coronavirus febbre

Un po’ di tosse, il naso chiuso e magari qualche linea di febbre. Ci sono alcuni sintomi che ogni autunno-inverno affliggono centinaia di migliaia di persone: spesso passano quasi inosservati da chi ne è afflitto. Un raffreddore, nella maggior parte dei casi, non ci impedisce infatti di andare al lavoro o a scuola.

Quest’anno le cose saranno diverse: un po’ di tosse e qualche linea di febbre posso essere i sintomi di un colpo d’aria, ma anche del Covid-19.  Ciò significa che l’intera popolazione si sta preparando alla stagione fredda ponendosi un grande, fondamentale quesito: come posso sapere se ho una banale influenza o se sono positivo al coronavirus?

La perdita di gusto e olfatto

Per rispondere al “quesito del 2020” The Social Post ha interpellato il professor Giovanni Di Perri, primario del dipartimento di malattie infettive dell’ospedale Amedeo di Savoia di Torino. Di Perri, fin da subito, ci spiega che la chiave di comprensione dei nostri sintomi non esiste: “C’è qualche manifestazione di perdita del gusto e dell’olfatto che sembra essere più frequente nel soggetto Covid, però esaurita questa specificità il discorso diventa purtroppo di diagnostica molecolare”.

Cosa vuol dire? Semplice: in caso di febbre, tosse o problemi respiratori, solo un tampone può dirci se siamo positivi o meno al coronavirus.

In mancanza di sintomi che investono gusto e olfatto, è l’approccio alla malattia che deve cambiare.

Coronavirus e scuola

Per comprendere quanto l’approccio al sintomo sia di fatto più fondamentale del sintomo stesso basta analizzare il caso dei bambini e ragazzi fino ai 18 anni. Gli individui di minore età risultano essere per lo più asintomatici e non particolarmente contagiosi: Se misuriamo la temperatura ad un soggetto di età scolare e lo troviamo febbrile, allo stato attuale, significa che probabilmente ha un virus che non è il Covid, perché con il Covid spesso sono asintomatici”.

Scongiurare il rischio di un sovraccarico del sistema

Ben venga dunque la prassi che è stata pensata per gli istituti scolastici, che prevedono misurazione della febbre e, nel caso, isolamento dell’individuo febbrile (e successivo tampone): “È stato fatto quanto era umanamente pensabile sulla base di quelle che erano le conoscenze”. Se infatti spesso i giovani positivi al Covid non sono sintomatici, è pur vero che isolare chi ha sintomi febbrili permette di fare meno tamponi e dunque di evitare l’ingolfamento di un sistema.

A marzo, l’Italia si era fermata perché il sistema sanitario rischiava di avere ospedali satolli ed incapaci di sostenere le richieste di cure per qualsiasi patologia: oggi quel rischio lo si vuole evitare a tutti i costi. Si tratta, è purtroppo ovvio, di una situazione più difficile da gestire, soprattutto per le famiglie con bambini piccoli che, tendenzialmente, d’inverno di ammalano piuttosto spesso.

Coronavirus: il caso Silvio Berlusconi

A chiarire che non abbiamo più certezze di quelle che avevamo a marzo e che il virus non ha concesso maggiori risposte è il caso di uno dei malati di cui si è più parlato negli ultimi tempi: Silvio Berlusconi.

Il politico, positivo al Covid, ha vissuto un ricovero di 11 giorni al San Raffaele di Milano affetto da una polmonite bilaterale. Il suo medico, il Professor Zangrillo, ha dichiarato che con una carica virale tanto alta come quella che Berlusconi presentava, a marzo sarebbe morto. Tale affermazione potrebbe far pensare che stiamo ora combattendo contro una malattia diversa da quella degli esordi, ma Di Perri tiene a specificare che non è così: “Un 80enne con patologie pregresse di settembre è come un 80enne con patologie pregresse di marzo”.

Il virus non è mutato

Il virus è mutato? Assolutamente no: “Se il virus ha una mutazione, questa mutazione i genetisti la leggono nella sequenza virale. Una mutazione del virus legata alla patogenicità (ovvero la sua capacità di creare un danno,ndr) non c’è stata a nessun titolo. Berlusconi ce l’ha fatta come ce l’hanno fatta il 75% degli ultraottantenni. Intendiamoci, qualcosa nel curarli abbiamo migliorato, e questo può senz’altro contribuire ad una migliore prognosi, ma il dire che ciò è legato ad un virus mutato non è corretto”.

Avere una diagnosi è così importante?

La situazione attuale, dunque, ci pone nella necessità di porci una domanda diversa da quella posta all’inizio dell’articolo. Anziché chiedersi: “Ho l’influenza o il Covid?” occorrerebbe infatti chiedersi: “Come mi devo comportare nei confronti della società se ho la tosse o la febbre?”. Non è più, dunque, il tempo di concentrarsi sulla necessità di avere la diagnosi, ma il tempo di puntare sull’isolamento del sintomo: perché se ho il rhinovirus e non il coronavirus, è comunque fondamentale che non lo diffonda.

Ciò, secondo il Professor Di Perri, porterà ad una concezione totalmente diversa della malattia da parte del cittadino:Il recupero di un minimo d’igiene personale e di attenzione nei contatti interpersonali anche per malattie banali come l’influenza avverrà, perché siamo stati evidentemente scioccati. Tutto questo credo che ci renderà più cauti in generale”.

L’importanza di tracciamento ed isolamento

L’arrivo di un vaccino o di un farmaco definitivo saranno sicuramente ottime notizie quando (e se) giungeranno, ma non sono il cavallo su cui puntare: occorre, ora, considerare il tracciamento e l’isolamento come la chiave per superare questa fase tanto insidiosa. I numeri sembrano confermare questa tesi: “A marzo facevamo 17mila tamponi al giorno con il 28% di positività.

Adesso facciamo 99-100mila tamponi al giorno con una positività del 1-2 %. Abbiamo ricoverato molto, all’inizio di questa pandemia. Oggi ricoveriamo il meno possibile e cerchiamo di tenerli a casa isolati”.

Porsi le domande giuste porterà ad assumere i comportamenti giusti, e ciò sta già accadendo, soprattutto per le persone sopra i 60 anni: “Chi doveva capire -in quanto in prima fila nel rischio- penso abbia capito spiega Di Perri “e questo al di là di ogni misura che verrà attuata e praticata, è quello che mi conforta di più”.