Medico cura paziente Covid-19 in un ospedale

L’emergenza coronavirus in Italia è una battaglia che sta impegnando milioni di persone. A qualcuno è richiesto solamente di restare in casa, limitare i contatti sociali. A medici e infermieri invece viene richiesto un lavoro ben peggiore e più pericoloso. Anche il premier Conte lo ha riconosciuto nel suo discorso di ieri sera, ma più delle sue parole fanno clamore quelle dei diretti interessati. In una lettera circolata a livello internazionale, 13 medici (la maggior parte di Bergamo) hanno denunciato la situazione al limite dell’ospedale e della Regione.

La lettera dei medici del Papa Giovanni XXIII

L’allarme e le terrificanti parole sono state pubblicate in una lettera sul New England Journal of Medicine Catalyst Innovations in Care Delivery.

Il titolo è chiarissimo: “Nell’epicentro della crisi pandemica e umanitaria da Covid-19 in Italia“. Il messaggio, ancora di più: la sanità bergamasca, lombarda e italiana è al collasso.
Bergamo è la città italiana più colpita dal coronavirus: sono oltre 7.000 i casi e centinaia i morti. Una situazione al limite, come denunciano i medici: “Il nostro ospedale è altamente contaminato, e siamo molto oltre il punto di non ritorno” si legge nella lettera.

I dati dall’ospedale di Bergamo

Nell’articolo viene specificato come tutto l’ospedale sia stato convertito alla lotta contro il coronavirus: “300 letti su 900 sono occupati da pazienti da Covid-19. Il 70% dei letti in Terapia Intensiva sono riservati per i pazienti critici con ragionevoli chance di sopravvivenza“. Un carico di lavoro del genere è insostenibile: “Lavoriamo molto al di sotto di nostri standard di cura – dicono i medici – I pazienti più anziani non vengono rianimati e muoiono da soli senza cure palliative, la famiglia viene avvisata via telefono“.

Il cambio di prospettiva richiesto dai medici

Tra gli spunti interessanti offerti dalla lettera pubblicata, c’è quello relativo al perché il sistema sia così particolarmente al collasso e che cosa servirebbe. “Il sistema sanitario occidentale è costruito attorno al concetto di cura del paziente – riferiscono i medici – ma un’epidemia richiede un cambio di prospettiva verso un concetto di cura della comunità“. Questo perché “le soluzioni per una pandemia sono necessarie per un’intera popolazione, non solo per gli ospedali“.


Tra i punti critici, citano, c’è il trasporto dei pazienti che avviene tramite sistema regionale, cosa che paradossalmente contribuisce al diffondersi del coronavirus. Andrebbero quindi limitati al minimo questi movimenti.

La lettera si conclude con 2 concetti molto forti: “Il coronavirus è l’ebola dei ricchi e richiede uno sforzo transnazionale coordinato“. E soprattutto: “Questa catastrofe avvenuta nella sana Lombardia potrebbe capitare ovunque“.

La replica dell’ospedale Papa Giovanni XXIII

Alla lettera che ha fatto il giro del mondo è seguita una replica da parte dei membri dell’unità di crisi dell’Ospedale di Bergamo. Di questa fanno parte anche direttori di dipartimento e L’Eco di Bergamo riferisce che sono “Costernati e profondamente addolorati, ci associamo alla loro presa di posizione“.


Tuttavia, tengono a sottolineare in una nota congiunta che “Molte affermazioni non corrispondono ai fatti. Non è corretto affermare che l’assistenza alle madri e ai bambini sia stata interrotta“. “Tutta l’Asst – viene riportato – sta combattendo con lo stesso impegno questa terribile battaglia“.

La lettera del medico veneto

Oltre a quella dei medici di Bergamo, sta avendo molta risonanza quella di una dottoressa veneta, condivisa da Il Gazzettino. “In queste settimane tutto ciò che avevo imparato del mio mestiere non esiste più” si legge sul quotidiano locale.

Il riferimento è ai colloqui con le famiglie e all’accudimento del malato. “Esistono pazienti soli, che spesso non possono nemmeno parlare al telefono – scrive la dottoressa – Se la giornata non è troppo massacrante […] vai al letto di quel malato, e componi tu il numero del figlio, o della moglie“.
Per tutto il resto del tempo, però, “restano soli“. Lo sconforto è enorme: “Persino l’empatia è un lusso. E nemmeno possiamo onorare i nostri morti“. Una situazione nella quale “il senso di parole come collettività, responsabilità civile, sepolte da decenni di idiozia e superficialità, stanno tornando nelle nostre discussioni“.

Ecco perchè dobbiamo stare tutti a casa“, dice alla fine. Un messaggio che grazie alle sue parole e quelle dei medici di Bergamo dovrebbe essere chiaro, inequivocabile. Solo così ne potremo uscire.

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