Una sartoria produce mascherine

La complessità della macchina burocratica italiana è risaputa: le lungaggini sono all’ordine del giorno quando il Paese è “normale”, ma la speranza e necessità concreta è che tale costume venga messo da parte durante l’emergenza Coronavirus. Tuttavia, sembra che alcuni ingranaggi non stiano funzionando ancora a dovere, causando ulteriori problemi. Un esempio arriverebbe dalle mascherine prodotte da numerose aziende italiane: prodotte a milioni, ma senza l’ok per la distribuzione.

Via libera all’importazione senza marchio Ce

A sottolineare il problema è la firma di Milena Gabanelli sul Corriere della Sera. La chiama la “beffa delle mascherine” e si rifà anche a quanto emerso nei giorni scorsi, con l’Ordine dei Medici costretto a bloccare l’utilizzo di 600mila mascherine ffp2 equivalenti; le stesse non sarebbero state autorizzate all’uso sanitario, benché inviate dalla Protezione Civile stessa.

Il problema mascherine in Italia c’è e per arginarlo si è dato il via a 2 tipi di iniziativa: da un lato il via libera selvaggio all’importazone di mascherine senza certificazione Ce. Arrivano a milioni dall’estero, ma una volta in Italia non sarebbe possibile fare le dovute analisi di conformità.

La Gabanelli riporta che quelle arrivate al Politecnico di Milano erano “la maggior parte porcheria“.

In Italia ci pensano le aziende, ma senza risposta

Diversa la situazione Italia. Il decreto del 17 marzo ha disposto la possibilità straordinaria di produrre mascherine chirurgiche e sistemi di protezione individuale alle aziende locali. Per non chiudere, molte si sono riconvertite e hanno iniziato a proporre e produrre le tanto agognate mascherine. Sul sito dell’Istituto Superiore di Sanità, nella sezione dedicata alla richiesta di produzione, è specificato che “la deroga prevista alla procedura ordinaria di certificazione dei dispositivi medici riguarda soltanto la tempistica e non gli standard tecnici e di qualità dei prodotti“.

In teoria, uno sveltimento burocratico non indifferente. Nell’allegato in cui è esposto il flusso della procedura viene anche indicato a chiare lettere che l’ISS risponderà entro 3 giorni dalla ricezione della richiesta e delle prove di conformità richieste. Sulla carta solo, sembrerebbe.

Milioni di mascherine in stock

Il report di Milena Gabanelli sul Corriere, infatti, sottolinea come la chiamata alle mascherine è stata accolta da centinaia di aziende. Alcune si sono già messe a produrne, come la Sapi di Reggio Emilia.

Tra loro, riporta la fonte, ci sarebbe anche la Fippi, che in 2 settimane avrebbe accumulato 4 milioni di mascherine, teoricamente prodotte rispettando i precisi standard di filtraggio. Tuttavia, l’ISS non avrebbe risposto entro i 3 giorni previsti e tutto sarebbe ancora fermo.

La Gabanelli, e probabilmente anche le aziende stesse, si domandano come sia possibile questa disparità di trattamento: via libera alle mascherine senza marchio Ce, ma tutto fermo in Italia nelle aziende che per stare aperte cercano di aiutare, investendo in pesanti ricondizionamenti.

Forse il vecchio costume italiano è difficile da togliere anche in circostanze straordinarie come queste, ma la speranza è sempre che il bene vinca sulla burocrazia.

Ok dall’ISS alle mascherine lombarde

AGGIORNAMENTO – Il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana ha annunciato di aver ricevuto il via libera dall’Istituto Superiore di Sanità per le mascherine lombarde. Tra queste anche quelle prodotte da Fippi.

Abbiamo finalmente ricevuto l’idoneità dall’Istituto Superiore di Sanità per la prima mascherina made in Lombardia. Un primo importante passo per fronteggiare l’emergenza mascherine, risposta che con orgoglio arriva dal nostro territorio e dall’impegno dei lombardi“, ha scritto su Facebook.

Il post di Attilio Fontana
Il post di Attilio Fontana

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