Il Linguafondaio: Manolo Trinci

Abbattiamo subito qualche falso mito. Partiamo dai numeri, dai fatti, quelli che realmente contano.
No, l’italiano non è «invaso» da termini di provenienza angloamericana, come si sente spesso dire in giro, questa è solo una falsa percezione.
I linguisti ci dicono che la percentuale di termini inglesi presenti nel nostro dizionario non supera il 3%. Cifra irrisoria. Quindi, il pericolo di una perdita di purezza o dell’imminente morte dell’italiano – come qualcuno apocalitticamente, stracciandosi le vesti, di tanto in tanto annuncia ‒ non c’è. Niente di nuovo, i puristi ultraintransigenti della lingua ci sono sempre stati, qualche secolo fa c’era chi si lamentava dei troppi francesismi che anche allora avrebbero potuto minacciare pericolosamente la nostra lingua.

Termini pandemici

Tornando alla percezione errata della perdita di purezza, dobbiamo tenere conto anche di tutti quei nuovi termini che oggi usiamo frequentemente (causa Covid-19, termine che in realtà – non molti sanno ‒ indicherebbe la malattia e non il virus, quindi bisognerebbe usare l’articolo determinativo femminile singolare “la”) e che fra qualche anno, inevitabilmente, cadranno in disuso.

The pen is on the table

Al contrario di quello che potrebbe far intendere il titolo enfatico di questo articolo, sono a favore sia dei buoni anglismi sia dei nostri buoni corrispettivi.

Prendiamo come esempio il termine smartphone, che usiamo spesso. I suoi corrispettivi validi non potrebbero mai essere i parziali cellulare o (peggio) telefonino. Questi due termini comunque non basterebbero, anche perché lo smartphone è un dispositivo che sa fare molte più cose rispetto a un Nokia 3310; è un telefono intelligente (è questa la traduzione) con il quale si può: chattare, navigare su internet, mandare delle mail, andare sui social, postare, fare foto e video, ascoltare musica, ordinare del cibo, giocare e infine anche telefonare.

E sostituire l’anglismo con telefono (o telefonino) intelligente, oltre a essere lungo e poco conveniente nell’economia del dialogo e della digitazione, è anche un po’ ridicolo. Susciterebbe solo ilarità e rievocherebbe i tempi grami della méscita (bar), della pallacorda (tennis) e dell’arlecchino (cocktail).

Il termometro che misura la circolazione

Un buon equivalente deve essere prima di tutto valido, e questo significa che il termine italiano deve sostituire totalmente ed egregiamente il forestierismo.


Se userò questo termine verrò immediatamente compreso o farà pensare ad altro?
Il termine sostituisce totalmente o parzialmente il forestierismo?
In quanti usano questo termine?
Il termometro sono i media (tivù, radio, giornali) visto che hanno da sempre un gran peso nella questione lingua, loro sono gli artefici ‒ nel bene e nel male – della riuscita e della circolazione di un termine rispetto a un altro.

Questione di smart working

I vantaggi nell’usare un termine straniero ‒ oltre a quello del farmi mettere il naso fuori dalla mia zona di comfort linguistica ‒ è sicuramente il conoscere e imparare a familiarizzare con un nuovo vocabolo, che in futuro, volendo, potrò usare sia nella lingua di partenza sia nella lingua di arrivo, anche se non è sempre così.


Infatti esistono anche degli pseudoanglismi come smart working che è presente solo da noi. Gli inglesi usano remote working o working from home; in italiano potremmo usare le soluzioni, in questo caso valide e interscambiabili, di telelavoro o lavoro da casa (sono termini chiari, non ambigui, che fanno pensare subito a un lavoro che viene svolto da casa).

Non sono in lockdown, sono in clausura

Qualcuno ultimamente ha proposto anche clausura al post di lockdown (l’Accademia della Crusca, invece, ha consigliato di sostituire il termine inglese con confinamento), ma se lo usassi dovrei comunque precisare che il termine da me utilizzato ha un’accezione laica e non ecclesiastica.

Anche perché, ricordiamolo, la lingua evoca immagini e gli accostamenti immediati con la parola clausura sono: monache, convento, religione, ecc.

Come sanno i grandi oratori se dico a qualcuno di non pensare all’elefante, sarà esattamente quello il primo pensiero che il mio interlocutore avrà.
Quindi, anche se clausura è un bel termine, sicuramente più musicale e meno spigoloso, visto che contiene più vocali di lockdown, è controproducente al fine della realizzazione e della riuscita di una buona comunicazione.

Lo potrei usare al massimo in senso ironico: In questo momento storico mi sento come una suora di clausura.
Bisogna farsi capire, è la prima legge non scritta di ogni lingua. Quindi, evviva gli anglismi, quelli utili e validi.

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