Fino all’ultimo, ha fatto il suo lavoro senza arrendersi. Lidia Liotta, 55 anni, caposala in una casa di riposo, è morta dopo aver contratto il coronavirus. La sua storia di immenso coraggio è stata raccontata dalla sua famiglia in una sentita testimonianza raccolta da Il Corriere della Sera.

Si era ammalata e poi era tornata al lavoro

Lidia viveva a Sciacca con il marito Calogero e con la figlia Maria Pia. Da 20 anni era lavorava alla casa di riposo Villa Serena a Predore, dove il coronavirus si è abbattuto nelle ultime settimane con grande violenza, contagiando diverse persone.

Lidia, da subito, si era mostrata molto in ansia per i suoi pazienti: “Già il 26 febbraio mi ha scritto di essere preoccupata perché i suoi ‘nonnini’ “, racconta la sorella Giusy, “come li chiamava affettuosamente lei, stavano male, c’erano dei casi di polmonite”.

La situazione si aggrava

La situazione si era poi aggravata perché anche Lidia si era ammalata, proprio nel momento in cui la casa di riposo vive una crisi nella crisi: oltre alla pandemia, arriva l’abbandono di un’infermiera mentre diverse altre si ritrovano a casa in malattia.

 

Lidia, dopo pochi giorni, era rientrata al lavoro tra le proteste dei suoi cari, preoccupati per lei. La caposala non aveva ceduto: Un capitano non abbandona la nave, i miei nonnini hanno bisogno di me, aveva detto alla sorella Giusy.

Il peggioramento, poi la morte

Le cose sono però peggiorate drasticamente intorno alla metà di marzo: “L’11 marzo ha avuto un tracollo, ricordo che sentiva un forte dolore alle ossa. Mi ha scritto di essere dispnoica, e non riusciva a respirare. Da allora non l’ho più sentita.

 L’ultimo messaggio me l’ha inviato poco dopo il ricovero. Diceva: Io da qui uscirò morta”.

La sua morte ha provocato un dolore immenso nella sua famiglia ed un vuoto nella casa di riposo, dove negli ultimi tempi ha usato tutte le forze che aveva: “Faceva i doppi turni, entrava alle 7 e usciva alle 20.30. Forse gli stessi dirigenti avrebbero dovuto tenerla a casa”.

Il cognato: “Zero tamponi al lavoro”

Anche il cognato, su Facebook, ha scritto parole di rabbia per la morte della donna: “Costretta ad essere in servizio nonostante stesse male, per mancanza di personale (lei era la caposala).

Zero tamponi al lavoro. Aveva già la febbre prima del ricovero. Nessuno le ha detto di stare a casa. Il suo ultimo turno è stato di 13 ore”.

Il direttore della Casa di Riposo: “Non sapevamo che stesse così male”

Il direttore della struttura, Tiberio Foiadelli, è intervenuto in merito: “Era una persona con una grande abnegazione al lavoro, prima come infermiera e poi come caposala. Non sapevamo che stesse così male, era rimasta a casa qualche giorno prendendo delle ferie ed era rientrata per poco perché doveva effettuare dei colloqui alle nuove infermiere, e so che è stata male una sera poco dopo essere rientrata, lo abbiamo saputo quando ci è arrivato il certificato medico elettronico.

È una tragedia che ha colpito tutti”.