Paolo Borzacchiello La Parola Magica

Piaccia o meno Donald Trump, il Presidente americano sta facendo un gran lavoro. Chi dice il contrario o è ignorante in materia oppure è acciecato dall’odio verso Trump e quindi, per il bias cosiddetto “halo effect” (effetto alone) giudica male qualsiasi cosa egli faccia. Personalmente, scrivo un po’ su tutti, per aiutare chi mi legge a ragionare con un po’ più di informazioni: ieri è toccato alle Sardine, oggi tocca a Trump, domani chissà. La mia posizione su Trump e Biden non è assolutamente rilevante ai fini dell’analisi linguistica di quel che dicono i due personaggi e, val la pena rammentarlo a eventuali facinorosi pronti a inveire contro l’uno o l’altro dei candidati, qui ci occupiamo solo di come parlano questi due anziani signori in età da ricovero, dei quali uno sarà alla guida del Paese più potente del mondo, con tutto quel che ne segue.

Il buon Trump (o chi per lui, ovviamente) sta lavorando dunque su tre fronti diversi. Vediamoli insieme.

Trump e l’imminente cura Covid

Anzitutto, Donald ama giocare sui contrasti emotivi e sulla chimica che ne è alla base.

Durante il discorso inaugurale della sua campagna elettorale, culminata con l’accettazione della nomination alla prossima Presidenza, Trump è partito attivando nei suoi elettori e nel pubblico americano l’idea di “essere derubati e defraudati” dai democratici, che vogliono (secondo lui) manipolare il voto per posta e quindi privare il popolo della vera libertà democratica di scelta. Al nostro cervello rettile, quello che ha il compito di proteggerci dai pericoli veri o presunti, l’idea di essere derubato piace pochissimo. Anzi, è una delle idee che maggiormente lo spaventa (ed ecco perché quando lavoro come consulente in un’azienda quando sento qualcuno che dice “ti rubo cinque minuti” mi rivolto nella mia metaforica tomba).

Il pericolo che deriva da una imminente sottrazione di qualcosa, anche se si tratta di linguaggio figurato, attiva ormoni e neurotrasmettitori dello stress, come per esempio cortisolo e noradrenalina. È a questo punto che Trump introduce un’altra idea, quella dell’imminente soluzione al problema del Covid: l’America, dice, sarà il primo Paese al mondo ad avere il vaccino, tutti guariranno e tutti vivranno felici e contenti. Quanto sollievo produce un’affermazione del genere?

Tanto. In che cosa si traduce questo sollievo? Attivazione del circuito dopaminergico (la promessa di un premio) e di certo abbondanti spruzzate di endorfine, il neurotrasmettitore della felicità, quello tipico degli happy end. Il contrasto fra paura e sollievo produce reazioni fortissime, e un fortissimo attaccamento al brand che lo provoca. Cioè a Trump.

Causa-effetto: accendiamo le sinapsi

Altra operazione messa in atto da Trump, operazione peraltro tipica del suo stile comunicativo, è la estrema esemplificazione dei concetti attraverso una dinamica linguistica che si chiama di causa ed effetto e che noi possiamo tradurre in questo schema: se succede questo, allora dopo succede (o non succede) quest’altro.

Fuori da ogni discorso troppo articolato e complesso, che non andrebbe bene per il suo pubblico, lui la tocca sempre pianissimo insistendo su questo schema: se vince Biden, non ci sarà libertà. Se vince Biden, qualche disastro capiterà. Se vince Biden, l’America sarà rovinata per sempre… e così via, collegando mentalmente l’idea della vittoria di Biden con una possibile e molto precisa conseguenza nefasta che da tale vittoria deriverebbe. Si tratta, e qui sta a noi svelare il trucco, di nessi arbitrari: ad ogni affermazione di Trump noi potremmo rispondere chiedendo in che modo egli sappia con certezza che succederà quel che lui paventa?

Oppure potremmo chiedergli conto di tutte le cose buone che invece potrebbero succedere. Insomma, potremmo disfare questo schema con un paio di domande se mai lo incontrassimo e, in ogni caso, possiamo accendere le nostre sinapsi e ragionare su quel che ci dice.

