Contatto tra un operatore OAES e un disabile

Parlare di sesso in Italia può essere molto difficile, è uno di quegli argomenti iscritti nel lungo elenco del “non se ne parla” in pubblico. Oppure, al contrario, se ne parla fin troppo sfoggiando numeri e prestazioni che rende anche questo un modo sbagliato di trattare un argomento che dovrebbe essere naturale e disinvolto.

Anche la scuola, a tutti i suoi livelli, non aiuta ad avvicinarsi ad una questione così centrale. L’educazione sessuale come materia scolastica, promessa mai mantenuta, può voler dire un’educazione alle emozioni, alla conoscenza del proprio e dell’altrui corpo, alla prevenzione e a come vivere con naturalezza e responsabilità la sessualità.

Molte sono le difficoltà a trattare questo tema, molte se ne aggiungono se a questo ne uniamo un altro nei confronti del quale troppo spesso nascondiamo la testa sotto la sabbia: la disabilità.

Per fare chiarezza sulla situazione in Italia ho raggiunto il Prof. Fabrizio Quattrini, psicologo, psicoterapeuta, sessuologo clinico, Presidente dell’Istituto Italiano di Sessuologia Scientifica, vice presidente del Comitato “LoveGiver” e coautore nel libro “LoveAbility – Assistenza sessuale alle persone con disabilità“.

Assistenza all’emotività, all’affettività e alla sessualità

A che punto siamo in Italia con l’O.E.A.S., l’assistenza all’emotività, all’affettività e alla sessualità?

Mi fa piacere che tu abbia utilizzato l’acronimo che abbiamo ideato noi italiani, perché la figura prevalente che ancora oggi esiste e nello stesso tempo crea un po’ di dissonanze è la famosa assistenza sessuale alle persone disabili, e già il fatto che entri nel linguaggio comune un acronimo diverso, quindi operatore all’emotività, all’affettività e alla sessualità (O.E.A.S.), mi piace perché significa far capire cosa sta succedendo in Italia.

Il Prof Quattrini mi spiega che dal 2014 ad oggi sono stati fatti una serie di passaggi importanti.

Insieme alla Love Giver e Max Ulivieri, ha costruito un protocollo preciso rispetto alla figura dell’operatore all’emotività, all’affettività e alla sessualità. È iniziato il primo corso di formazione e si stanno per abilitare i primi 10 operatori, iniziando anche una fase più pratica del protocollo che è quella del tirocinio.

“Manca una regolamentazione, per cui la figura dell’operatore non ha ancora un riconoscimento dal punto di vista politico, giuridico o lavorativo, però per noi è un traguardo importante, perché capiamo le esigenze di genitori, familiari e persone con disabilità e questo ci permette di dare una possibilità di intervento preciso e mirato”.

Se nel 2014 c’era stata la speranza di far approdare in Parlamento un disegno di legge, portato avanti con l’allora senatore Sergio Lo Giudice, ora questa speranza sembra svanita: “I cambi di governo poi hanno fatto decadere il tutto e quindi il DDL è rimasto nel cimitero dei DDL”.

La politica e la disabilità

Oltre al Parlamento c’è stata un’altra speranza per vedere regolamentata una situazione così complessa e così importante come quella che nasce dall’incontro della sessualità e della disabilità: “Le Regioni hanno la possibilità di attuare una sperimentazione e a quel punto lo Stato potrebbe prenderlo come punto di riferimento per farlo diventare legge.

Abbiamo avuto degli stimoli importanti in Emilia Romagna, Toscana e Lombardia, però poi anche lì ci sono state delle difficoltà, che non dipendono necessariamente dai vari partiti, non c’è stato un solo colore che appoggiava il nostro progetto e questo è importante secondo me, però nonostante questo non siamo riusciti a raggiungere gli scopi che ci eravamo prefissati.

Questo significa che ad oggi non esiste una regolamentazione giuridica rispetto a questa tematica e quindi ci stiamo muovendo in maniera autonoma come associazione Love Giver per la promozione di quello che è l’operatore in questione e io sto lo sto portando avanti anche dal punto di vista scientifico per produrre materiale per dare credibilità a quello che stiamo facendo”.

Il Prof. Quattrini mi racconta che per la prima volta nel 2020 ha portato l’associazione Love Giver in campo internazionale con un progetto realizzato con un collega canadese specializzato in sexual design, quindi nella costruzione di sex toys ad hoc usabili da persone disabili e questo progetto è stato pubblicato sulla rivista internazionale Sexuality and Disability.

