gaia contini

Gaia Contini aveva 27 anni e nutriva una grande speranza: ricevere un trapianto di polmoni per poter ottenere la possibilità di una vita, nonostante la forma di sclerosi tuberosa che la affliggeva.

Gaia, però, non ha mai potuto realizzare i suoi desideri: è morta alla clinica Maugeri di Veruno, lo scorso 21 marzo. Era in clinica da dicembre, in attesa del trapianto. Ufficialmente è risultata positiva al coronavirus, ma per oltre un mese i suoi familiari non hanno saputo dove fosse il suo corpo, non hanno potuto vedere la sua cartella clinica né gli è stato permesso di fare un’autopsia.

Gli ultimi giorni di vita di Gaia sembrano avvolti da una nebbia di interrogativi, che i suoi cari vogliono dissolvere con un’inchiesta. Al loro fianco c’è l’avvocato Serena Gasperini, che The Social Post ha intervistato per capire qualcosa di più su una vicenda alquanto oscura.

Gaia sarebbe dovuta rimanere in un ambiente sterile

Gaia Contini era entrata in clinica a dicembre scorso dopo essere riuscita, con sacrifici e fatica, ad ottenere i requisiti clinici che la rendessero idonea al trapianto: “Una trapiantanda deve stare abbastanza bene da poter avere garanzie di sopravvivenza post-trapianto”, spiega l’avvocato Gasperini.

Gaia era una 27enne con una malattia genetica, ma di fatto in buone condizioni: il suo era un equilibrio molto fragile, comunque, che avrebbe richiesto estreme precauzioni. Spiega infatti l’avvocato che “anche lo starnuto di una persona può essere un problema per chi si prepara ad un trapianto”, ma i fatti fanno dubitare che alla Maugeri si siano presi tutti i provvedimenti per proteggerla.

Le telefonate: prima i sintomi, poi il silenzio

Verso la metà di marzo la 27enne aveva parlato con la zia e tutrice, Silvana Vinci, di “strani movimenti” all’interno della clinica.

Il 12 marzo, la Maugeri ha messo uno stop alle visite dei parenti e il 14 Gaia ha cominciato ad avere febbre e freddo. Da quel momento zia e nipote hanno solo comunicazioni via telefono e, a partire dal 19 marzo, nemmeno più quelle: Gaia non accede più al suo smartphone e la zia si preoccupa. Silvana comincia a chiamare la clinica, che però non risponde. Il 20 marzo una mail esasperata della donna sembra smuovere le acque, e il 21 la chiamano dalla clinica dicendole che stanno intubando la ragazza.

Poche ore dopo, comunicano alla donna che la nipote è deceduta.

L’ultimo saluto a Gaia: nascono altri dubbi

Nel dolore della perdita, i familiari di Gaia vogliono andare a darle l’ultimo saluto. Anche in quel momento però accade qualcosa di strano, come riporta Gasperini: “Loro hanno chiamato per chiedere -in piena epidemia Covid, con i morti e le bare sui camion- se dovessero prendere delle precauzioni, e dalla clinica hanno risposto che non era necessario”. La clinica poi dichiarerà di aver fatto il tampone alla ragazza, che sarebbe risultato positivo.

Ai familiari non è stata successivamente offerta la possibilità di fare un tampone.

Il mistero sull’ora del decesso

Un altro elemento ha dato da pensare: vicino al letto di Gaia, i suoi parenti avrebbero visto segnata come ora del decesso le “14.24”. A quell’ora, però, la clinica stava comunicando alla zia che qualcuno era in procinto di intubare la ragazza, e dunque che era viva. Un’ incongruenza da spiegare: “Questo è un dato che dovrà essere incrociato con cartella clinica, comunicazioni varie, e altri elementi. Molte volte quando si è in una situazione in cui si ipotizza che non ci sia malafede, la si può giustificare come ‘informazioni sovrapposte o ritardate’, ma quando ci sono casi in cui non si pensa alla buona fede, allora questo si affianca ad altri tipi di responsabilità”.