Donald il padre severo, al primo posto sicurezza e disciplina

Il capolavoro vero, tuttavia, riguarda l’uso della metafora guerra e l’estremizzazione del concetto di legge e ordine, tanto caro ai Repubblicani che da sempre incarnano il modello del padre severo, ripreso (con alterni esiti e in modo decisamente più rozzo, dai nostri Salvini e Meloni).

Complice anche uno scivolone poderoso di Biden e dei democratici, Trump ha fatto leva sul concetto di defund police, ovvero “attaccare la polizia”, tanto in voga a causa delle proteste sociali che imperversano negli States e dal quale non solo i democratici non hanno preso le distanze ma, anzi, al quale all’inizio si sono dimostrati persino favorevoli. Il concetto che ora l’elettore ha in testa è che Biden è contrario all’ordine e alla legalità, favorisce anarchia e caos, è contro le forze dell’ordine. Trump parla esplicitamente di “attacco alla sicurezza pubblica” e di “cavallo di Troia”, riferendosi alla politica di Biden, evocando ancora una volta scenari belligeranti.

“Nessuno sarà al sicuro con Biden, Biden è il distruttore della grandezza americana, Biden toglierà i fondi alla polizia”. Così facendo, il Presidente polarizza la questione: Biden a favore dell’anarchia e contro l’ordine e le forze dell’ordine, lui (Trump) a favore di sicurezza (tema tanto caro alla destra, anche italiana) e disciplina.

Melania, una moglie in divisa

Probabilmente è un caso (anche se a pensar male si sbaglia ma spesso ci si indovina) ma persino la mise di Melania Trump, praticamente una divisa militare, potrebbe rinforzare questo frame.

In un momento di caos (e a nessun essere umano piacciono anarchia e caos, checché se ne dica), lei si presenta in divisa. Coincidenza curiosa. Anche quando Trump parla di virus, da un lato dice di essere ormai prossimo alla scoperta che cambierà l’umanità (e tu, elettore, mica vorrai interromperlo proprio sul finale, vero?), d’altro lato parla della “resa” di Biden davanti al “nemico” invisibile, evocando dunque concetti collegati con la guerra: resa e nemico, appunto.

Famiglia Trump 1 – famiglia Obama 0

Perché il ricorso a questa metafora è così importante, in un contesto come questo?

Perché accende gli animi e scatena reazioni istintive, dovute ancora una volta al nostro cervello che, incapace di riconoscere il linguaggio figurato da quello letterale, avverte il pericolo imminente e quindi si predispone a seguire chi indichi la strada con carisma e leadership. E chi meglio di Trump, visto che persino sua figlia Ivanka lo ha definito, in un discorso di 18 minuti, un “guerriero”? Tutto coerente, tutto perfetto. Per quanto riguarda le convention, quindi, lo score parziale è famiglia Trump 1 – famiglia Obama 0. Non è un refuso, ovviamente. È che la vera partita era quella.

 

Dizionario di Borzacchiello

(a cura dell’autore)

BIAS: tecnicamente, un errore di valutazione del cervello, che da un punto di vista biologico spesso ci permette di risparmiare tempo ma che se mal gestito può rovinarci la vita. Credere di essere immuni a questi errori, ad esempio, è un bias (overconfidence bias: avere un po’ troppa fiducia in se stessi). Acquistare un prodotto solo perché lo usa un influencer è un bias (halo effect bias: traferire su un prodotto le qualità estetiche o caratteriali di una persona). Tentare di farmi le pulci quando scrivo di parole è un bias (dunning-kruger effect bias: avere scarse competenze e pensare invece di essere più bravi di chi le ha davvero).

CERVELLO RETTILE: dal punto di vista neurofisiologico, è la parte più nascosta del nostro cervello, che comprende il tronco encefalico e ghiandoline varie e che si occupa delle nostre funzioni istintuali e primarie. Deve il suo nome a Paul McLean che ha teorizzato l’idea del cervello trino e che comprende appunto il rettile, il limbico e la neocorteccia. Le ultime ricerche sconfessano questa divisione così netta che, comunque, è utile per distinguere funzioni e dinamiche della nostra materia grigia, laddove presente.

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