Quando uno psicologo O.E.A.S è inquadrato come prostituto

La situazione in Europa appare diversa, ma allo stesso modo confusa. Spesso si sente dire che in altri Paesi esiste l’assistenza sessuale per i disabili, ma è davvero così? “Alcuni Paesi come la Germania, l’Olanda, l’Austria, la Svizzera tedesca, hanno delle regolamentazioni differenti in materia di sessualità”, ovvero esistono leggi inerenti al sex working e quindi queste lasciano aperte strade anche per alcuni interventi di assistenza sessuale.

Il Professore mi svela addirittura che alcuni suoi colleghi psicologi, formati anche dal punto di vista di assistenza sessuale sono inquadrati “sia giuridicamente sia fiscalmente dalla loro regolamentazione come sex worker, quindi come prostituti.

 

Questo ci fa capire quanto sia difficile sganciare la dimensione di ciò che stiamo cercando di portare avanti noi che nulla ha a che fare con la prostituzione con quello che nel nord Europa è sempre stato portato avanti rispetto al sex worker. Questa è l’unica realtà legislativa: cioè non esiste una regolamentazione specifica per la sessualità nella disabilità“.

Chi è l’operatore se non è un sex-worker?

Spesso la domanda che viene fatta è cosa fa l’O.E.A.S. se non è un sex worker?

Si occupa in primis di creare un collante con una serie di persone, fa una grande rete rispetto all’affettività e alla sessualità della persona disabile.

Tu immagina che la persona disabile non sa neanche con chi parlarne o se ne parla lo fa con i genitori o con i familiari e se non sono preparati potrebbero non essere in grado di sapere dove andare a parare. 

L’operatore nostro diventa una persona a cui confidare certi argomenti e affrontarli in modo più funzionale possibile. 

Quindi, grande collante per la rete e poi dall’altra parte permette quella che diventa un’educazione reale all’affettività e alla sessualità, perché attraverso dei percorsi che sono strutturati in questo protocollo gli operatori aiutano le persone con disabilità a viversi al meglio quella che è l’affettività e la sessualità.

Quando un genitore arriva a masturbare il proprio figlio

Rispetto alla sessualità il nostro operatore non farà mai sesso con la persona disabile, ma lo permetterà in maniera più pratica quando ci sono le esigenze e le necessità importanti. Ti faccio l’esempio di una persona che non si è mai masturbata, ma ha il desiderio di farlo, ma non può farlo perché non ha l’abilità delle mani o di alcune parti del corpo: il nostro operatore potrà anche andare a sostituirsi a quelle mani sempre in un’ottica, in cui ci sono una serie di strategie che stiamo valutando, di portarlo ad una autonomia e costruendo un percorso utile alla possibilità che lui ci riesca anche successivamente da solo.

Per me questo è fondamentale perché se non viene fatto da un operatore qualificato purtroppo oggi chi lo fa è il genitore e questo io lo reputo ancora più devastante. Quello che a volte mi viene rimandato è che diamo la possibilità di masturbarsi alle persone disabili: non avete capito! Non è questo, quello che sta succedendo è molto più grave, forse lo state sottovalutando e ci sono dati ufficiali su questo.

Una vita senza sesso

Cosa comporta una vita senza sessualità, al di là della disabilità?

Caratterialmente non siamo tutti uguali, quindi ci sono persone che in uno spettro di quella che è l’esperienza erotico-sessuale sono più sul versante di bassa libido e quelli che sono particolarmente focosi

La persona con disabilità vive non solo questa dimensione all’interno dello spettro di desiderio, ma anche degli aspetti tipici della disabilità. Per questo motivo l’O.E.A.S. lavora in equipe con uno psicoterapeuta, un sessuologo, un medico e tutti insieme intervengono in maniera più chiara e funzionale.

La persona con disabilità potrebbe avere quindi a volte più difficoltà a comprendere, immaginati tutte le disabilità cognitive e gli autismi, con vari livelli di funzionalità, allora lì l’intervento è mirato a conoscere una vera esigenza, senza andare a spingersi a fare per forza delle cose legate alla sessualità, ma si va a capire il tipo di intervento ad hoc per quella persona

A volte le persone immaginano che fare sesso sia semplicemente l’atto penetrativo o comunque la stimolazione dell’area genitale, in realtà non è così, fare sesso è viversi un’esperienza del piacere che non necessariamente contempla solo l’area genitale, quindi riuscire ad entrare sempre di più in questo aspetto dà la possibilità a certe persone di ritrovare una pace anche con se stessi.

