entrata del pronto soccorso

Nella giornata di ieri, domenica 8 marzo, si sono registrati 133 decessi per Coronavirus in Italia facendo così incrementare il bilancio dei morti per Covid-19 a 366 vittime.

Un dato che inserisce il nostro Paese al secondo posto, dietro alla Cina, nella triste classifica degli Stati più colpiti dall’epidemia. Tanti i provvedimenti

Coronavirus in Italia: 133 morti e oltre 6mila contagi

In sole 24h sono stati registrati, per conferma di Angelo Borrelli – Capo del Dipartimento di Protezione Civile – circa 1326 casi positivi al Coronavirus per un totale di 6387 contagiati in Italia.

Una situazione che non ammette eccezioni e che richiama all’ordine e al senso civico il Paese, chiamato a rispettare in maniera puntuale tutte le raccomandazioni elargite dal Governo.

L’appello di Di Maio: “Il valore della parola responsabilità

Ci sono regole dei comportamenti, io lo capisco che siamo un popolo passionale, ci abbracciamo, ci baciamo: ma dobbiamo cambiare le nostre abitudini, sono misure temporanee ma vanno affrontate con responsabilità. L’Italia deve riscoprire il valore della parola responsabilità“, sono le parole del Ministro degli Esteri Luigi Di Maio pronunciate nel corso della recente diretta Facebook.

La migliore e più corretta informazione per combattere il panico e la psicosi e la più ossequiosa osservazione delle regole per impedire la proliferazione del virus: “La cosa più importante è non farlo proliferare. Come farlo? – chiosa Di Maio – Stando a casa il più possibile, salvo che per emergenze. Noi possiamo cambiare le nostre abitudini, più le cambiamo più sarà temporanea la misura“.

Le criticità nelle terapie intensive

Alle misure adottate su territorio nazionale, concrete e tangibili, volte a permettere l’anti-diffusione del virus, si aggiungono i provvedimenti interni presi intra mura ospedaliere.

La situazione più critica si registra nelle terapie intensive, in particolar modo quelle della Lombardia, la regione in assoluto più colpita.

Rimanere a casa non è il sol modo per evitare la proliferazione del virus, rompere e provare a contenere il domino di contagio significa soprattutto evitare potenziali e critici ricoveri entro reparti che potrebbero, per numero di pazienti, collassare.

Si privilegia la ‘maggior speranza’di vita

Una situazione che si evince dall’ultimo comunicato stampa SIAARTI (Società Italiana di Anestesia Analgesia Rianimazione e Terapia Intensiva) sull’Emergenza Covid-19: “Ma in una situazione così complessa, ogni medico può trovarsi a dover prendere in breve tempo decisioni laceranti da un punto di vista etico oltre che clinico“, si legge nel comunicato.

In particolar modo, dal documento redatto dalla SIAARTI si apprende come in questi momenti si “privilegia la ‘maggior speranza di vita’: questo comporta di non dover necessariamente seguire un criterio di accesso alle cure intensive di tipo ‘first come, first served‘”.

La stessa testimonianza di Marco Vergano all’Agi, medico anestesista rianimatore al San Giovanni Bosco di Torino, che ricalca sulla base dell’esperienza personale quanto sta accadendo: “In alcuni ospedali si è già costretti a scegliere a chi dare la priorità in terapia intensiva perché siamo in uno scenario che può essere assimilato alla medicina di guerra o delle catastrofi“.

Sempre Vergano all’Agi: “La polmonite da Covid-19 ha un decorso più breve e più benigno in chi è più giovane e sano: se un paziente ultranovantenne, ma potrebbe essere anche un ultrasettantenne con plurime patologie (NdR. viene ricoverato per Coronavirus) lo si sottopone a terapia farmacologica e ossigenoterapia, ma se quest’ultima non basta e l’insufficienza respiratoria progredisce, non lo si dovrebbe ricoverare in Terapia Intensiva“.

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