gli appelli alla calma stanno pareggiando quelli alla prudenza, le parole della figlia riportano un po’ di umanità nella vicenda. Così come il ricordo del padre: “Un leone allegro, a 78 anni era autosufficiente“. Di lui dice: “In pensione si divideva tra casa e il bar di Vo’, dove giocava a carte“, che ironia della sorte potrebbe essere stato il luogo dove ha contratto il virus.


Per l’opinione pubblica ha una richiesta che affida a Repubblica: “Vorrei che mio padre fosse ricordato per come è vissuto, non per come è morto“.

Il rammarico verso il medico di base

Impossibile non virare l’intervista sul racconto cronachistico, sapere come si sia arrivati alla morte di Adriano Trevisan. “Stava male già giovedì 13, aveva la febbre e problemi a respirare” dice la figlia, che poi confessa il grande rammarico della vicenda: “Il nostro medico di base, quando ha cominciato a sentirsi male, non è voluto salire a Vò per visitarlo.

Sosteneva fosse una banale influenza“. Trevisan era cardiopatico e debilitato, sottolinea la figlia.
Non era banale influenza, però. A insistere per il tampone è stata la dottoressa dell’ospedale di Schiavonia, quando ancora tutta l’epidemia non era esplosa. “Chi poteva immaginare che Vò era diventato un focolaio?“.

Figlia e madre sono in quarantena

Da lì l’escalation è stata immediata: “Venerdì pomeriggio ero in ufficio, mi chiama mio fratello e mi dice che nostro padre ha il virus. Mollo tutto, vado a Schiavonia e trovo il reparto di Rianimazione blindato.

La sera è morto“.
Ora Vanessa e la madre sono in quarantena: positive al virus, ma senza sintomi gravi: “Sto bene, non ho febbre né tosse. Sto con mia madre, abbiamo i nostri piccoli riti per passare il tempo“.
Di tutta la faccenda, Vanessa si dispiace che il padre sia diventano un numero, ma anche che “hanno detto: ‘però era vecchio’, come se la sua età dovesse attenuare il dolore che provo, come se la sua scomparsa fosse meno importante“.

Una situazione che dalle sue parole viene riportata sul piano umano, emotivo, del dolore personale.

Qualcosa che anche in futuro nessun paragrafo di storia potrà riportare fedelmente.

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