Disabilità fisica e cognitiva

Vi rivolgete, quindi, sia a disabili fisici sia a quelli cognitivi?

Assolutamente sì, qualsiasi tipo di disabilità. Questa è un’altra cosa che ci ha differenziato negli anni, rispetto a tanti colleghi che prima di me si sono occupati di sessualità e disabilità e che si sono concentrati soprattutto sulla disabilità motoria.

Noi, dal momento che abbiamo deciso di creare un protocollo e un progetto che facesse la differenza, abbiamo preso in considerazione tutte le disabilità.

Altro aspetto molto importante è che non c’è una differenza di genere: ci sono gli uomini, donne, ci sono gli orientamenti sessuali e ci sono situazioni limite particolari. Mi è capitato di essere contattato da genitori che avevano un dubbio sull’eventuale disforia di genere nel ragazzo disabile e in quel caso c’era un ulteriore passaggio da dover valutare all’interno della dimensione affettiva e sessuale di quella persona. Noi non abbiamo escluso nulla, abbiamo provato a raccogliere il tutto, perché tutto ciò che appartiene al mondo della disabilità deve essere supportato.

 

Il supporto alle famiglie

C’è un supporto anche alle famiglie?

Assolutamente sì. Considera che in una prima fase, dal 2014 al 2017, abbiamo incentrato il tutto non solo sulla costruzione di quello che è stato il protocollo dell’operatore, ma soprattutto su quella che era l’informazione e la formazione di terze persone: una serie di eventi con i familiari per dare supporto informativo, corsi di formazione agli operatori o ai volontari dei centri operativi con disabili, e ancora a colleghi psicologhi, fisioterapisti, assistenti sociali, operatori socio sanitari e agli educatori. Abbiamo creato un substrato importante, non solo portando il nostro contributo, ma cercando di formare quelle stesse persone.

Perché? Perché sia i familiari, sia gli operatori devono collaborare con lO.E.A.S, ad oggi l’operatore formato viene automaticamente inserito all’interno di certe strutture dove c’è già stata una preparazione per poter creare una dimensione di intervento con le persone disabili e questo ci ha permesso oggi in fase 2 di essere un po’ più operativi rispetto a prima. 

Tu hai nominato più volte il protocollo, è visibile?

No, perché mi piacerebbe prima pubblicarlo ufficialmente. È tutto molto complesso nel mondo scientifico, perché i tempi sono a volte molto lunghi. I ragazzi che stiamo formando lo conoscono e già questo mi permette di avere un riscontro importante.

 

Prima hai nominato l’associazione Love Giver, cos’è?

Love Giver è un’associazione che nasce nel 2013 con un gruppo di persone motivate a far parlare di assistenza sessuale in Italia, capitanate da Max Ulivieri, che ancora oggi è il Presidente della Love Giver. Nel 2014 incontro Max Ulivieri, ci piacciamo subito e lì nasce un sodalizio e una comunione importante. Abbiamo ristrutturato l’aspetto del comitato stesso e siamo partiti con tutte quelle situazioni che ti raccontavo: la prima e la seconda fase e con quello che si spera diventerà la terza fase, molto più operativa rispetto a quello che stiamo facendo.

Quindi, ancora oggi il comitato Love Giver esiste come associazione di riferimento a quello che è il progetto e il protocollo dell’operatore all’emotività, all’affettività e alla sessualità. 

Quali caratteristiche deve avere un O.E.A.S.

Quali sono le caratteristiche, sia emotive sia psicologiche, delle persone che si iscrivono al corso per diventare operatori?

Beh bella domanda! All’inizio io faccio una selezione molto precisa dei candidati perché non essendoci nessuna regolamentazione è fondamentale aver chiaro chi sono e perché vogliono fare una scelta del genere. 

Una cosa che mi ha colpito molto è che non c’è una differenza di genere, noi ci aspettavamo molte più donne e invece le richieste sono bilanciate nel genere e questo naturalmente è molto importante.

Rispetto all’orientamento sessuale la prevalenza è quella eterosessuale, però ci sono sia persone bisessuali sia omosessuali e questo ci dà la riprova dell’importanza anche dell’intervento sulle persone disabili. 

