medico effettua un tampone su una paziente

L’immunità di gregge è definita come un “mito” che avrebbe pesanti ripercussioni sul piano etico. Sono le considerazioni di Raina MacIntyre, professoressa a capo del programma di ricerca sulla bio-sicurezza dell’Università del Nuovo Galles del Sud, in Australia, in un rapporto sullo stato della pandemia di Covid-19: “Penso che ci siano degli interrogativi dal punto di vista etico in questa idea di sacrificare la parte più vulnerabile della popolazione per il bene dei più giovani e forti e, per me, tutto ciò ha le connotazioni dell’eugenetica”.

L’immunità di gregge: che cos’è

L’intervento della professoressa MacIntyre, caricato sul canale Youtube dell’Università, arriva in un momento di forte dibattito sull’immunità di gregge, sulla sua reale efficacia e sui costi sociali ai quali esporrebbe le nazioni.

Per immunità di gregge si intende la capacità di un gruppo di resistere all’attacco di un’infezione nel caso una parte rilevante dello stesso gruppo abbia sviluppato l’immunità. Maggiore è la percentuale di persone già immuni alla malattia, minore è la probabilità che un individuo non immune venga contagiato.

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Una strategia con costi sociali troppo alti

La percentuale di popolazione con la quale si realizza l’immunità di gregge varia da malattia a malattia, ma tentare di raggiungerla deliberatamente, non contenendo cioè il contagio, può avere enormi rischi: “Quello che si vede tipicamente è un grande aumento dei casi a fronte di un guadagno molto piccolo – ha spiegato la professoressa MacIntyre – Arrivando probabilmente a circa il 20-30% della popolazione colpita si avrebbe nuovamente la necessità di ulteriori lockdown, perché il sistema sanitario sarebbe troppo sotto pressione”.

Perseguire l’immunità di gregge porterebbe quindi ad una situazione ciclica con ondate successive di contagi che avrebbero gravi conseguenze su popolazione e strutture ospedaliere.

Si tratta, del resto, di considerazioni alla base dell’ampio dibattito avvenuto in alcune nazioni, come il Regno Unito dove hanno adottato in un primo momento questa strategia.

Troppo pochi i dati sul virus

Il problema è stato sintetizzato anche da Adam Kamradt-Scott, esperto di salute pubblica e relazioni internazionali dell’Università di Sydney, secondo il quale sono ancora troppo pochi i dati su questo virus per potersi affidare a strategie così rischiose: “Al momento non sappiamo per quanto tempo duri l’immunità per il SARS-CoV-2 – ha dichiarato al quotidiano australiano The Sydney Morning HeraldInoltre non sappiamo se ci saranno mutazioni molto lievi in grado di far circolare un ceppo diverso del virus e, se ciò dovesse accadere, non sappiamo ancora se l’esposizione precedente possa fornire un’immunità sufficiente”.

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