Volto di una barbie stretto tra le mani di un maltrattore

di Avv. Enrica Balletta

Restate a casa” solo in questo modo “Andrà tutto bene”: sono le due frasi che hanno caratterizzato gli ultimi mesi italiani.

Rimanere tra le mura domestiche sembra essere uno dei pochi rimedi per combattere il dilagare del coronavirus e per sentirci sicuri e lontano dai pericoli.

Ma è veramente sempre così? Per molti per fortuna sì, la casa rappresenta un rifugio sicuro, ma per altri, purtroppo numerosi anche questi, rappresenta una sorta di prigione, nella quale si consumano veri e propri atti di violenza.

Essere obbligati a rimanere in casa, 24 ore su 24 con il proprio partner, o con altri familiari, aumenta sensibilmente la probabilità di episodi di violenza casalinga e si accompagna con la limitata possibilità di denuncia o di difesa da parte della vittima.

Molte persone si ritrovano davanti a un bivio: uscire e infrangere le regole nazionali con la paura di un effettivo contagio e con il timore di essere scoperti nell’allontanamento da casa, o restare proprio fra quelle mura e rischiare di subire violenza.

Essere costrette a vivere con il proprio maltrattatore

Ci si trova davanti ad uno scenario spaventoso: essere costretti a vivere sotto lo stesso tetto con colui che rappresenta il potenziale maltrattatore e a dover subire una situazione di emergenza, in un momento, esso stesso, di oggettiva emergenza.


Anche fare una telefonata ad un familiare per richiedere aiuto o, nei casi più gravi, denunciare alla polizia di aver subito violenza, può rivelarsi sempre molto difficile e in questo periodo ancora di più.

Una donna in pericolo, dunque, come potrebbe manifestare una richiesta di soccorso? 

Mascherina 19: la parola per segnalare la violenza domestica

Una delle poche occasioni per uscire di casa è avere una valida ragione per potersi allontanare: andare a fare la spesa o recarsi in farmacia sono fra quelle più comuni.

Nelle isole Canarie è nata un’iniziativa, in collaborazione proprio con le farmacie, con l’intento di arginare tale fenomeno che si è diffuso poi all’intero territorio spagnolo.

“Mascherina 19”, in spagnolo “Mascarilla 19”, diventa la parola d’ordine, espressione molto diffusa in questo momento di emergenza e dietro la quale si cela, invece, una denuncia di essere vittime di violenza e di subire maltrattamenti all’interno della propria abitazione.

Il farmacista, quindi, preso atto della parola in codice utilizzata, darà avvio al protocollo con il supporto del Governo locale e delle associazioni delle farmacie. Allerterà la polizia e di conseguenza la procura dell’accaduto per consentire di attivare il sistema di sostegno e protezione delle vittime.

In Italia, invece, ci si affida agli sportelli di ascolto e ai centri antiviolenza con l’obiettivo fondamentale di attuare iniziative di prevenzione e contrasto ad ogni forma di violenza.

Laddove per contrasto deve intendersi un variegato panorama di attività che, nel loro complesso, sono impegnate a condurre chi ha subito violenza, verso la riscoperta della propria identità, del proprio valore, delle proprie competenze, per ritrovare così il desiderio di un nuovo progetto di vita.

È indispensabile, pertanto, tranquillizzare le potenziali vittime convincendole che la fitta rete antiviolenza predisposta per la loro tutela è sempre presente e in grado di sostenerle.

I centri antiviolenza, infatti, continueranno a fornire loro consulenza, sostegno, assistenza e protezione, rimanendo disponibili 24 h su 24 e 7 giorni su 7, con il supporto del numero nazionale antiviolenza gratuito 1522, sempre attivo e raggiungibile da tutta Italia.

Il decreto antiviolenza

Come comunica il Dipartimento Pari Opportunità è stato di recente firmato il Decreto con iter straordinario al fine di erogare ben 30 milioni di fondi antiviolenza.

VIOLENZA SULLE DONNE, MINISTRA BONETTI SBLOCCA 30 MILIONIFirmato il decreto con iter straordinario per l’erogazione di…

Pubblicato da Dipartimento Pari Opportunità – Presidenza del Consiglio dei Ministri su Giovedì 2 aprile 2020
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La procedura, voluta d’urgenza dal Ministro per le Pari Opportunità e la Famiglia, Elena Bonetti, stante l’emergenza da Covid19, ha permesso di sbloccare le risorse, già ripartite alle Regioni per il 2019, pur in assenza della programmazione da parte delle Regioni, normalmente richiesta nell’iter ordinario.