Sono persone che provengono prevalentemente dal mondo della disabilità, nel senso che sono educatori professionali, educatori sociali, anche miei colleghi, psicologi, medici, fisioterapisti, infermieri, stanno dentro alla sanità. Poi c’è una fetta di persone che stanno nel mondo dell’olismo, inteso come quella disciplina che abbraccia il massaggio e quindi entrano anche loro in contatto con i corpi, però in maniera diversa e poi c’è qualcuno che non centra esattamente con la disabilità o con l’aspetto sanitario, ma che ha una grande desiderio di aiutare gli altri, quindi quella è una motivazione importante.

 

Le storie di chi sceglie di diventare O.E.A.S.

Ci sono storie di persone che vogliono diventare operatori che vengono da situazioni familiari di disabilità o non è così incidente? 

No, noi ne abbiamo avuto uno che è il padre di un bambino disabile, però tendenzialmente la famiglia sta al posto suo e credo sia giusto, perché se no si rischia sempre il discorso dell’invischiamento rispetto a quello che è la sessualità.

Io credo che tutti noi, anche se abbiamo un buon rapporto con i familiari, certe cose le viviamo in maniera molto intima e privata e quindi riusciamo a sganciarci dalla famiglia e quindi perché il disabile non può avere la stessa esigenza?
Ne abbiamo avuto uno però e nel selezionarlo io ho posto molta attenzione a questa situazione e gli feci presente che lui aveva le caratteristiche per essere un operatore all’emotività, all’affettività e alla sessualità, ma che avrebbe dovuto sganciarsi rispetto al ruolo di genitore, perché quello era un’altra cosa e che quindi non stava facendo quel corso per aiutare suo figlio, ma eventualmente tutti gli altri disabili che avrebbero avuto bisogno di un intervento e che non erano assolutamente figli suoi.

Ci sono, però non è così alta la percentuale come si immagina. 

Come prendono le famiglie degli operatori questa scelta sia di vita sia professionale?

Naturalmente c’è di tutto. Questo è un’altra variabile importante all’interno della selezione. Tutti quelli che ho selezionato avevano raccontato il loro desiderio e la loro volontà di fare questo corso e avevano avuto anche un feedback propositivo sia da parte dei familiari sia da eventuali partner.

Questo per me è stato un elemento importante, perché una delle regole di base è quella della chiarezza, cioè se una persona vuole fare un certo tipo di percorso e aiutare in un certo modo gli altri mi piacerebbe che chi le sta accanto lo sapesse e lo vivesse con lei.

Empatia, rabbia e attrazione sessuale

Non a caso un elemento fondamentale del protocollo scientifico di selezione è il concetto di empatia emozionale. Questo significa che non ce ne deve essere troppa, ma deve essere funzionale.

Quindi nel momento in cui viene fatto un test di valutazione sulla scala dell’empatia emozionale cerco di valutare il giusto equilibrio rispetto a quel concetto di empatia che permetta alla persona di essere accogliente, ma che non vada ad invischiarsi totalmente in quello che potrebbe essere un aspetto pericoloso del lavoro successivo con la persona disabile. Nel protocollo c’è anche una scala che valuta la ruminazione dell’aggressività nelle persone, va bene essere direttivi e forti, ma se tu non riesci a digerirti quello che a livello aggressivo un disabile spesso ti trasmette, aumenta la rabbia e questo potrebbe essere assolutamente distruttivo se non viene valutato.

 

Una cosa che spesso mi è stata criticata da miei colleghi sulla scelta degli operatori è che io ho voluto, e continuo a volere, escludere tutte le persone che si definiscono devotee, cioè attratte sessualmente dalla persona con disabilità. È chiaro che quello sarebbe stata la svolta, perché se io metto insieme una persona attratta con un’altra che ha bisogno di un certo tipo di servizio ho fatto il match sicuramente positivo, però io faccio sempre questo riferimento: non darei mai un bambino in una classe dove sono sicuro che c’è una persona attratta dai bambini, che quindi ha un disturbo pedofilico e la stessa cosa non darei mai in mano a livello costruttivo una persona disabile ad una persona che è attratta eroticamente dalla disabilità stessa, quindi anche per questo ho progettato un test durante il colloquio dove attraverso quello che è un immaginario della persona disabile in un certo contesto mi permette di valutare l’eventuale attrattiva che può avere la persona che ho di fronte verso la persona disabile.

