mani di infermiera e neonato in incubatrice

A quasi 2 anni dai primi casi, è stato scoperto dove si annidasse il batterio killer nell’ospedale di Verona, che avrebbe causato la morte di 4 bambini e colpendone un centinaio d’altri. La questione era diventata molto grave, tanto che lo scorso giugno tutto il reparto di Terapia intensiva neonatale era stato chiuso. Ora è stata consegnata una relazione alla Regione, per far luce sulla drammatica vicenda.

Primi casi di batterio killer già nel 2018

Contrarre un batterio in ospedale è, purtroppo, una possibile non così rara. Diventa una vera emergenza però se il batterio è un citrobacter, praticamente innocuo per gli adulti ma letale per neonati e bambini.

Per questo, la situazione attorno al reparto neonatale dell’Ospedale della Donna e del Bambino di Verona è stata sotto i riflettori e al centro di un’indagine. Il primo caso risalirebbe alla fine del 2018, quando morì il piccolo Leonardo.

Poi, è toccato a Nina nel novembre del 2019, Tommaso a marzo (nel pieno della pandemia da Coronavirus) e quindi Alice solo pochi giorni fa, il 16 agosto. In tutto questo tempo, si è cercato di capire da dove provenisse questo citrobacter: il 12 giugno il direttore dell’Aou di Verona, Francesco Cobello, ha chiuso tutto il reparto.

Scoperto il punto d’origine del citrobacter

I 4 bimbi che sono ricordati come le vittime del citrobacter nell’ospedale di Verona, non sarebbero gli unici ad averne patito gli effetti. Il Corriere del Veneto riporta infatti che ci sarebbero altri 96 bambini colpito dal batterio e 9 addirittura con danni cerebrali permanenti. La Regione Veneto ha quindi istituito una commissione di verifica, presieduta dal professor Vincenzo Baldo, ordinario di Igiene e Sanità pubblica all’Università di Padova.

Nella relazione consegnata, sembra che dopo 2 anni gli esperti abbiano capito dove si annidasse il citrobacter. Viene riportato infatti che il batterio era nel rubinetto usato dai sanitari per prendere l’acqua da dare ai bambini insieme al latte. Una procedura che è al vaglio della Procura, che cerca di capire se sono state seguite tutte le procedure di igiene.

Batterio killer, non rispettate le misure d’igiene?

Il dubbio che circonda l’operato dei sanitari dell’ospedale di Verona è proprio questo. Dopo la chiusura di giugno, il reparto dell’Ospedale di Borgo Trento è stato sanificato ed ha riaperto, ma dopo la relazione restano da capire le responsabilità penali della vicenda.

Sembra infatti che il citrobacter abbia colonizzato il rubinetto anche a causa del non perfetto rispetto delle misure d’igiene. Il Corriere riporta infatti che a seguito della denuncia della mamma di Nina, sono stati controllate cartelle clicniche, protocolli e ambienti. Tra gli errori che potrebbero essere stati decisivi, proprio quello di usare acqua di rubinetto e non sterile.

La scoperta e la sanificazione dell’ospedale sembra un punto di ripartenza, ma la madre di Nina, Francesca Frezza, chiede giustizia: “Se non si fosse aspettato tanto, adesso la mia bimba e gli altri tre piccoli sarebbero ancora vivi” le parole riportate dalla fonte.

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