Il silenzio della clinica

Dopo una prima fase di frastornante dolore, la tutrice di Gaia decide che vuole vederci chiaro. Si affida ad un avvocato e sporge denuncia, ma i tentativi del team legale di avere la cartella clinica e vedere il corpo vanno a vuoto per settimane. Il pubblico ministero giudica l’autopsia “non necessaria” e dalla Maugeri, davanti alle domande della famiglia, si leva un assordante silenzio.

“Sembra che abbiano parlato sempre tramite l’ufficio stampa”, spiega l’avvocato Gasperini, “dicendo che loro sono sempre a disposizione. Fino ad adesso abbiamo notato che hanno un problema con le mail: le mail vengono inviate (da legale e famiglia, ndr), ma pare abbiano…un problema di connessione”. Eppure, le domande a cui rispondere sono tante: perché non sono state date spiegazioni alla famiglia sui buchi di comunicazione poco prima della morte? Il tampone è stato fatto sul cadavere? E perché non prima? Chi ha intubato Gaia ha seguito la procedura da manuale ed aveva le competenze per farlo?

Se Gaia era stata contagiata, chi l’ha infettata?

E, soprattutto: ci sono state delle negligenze nel proteggere Gaia Contini dal contagio?

Si parla di epidemia colposa

Ciò che si sa è che in clinica la situazione coronavirus doveva essere ben chiara, tanto che il 20 marzo (giorno prima del decesso) la Maugeri ha cominciato ad accogliere pazienti Covid. Se si scoprisse che non erano state prese le necessarie precauzioni per tutelare i pazienti, si arriverebbe a parlare di epidemia colposa: “La loro responsabilità, se venisse confermata, è di aver contribuito a un contagio. E poi, una cosa è se nessuno avesse saputo niente: qui è dalla fine di gennaio e dai primi di febbraio che la situazione era chiara, specialmente in strutture sanitarie, dove la tutela dovrebbe essere la norma”.

Gaia è stata l’unico decesso che desta sospetti?

La famiglia di Gaia sta lottando per far emergere la verità, con lo strascico di dolore che ciò sicuramente comporta. È possibile che ci siano altri “casi-Gaia”, che però nella tragedia di un contesto tanto difficile potrebbero non venire mai alla luce. “C’è un altro parente”, racconta Gasperini: “Gli è morto il familiare ma in questo momento è preso dal dolore e dalla devastazione che questa perdita ha comportato.

Non ha certamente testa di mettersi a fare la lotta con una clinica, con un direttore e con tutto quello che comporta”. Oggi verrà effettuata l’autopsia sul cadavere di Gaia, che si è scoperto essere sempre rimasto nella clinica: un corpo atteso per settimane e che sicuramente avrebbe potuto dare, un mese fa, molte più risposte di quelle che darà ora.

Medici e infermieri: le voci assenti

Come sia l’attuale situazione alla clinica di Veruno, non è dato saperlo. “Adesso scommetto che se andate è tutto asettico”, dice Gasperini: “Non trovate neanche una garza fuori posto.

Il problema è quando non c’era nessuno a controllarli: lì, ci sono solo le voci dei parenti e dei pazienti”.

Gli unici altri che possono aiutare a capire come sono andate le cose sono coloro che alla clinica ci lavorano, ma parlare non è una scelta facile in un contesto tanto problematico: “Si metta lei nei panni di un’infermiera o un medico che deve prendere coraggio, andare da un pubblico ministero e dire, per esempio: ‘Guardi che lì ci mettevamo le mascherine solo quando lavavamo i pavimenti e c’era puzza di varechina. Chi ce l’ha questo coraggio, e mette a repentaglio il proprio posto di lavoro?”.

Dal canto loro gli istituti Maugeri, in home page sul loro sito, hanno pubblicato un post dal titolo “Emergenza Covid-19: le misure di protezione che stiamo mettendo in atto per la salute dei nostri pazienti”. All’interno del post si parla di sospensione delle visite parenti e delle visite mediche non necessarie, nonché di screening all’ingresso. Delle norme da seguire all’interno della clinica, però, non si fa menzione.