Rispetto ad una sessantina di persone almeno 3 avevano questo tipo di attrazione e quelle non le ho selezionate. 

Le paure di un operatore

Nella selezione gli operatori o gli aspiranti tali espongono anche le loro paure?

All’inizio, nella prima selezione, forse qualcosa c’era perché non se n’era ancora parlato. La maggior parte delle persone che ho visto ultimamente in realtà erano completamente diverse, già molto preparate perché avevano seguito la Love Giver o avevano conosciuto me in qualche congresso, avevano letto il Manifesto della Love Giver che è un libro che si chiama Love Ability e questa lettura permette di avere già chiare una serie di informazioni. Le persone di oggi sono sicuramente più preparate e più motivate a fare l’O.E.A.S.

, i primi erano un po’ più spaesati e, infatti, anche il percorso è stato da me sostenuto proprio a livello psicoterapeutico. 

Com’è il percorso di un operatore?

È un percorso lungo: sono 200 ore di formazione e 100 ore di tirocinio pratico con strutture che hanno aderito all’Osservatorio Nazionale sull’Assistenza Sessuale, che è quello che gestisco a livello scientifico per la Love Giver e queste associazioni ed enti ci permettono di fare quello che è una prima fase di tirocinio importante.

Come fanno a conoscervi e come si avvicinano a voi il disabile e la sua famiglia? 

Ormai essendo più di 5 anni che siamo sul campo siamo sicuramente conosciuti.

Quello che succede è un contatto con la Love Giver, o a me o a Max, con quello che poi è il primo sfogo rispetto a quello che stanno vivendo. Nel momento in cui viene accolta la prima richiesta viene valutata sulla base delle possibilità di inserirlo all’interno del tirocinio, se ci riusciamo parte questo protocollo. Tendenzialmente i genitori oggi sono curiosi da un lato, a volte increduli su quello che potrebbe succedere, però desiderosi di capire se c’è possibilità di un cambiamento e questo lo reputo molto importante.

Le associazioni e le cooperative sono molto propositive, perché si rendono conto che se ci fosse l’intervento nella loro realtà di un operatore così qualificato riuscirebbero a creare un ambiente più funzionale a livello sociale. Immagina, soprattutto nelle disabilità cognitive, quante volte gli operatori si ritrovano situazioni strane rispetto alla sessualità, il fatto di riuscire a capire come gestirle attraverso il nostro operatore favorisce un’operatività migliore di questa struttura. Questo è quello che sta accadendo.  

Disabili cognitivi e Down: come possono chiedere aiuto

Soprattutto con i disabili cognitivi e con i ragazzi Down, che hanno un’espressione verbale limitata e che non possono comunicare le loro esigenze, ci deve essere un genitore veramente molto molto attento, perché io, che conosco quella realtà lì, ho visto che nelle associazioni non vengono supportati da questo punto di vista, almeno per la mia esperienza:

Io ho fatto un corso voluto da Abilitare Convivendo, un’associazione Onlus nata grazie all’iniziativa di un gruppo di genitori, fratelli e sorelle di persone disabili e che hanno un progetto rispetto a quello che è il vivere e il convivere di autonomia delle persone disabili, tra cui molti Down.

È stato fantastico, perché al di là di alcuni che erano già pronti e hanno insegnato a me delle cose rispetto alla gestione dei figli o dei parenti, per loro è stato fondamentale perché hanno individuato la possibilità di inserire all’interno della casa un nostro operatore per gestire delle situazioni: i due che si definiscono fidanzati o che decidono di fare questo tipo di convivenza, o due o tre persone che sono amiche e che hanno delle affettività, che è giusto valorizzare e dare un significato.

Quello io l’ho ritenuto un corso assolutamente importante, perché era rivolto soprattutto ai familiari e ho notato che loro si sono messi molto in gioco fornendo informazioni importanti.

Persone grandi, erano persone Down grandi con parenti grandi, qualcosa di molto molto interessante. Io mi auguro che possa andare avanti come progetto perché l’ho ritenuto molto positivo. 

Dentro gli incontri tra disabile e operatore

Cosa succede all’interno dell’incontro tra un operatore e un disabile?

Ti svelo parte del protocollo. Noi abbiamo 3 fasi importanti: la prima fase è quella dell’accoglienza, la seconda dell’ascolto e la terza del contatto

La fase dell’accoglienza è una fase dove l’operatore entra in contatto reale con chi ha richiesto l’intervento, quindi potrebbe essere l’ente se c’è la struttura, oppure un familiare.