Un’azione che, per quanto mi riguardaha commentato il Ministro Bonetti sul sito ufficiale del 1522ho ritenuto doverosa, ben conoscendo il lavoro che i centri antiviolenza e le case rifugio stanno continuando ad assicurare in questi giorni di emergenza, superando con dedizione le molte difficoltà e i rischi legati al contagio.

  […] Tuttavia, questo tempo drammatico in cui continuano a raggiungerci notizie di violenza domestica, fino al femminicidio, ha reso doveroso e necessario un intervento straordinario. Perché i centri antiviolenza e le case rifugio possano lavorare sentendo il nostro sostegno e perché le donne vittime di violenza sappiano che la loro vita è importante per tutti noi. C’è un Paese intero che le vuole libere dalla violenza ed è pronto a sostenerle”.

Il percorso della violenza: i campanelli d’allarme

Come accorgersi di un comportamento che potrebbe degenerare?

Di solito la violenza segue una strada ben precisa. È difficile che si colpisca all’improvviso, senza alcun segnale premonitore: dalla denigrazione si passa a forme di continue offese e isolamento, fino a giungere ad un controllo sempre maggiore. Più la donna alza il proprio livello di tolleranza, maggiori saranno le violenze psicologiche praticate dal proprio maltrattatore e, concluse queste, si passerà, con tutta probabilità, a quelle fisiche.

Alcuni lividi potrebbero essere facili da nascondere con un velo di trucco, ma con il passare del tempo le ferite provocate, e non ci si riferisce solo a quelle fisiche, diventano insanabili e si perde progressivamente la forza di reagire di fronte a violenze che non fanno rumore, ma che creano comunque cicatrici anche se invisibili.

Bisogna cambiare le mentalità. Si rivela indispensabile imparare ad essere sensibili alla violenza e riuscire a riconoscerla in quanto tale.

Il primo passo da compiere è il saper riconoscere la violenza per poterla affrontare. Un processo che non si può fare in solitudine: è fondamentale, infatti, il sostegno di familiari, amici, professionisti. L’aiuto di una rete che possa proteggere e spingere verso una nuova vita.

Gli sportelli antiviolenza

In questo contesto l’attività svolta dagli sportelli anti violenza ha l’intento di sensibilizzare le donne ed i nuclei familiari conflittuali, di contribuire a far uscire allo scoperto dinamiche violente e fornire alle “vittime” sostegno legale e psicologico. Oltre che mettere le vittime a conoscenza dei propri diritti e di come tutelarli.

L’obiettivo che ci si pone di raggiungere è difendere, da un punto di vista psicologico e legale, i soggetti maltrattati dalle più svariate forme di violenza psicologica e/o fisica, diffondere una cultura della non violenza, predisporre e promuovere strategie condivise tese a definire ogni azione utile per contrastare il fenomeno di eventuali maltrattamenti ed al fine di evitare che ignoranza e paura possano prevalere, traghettare le donne al di fuori dell’omertà da cui, il più delle volte, vengono circondate.

Le parole da non usare per parlare di violenza

Sentiamo dire da sempre che le parole hanno un peso e spesso possono ferire più delle azioni: usarle contro una donna in modo inadeguato, perfino con complimenti troppo arditi o con battute sessiste, è un modo per fare del male, denigrando il loro valore e creando una fitta rete di pregiudizi.

Le parole, allo stesso modo, sono in grado di sostenere le donne ad uscire da una sorta di tunnel in cui vengono relegate e possono contribuire a denunciare violenze ed ogni forma di sopraffazione. 

Il percorso per chi decide di denunciare è il più delle volte dolorosissimo.

Dopo anni di soprusi, attraversando il dolore fisico e la paura, si deve arrivare alla consapevolezza di poter uscire da questi meccanismi malati e finalmente si deve poter passare oltre.

Dopo un percorso con professionisti che possono aiutare la “vittima” scatta come la voglia di farcela e per fortuna, il più delle volte almeno, si riesce ad intravedere la luce al di là del buio in cui si rischia di essere relegate.

“La luce non ha paura del buio, ma è il buio che teme la luce perché quando essa si accende il buio scompare” (S. Zancheddu).

Avv. Enrica Balletta
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