medici che curano un paziente per coronavirus

Un’intera famiglia colpita dal coronavirus: una situazione che ha svelato sofferenze personali e inefficienze della macchina organizzativa. È quanto accaduto a Luca Paladini, 50enne attivista dei Sentinelli di Milano. In poche settimane ha rischiato di perdere prima il padre e poi la sua stessa vita: “C’è tanta umanità da parte del personale negli ospedali – ha raccontato in un’intervista a Il Fatto QuotidianoE c’è il disastro organizzativo nella gestione dell’emergenza da parte della Regione”.

L’inizio dell’Odissea: da un ospedale all’altro

L’odissea inizia a metà marzo, quando al padre di Luca, 84enne affetto da leucemia, viene la febbre.

La preoccupazione è grande, perché sotto lo stesso tetto vive anche la mamma, 78 anni, paziente oncologica con un tumore al pancreas. Il 16 marzo, vista la febbre sempre più alta, Luca decide di chiamare l’ambulanza: “Lì accade la prima cosa che mi lascia basito: il barelliere inizia a chiamare tutti gli ospedali per chiedere se avessero posto. Gli dicono tutti no. All’ottava chiamata dice sì il MultiMedica di Sesto San Giovanni”. Dopo sette ore, però, il padre viene rimandato a casa con una diagnosi di bronchite; senza essere sottoposto a tampone o a esami specifici per il Covid-19.

Nelle ore successive continua a peggiorare, tanto da spingere Luca ad inviare una fotografia del precedente referto ad un amico medico, il quale gli svela che la vera diagnosi è di broncopolmonite o polmonite: “Ho pensato che non avessero la possibilità di tenere tutti e che mio padre, così anziano, fosse uno da rimandare a casa per lasciare spazio a uno più giovane“, ricorda con amarezza Luca. “Cosa che avrei capito, se mi fosse stata detta”.

A quel punto il padre peggiora ulteriormente. Dopo un paio di giorni viene caricato una seconda volta sull’ambulanza verso il MultiMedica di Sesto San Govanni. Durante il tragitto è colpito da crisi respiratoria e deve essere fermato d’urgenza al San Carlo di Milano. Questa volta i medici lo sottopongono subito a tampone, che risulta positivo, e dispongono il suo ricovero in terapia sub-intensiva.

La morte annunciata e la ripresa

Nel frattempo anche Luca e il suo compagno cominciano a sentirsi male, mentre il tampone fatto alla madre è anch’esso positivo.

La tegola definitiva arriva con una telefonata dell’ospedale, che lo avvisa del fatto che il padre sta morendo. “Mia madre aveva scoperto nel giro di 5 minuti di avere il Coronavirus e di stare per perdere quello che era suo marito da 60 anni”, si legge nell’intervista. L’ultimo saluto viene consentito solo a distanza, attraverso una videochiamata fredda quanto terribile, dato che il padre non è più lucido.

Nonostante la fine sembri ormai vicina, con grande sorpresa l’anziano piano piano si riprende e dopo 10 giorni di agonia inizia un lento percorso verso la guarigione, fatto di tenacia e amore per la vita: adesso sta meglio ed è in attesa del trasferimento, quantomai delicato, in una Rsa.

La paura di morire

In tutto ciò Luca non ha potuto nemmeno godersi la buona notizia, perché dall’11 aprile è stato ricoverato in terapia sub-intensiva dopo la positività del suo tampone. 16 giorni di cattivi pensieri, sospeso tra la vita e la morte in un casco per la ventilazione. Ora è tornato a casa, anche se la forma non è ancora quella ottimale. Di questa avventura rimarrà nei suoi occhi, indelebile, l’ultima immagine di un uomo, ricoverato in ospedale nel letto accanto al suo: “Gli dicono che devono intubarlo, lui va via e mi dice: ‘Promettimi che ci rivedremo’; muore dopo tre giorni, uno strazio”, ha detto al Fatto Quotidiano.

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