In quel caso l’incontro è in parte burocratico, perché immaginati che dietro c’è un discorso di burocrazia pesante rispetto alla privacy, e in parte di conoscenza al familiare o alla struttura di quello che è l’operatore.

L’ascolto diventa la seconda fase necessaria con la persona disabile e le persone che le sono vicine. L’operatore inizia ad inquadrare chiaramente quello che potrà essere un intervento ad hoc. Tutto questo viene supervisionato dal sottoscritto e da alcuni collaboratori e monitorato ogni volta che ci saranno gli step del protocollo.

Quando ci sarà la fase del contatto, step by step, in un percorso che ha un inizio e una fine, non è infinito, verranno messe in atto quelle procedure che secondo me e secondo l’operatore diventano importanti per far raggiungere l’autonomia sull’affettività e sulla sessualità.

Avendo un percorso che va da un minimo di 4 ad un massimo di 12 incontri si permette a quella persona di creare una situazione diversa da tutto quello che fino a quel momento c’era. Che può essere anche semplice esplorazione e conoscenza di sé o può essere di supporto a coppie già esistenti che hanno difficoltà a mettere in atto dei comportamenti di natura intima, affettiva e sessuale.

 

Il disabile ha più bisogno di affetto o di sesso?

Fabio Veglia, ordinario di Psicologia clinica all’Università di Torino, in una dichiarazione all’Ansa sostiene che la maggior parte dei disabili ha esigenze relazionali e affettive più che sessuali e indica l’assistenza sessuale come un atto amorevole, ma non come una soluzione:

Assolutamente d’accordo, lui parla di assistente sessuale, non di operatore all’affettività, all’emotività e alla sessualità. Poi con Fabio non c’è stata ancora una possibilità di confronto diretto e mi piacerebbe ci fosse, perché lui ha fatto dei lavori importantissimi ed è pioniere di quello che è lo studio della sessualità e disabilità e si è reso conto di una cosa importante che l’affettività è a volte più forte della stessa sessualità.

Io sono convinto che in alcune persone la sessualità non è così evidente perché viene soffocata dai familiari oppure dagli operatori, quindi non è detto che sia proprio così, va valutato, ma la cosa più importante è rendersi conto che all’interno di un protocollo tutte le fasi devono essere toccate permettendo un intervento. Anche perché non è detto che se la persona ha desideri sessuali l’intervento sia sulla sessualità, ma sull’educazione sessuale sì e per me quello comunque deve essere fatto, perché se no si cade nella trappola dove il genitore si sostituisce, la gente non sa niente, il disabile pensa che tutto è tranquillo e si è creata una situazione assolutamente delirante all’interno di quel contesto familiare.

Sono d’accordo con Fabio Veglia, però sono anche convinto che va valutata oggi più attentamente una dimensione che, per tabù e a volte per paure, anche miei colleghi hanno deciso di non affrontare e quindi di lasciare là in sospeso, sottolineando che il disabile probabilmente non ha bisogno di quello. Poi se il disabile lo comunica in qualche modo io posso dire di sì, ma se il disabile non lo ha mai affrontato il rischio più grande è quello che si vada dietro ad uno stereotipo di non svegliare il can che dorme perché quello deve rimanere un eterno bambino e io non sono assolutamente convinto di questo.

Questa è una grande stereotipia e tabù che ha abbracciato il mondo della disabilità fino ad oggi e mi piacerebbe venisse completamente superato.

Effetti della repressione sessuale

Anche perché abbiamo visto che in passato le repressioni sessuali non hanno mai portato a grandi cose:

Verissimo, poi ti ripeto io sono d’accordo che va decifrato bene cosa si intende per sessualità nelle persone con disabilità, perché non è detto che sia la stessa sessualità della persona non disabile.

Ad esempio, per la sessualità di una persona che sta nello spettro dell’autismo, essendo in una neurodiversità, tu devi entrare in una logica che non è quella che tu consoci, è un’altra. Io rimango sbalordito quando percepisco che la persona affetta da autismo si eccita in maniera completamente diversa da quello che potrebbe essere l’eccitazione nella persona non autistica, ma se io non vado a studiarmela, quella situazione rimane ferma là e forse uno pensa che quella persona non ha bisogno di essere eccitata e quindi è lì la parte sottile.

Facendo il sessuologo mi rendo sempre più conto che la prima regola che un professionista dovrebbe seguire è quella di imparare ad affrontare anche la cosa che pensa non esista, perché potrebbe avere dei risultati e farti capire che forse esiste più di quello che avevi immaginato. E anche nei casi di disabilità ci sono persone che hanno un certo tipo di richiesta per la sessualità e persone che ce l’hanno quasi inesistente. 

Danni psicologici di quando a masturbare è il genitore

Cosa scatta nella testa di un disabile motorio quando un genitore si sostituisce per l’autoerotismo, è una cosa molto difficile da gestire sia a livello emotivo sia psichico: 

È drammatico perché il disabile motorio ha comunque un’intelligenza e una cognizione di causa rispetto a quello che sta accadendo, quindi secondo me lì è veramente patologico, perché è una forma incestuosa, anche se alla base spesso ho riscontrato negli stessi genitori che lo hanno fatto o lo fanno per dare amore, io ti do una serie di cose di cui hai bisogno ti do anche questo.

  È diverso nel disabile cognitivo o negli autismi, perché molto probabilmente l’aspetto di non consapevolezza a volte del ragazzo o della ragazza immagino possa far cambiare il punto di vista.

Sono convinto sia devastante per il genitore in sé perché un genitore non deve arrivare a questo, questa è una bella battaglia che io sto portando avanti, ecco perché l’operatore diventa importante, perché io vorrei arrivare ad abbassare totalmente quella situazione e mi rendo conto che è molto più presente rispetto a quello che si immagina. I genitori vanno svincolati da un ruolo che non gli compete, mi va bene se tu lo lavi e comunque anche quello può essere gestito da un operatore socio assistenziale, ma la sessualità no.

Tu come genitore ti devi permettere di supportarlo sapendo che ci sono delle situazioni alternative dove tuo figlio o tua figlia può imparare a capire delle cose e poi lasciargli anche tu un’autonomia, non criticando e tanto meno dando l’impossibilità a continuare ad andare avanti nel suo percorso, perché a volte anche il genitore, un po’ per comodità e un po’ per disperazione, si struttura un modus vivendi della persona disabile completamente dipendente, senza rendersi conto che alcune indipendenze potrebbero essere vissute ed educate. 

E se ci si innamora?

L’O.E.A.S. è un’assistente anche all’affettività: ci sono stati dei disabili che si sono innamorati degli operatori?

Assolutamente sì. Noi abbiamo fatto una serie di documentari anche importanti e un film. Nel film che ha seguito tutto il processo Love Giver c’è stato il racconto in un tirocinio con un nostro operatore, Marco, nei confronti di una ragazza con disabilità che aveva una buona capacità cognitiva, aveva una disabilità legata alla spina bifida e quindi problematiche di tipo motorio. Questa persona ha fatto capire l’innamoramento nei confronti di Marco, e si vede anche nel film, ma la cosa che a me è più dispiaciuta è che il regista non è riuscito a far passare un messaggio fondamentale che invece poi è stato fatto dal gruppo Love Giver dove quell’innamoramento è stato gestito all’interno del protocollo stesso.

Perché se chiaramente osservi solo l’innamoramento pensi che quell’intervento possa essere più pericoloso che altro, invece, nella realtà è successo un’altra cosa: io ho fatto un incontro con la ragazza e la madre dove ho dato ulteriori indicazioni rispetto a quello che era accaduto con Marco e stava accadendo nella ragazza, permettendo alla ragazza di poter fare un percorso di psicoterapia, finito il percorso Love Giver, in modo tale di ridefinire dentro di sé degli aspetti dell’innamoramento che sono anche sani a quel punto, perché è giusto che la persona si innamori, ma è giusto che si renda conto che quell’innamoramento è dato da certi aspetti e non da quelli che sono presenti nell’innamoramento classico.

Questo per me è stato fondamentale, perché lì c’era proprio un aspetto dell’autonomia di questa ragazza che, spinta anche da questo innamoramento, l’aveva fatta diventare più responsabile. Immagina che questa ragazza dopo il percorso che le ha scatenato tantissimi aspetti emozionali e dopo essere andata in psicoterapia ha pensato di poter fare una vacanza studio da sola in Inghilterra.

Per me queste sono conquiste.

Io capisco che a volte a livello filmico non è facile far arrivare certi messaggi, ma a me va che arrivi questo come informazione, perché io sono sempre più convinto che se tu vai a stimolare aspetti così importanti nell’affettività e nella sessualità della disabilità sicuramente il rischio più grande è quello dell’innamoramento dell’operatore, ma è vero anche che se io entro in un centro di disabili cognitivi e sono la novità di quel momento, sono già tutti innamorati di me, quindi io quello so come poterlo gestire e come far andare in una direzione funzionale un certo tipo di intervento.

 

Le paure di un disabile

Quali sono le paure dei disabili quando entrano in contatto con voi?

Ci sono varie reazioni, dalla persona convinta che il nostro operatore gli farà fare sesso e quindi va educato anche su questo, alla persona che magari inquadra l’operatore come qualunque altro operatore e poi si rende conto di aspetti importanti che diventano necessari per il suo percorso di vita. 

C’è una fetta di disabili che non richiede l’intervento di un nostro operatore, e mi sembra anche giusto.

Magari ritiene più importante fare un percorso di psicoterapia legato alla sessuologia.

Qual è la situazione di quando un disabile finisce il percorso con voi?

Tutte le persone che hanno fatto dei percorsi nei tirocini dei nostri O.E.A.S. sono sempre stati riconoscenti, ma anche solo perché finalmente hanno parlato di qualcosa con qualcuno che li ascoltava e che non era il genitore

Cosa c’è ancora da fare

Quali sono i prossimi passi, cosa serve ancora?

Naturalmente la cosa più importante sarebbe una regolamentazione.

Io mi sono formato in sessuologia nel ’95 e da allora la sessuologia in Italia non ha ancora un riconoscimento ufficiale nonostante io insegni ad una magistrale all’Aquila, dove insegno una materia sessuologica, però gli psico sessuologi rispetto ai sessuologi medici non hanno un riconoscimento, sono o psicoterapeuti o psicologi, ma non sessuologi.

E questo mi fa capire quanto regolamentare aspetti legati alla sessualità probabilmente non è così facile. Come il sessuologo anche l’operatore all’emotività, all’affettività e alla sessualità necessiterebbe di una regolamentazione chiara.

L’incidenza della Chiesa cattolica su come si vive il sesso in Italia

Perché in Italia abbiamo difficoltà a vivere liberamente sesso? La motivazione che spesso mi sono data è la presenza dalla Chiesa:

In parte sì e in parte no.

Sicuramente dai tempi di Sant’Agostino in poi la Chiesa ha creato dei precedenti pazzeschi rispetto al senso di colpa nei confronti della sessualità. Quindi non posso pensare oggi che questa cosa si è totalmente svincolata, anzi, si è talmente radicata che ancora oggi diventa forte dentro ogni essere umano anche non così bigotto. Però è vero anche un’altra cosa, che molto probabilmente le persone fanno le cose e fanno le differenze, molte persone che a volte non sono neanche così religiose continuano a portare avanti uno stereotipo più sociale, il non riuscirsi a sganciarsi totalmente dell’imbarazzo della sessualità a tal punto che è una cosa privata, di cui non posso parlare, è meglio non dire, però si deve fare e tutto questo porta a grande confusione.

   

La Chiesa si sta muovendo verso più libertà, cosa che non stanno facendo le persone, anche la trasgressione continua ad essere vissuta in maniera nascosta, in modo privata e non manifesta. Nel momento in cui le persone si renderanno conto che la sessualità è un’esperienza fondamentale nella vita degli individui a prescindere da quello che succede, probabilmente cadranno un po’ l’impalcature dell’essere giusti, perfetti e di non essere giudicati.

Dietro a queste forme di tabù c’è sempre la paura del giudizio degli altri, sul fatto che stai sbagliando perché certe cose non si fanno.

Vivere la sessualità senza paura e senza giudizio

Come si fa a vivere una sessualità senza paura e senza giudizio: sia quando è la propria sessualità, sia quando è quella di un’altra persona?

Mi piacerebbe che le persone capissero il vero significato del rispetto, che non significa pietà o pietismo, significa riconoscere nell’altro diverso da te gli stessi diritti e gli stessi doveri.

Il rispetto è fondamentale e io credo che lo stiamo un po’ perdendo.

Nel momento in cui tu rispetti chiaramente non puoi giudicare, perché se tu giudichi non stai rispettando. 

La sessualità deve essere riconosciuta come una dimensione dell’esperienza di vita di fondamentale importanza, che deve essere rispettata e mai giudicata, così da permettere agli individui di sentirsi liberi di essere se stessi.