Paolo Borzacchiello La Parola Magica

Sia chiaro: non intendo in alcun modo discutere delle scelte strategiche del nostro Governo effettuate sia prima del precedente lockdown, sia nei sette mesi appena trascorsi, sia in questi giorni. Se i banchi a rotelle e i monopattini che riempiono le strade produrranno i loro effetti lo dirà poi la storia (non hanno fatto altro, vero?). 

Confusione legittima

È di questi giorni la notizia del commissario Cotticelli, nominato da Conte per gestire la situazione Covid in Calabria, che durante un’intervista fattagli da un giornalista di Rai 3 continua a balbettare frasi sconnesse a base di “Devo verificare”, “Controllerò”, “Non lo so”, con preziosismi inauditi del tipo “Ah, ero io che me ne dovevo occupare, non lo sapevo” e “Tu a queste cose ci devi andare preparato!”, urlato da tale Maria, sua segretaria o assistente.

Al di là dell’orrore provato nell’assistere a una scena simile (pensare che la nostra salute e le nostre attività produttive sono in mano a persone simili è un pensiero che dovrebbe turbare più di un animo), quel che emerge è l’ennesima prova di incapacità, da parte di chi riveste cariche pubbliche, di esprimersi in maniera corretta.

Tralascio volutamente le spiegazioni del ministro Azzolina a proposito della sua idea di gestione delle classi, talmente incomprensibili da aver scatenato una valanga di parodie e di riferimenti alla celeberrima bi-zona di Lino Banfi e tralascio anche l’italiano scadente del ministro Di Maio, che azzecca un congiuntivo ogni tre congiunzioni astrali.

Parlo di un livello di incapacità più profondo, che riguarda il modo in cui il linguaggio funziona. E proprio questa incapacità è alla base, certamente con altri fattori, dei comportamenti spesso assurdi e scriteriati di molti cittadini italiani che, non capendo o frustrati per lo squallore delle informazioni che ricevono, si mettono poi a far di testa loro.

Possiamo dire quel che vogliamo, ma il cervello funziona così: in mancanza di informazioni chiare e precise, tende a far di testa sua, a capire quel che vuol capire e a interpretare in modo personale la situazione.

Ne abbiamo già scritto e val la pena ricordarlo per i nuovi lettori o per chi si fosse perso qualche articolo: secondo il modello proposto dal linguista Paul Grice noi, quando ascoltiamo qualcuno che parla o leggiamo quel che scrive, tendiamo a “completare” le sue parole con “implicazioni” del tutto arbitrarie.

Ad esempio, se io scrivo che la tal crema “contiene” una tal sostanza, chi legge penserà (implicherà) che la tal sostanza faccia bene (a che pro, altrimenti, prendersi la briga di scriverlo in etichetta?) e che sia presente in quantità adeguata da produrre i suoi effetti.

A questo aggiungiamo un vero e proprio bug del cervello, il cosiddetto “egocentric bias”, un vizietto mentale a causa del quale siamo portati a pensare che tutto quel che succede intorno sia da parametrare rispetto alla nostra esperienza.

Infine, e questo i politici lo sanno bene, esiste il concetto di densità semantica, per cui alla stessa parola possiamo attribuire significati molteplici e diversi. Ad esempio, se io scrivo “rilassante”, ogni lettore penserà a una versione diversa della parola, perché la parola implica cose diverse per ciascuno di noi.

Se io dico a mio figlio di “riordinare la stanza” e poi resto deluso perché lui ha sistemato solo un paio di cose invece di fare quel che secondo me significa “riordinare”, la responsabilità linguistica è mia. Può sembrare impegnativo, ma se voglio che mio figlio metta quei tre libri nel terzo cassetto, gli devo dire “metti quei tre libri nel terzo cassetto” e non “riordina”.

 

Congiunti, situazioni gravi e librerie

Un esempio di questo modo di parlare “denso” che lascia il campo a mille interpretazione è dato dal termine “congiunto” che ha provocato abbondanti polemiche, perché ognuno voleva intendere (già durante il primo lockdown) la parola come voleva lui e il governo ha dovuto emanare addende ai suoi decreti solo per spiegare la parola.

Ancora oggi, si tratta di un termine del quale i cittadini ignorano il significato che il governo ha voluto attribuire, visto che siamo arrivati (anzi, sono arrivati) a definire congiunti anche compagni di scuola che prendono l’autobus insieme.

Il che, oltre a essere uno stupro della lingua, è anche un uso poco etico delle parole, manipolate a proprio piacere per nascondere la propria inettitudine (non mi è venuto in mente, dopo i banchi a rotelle, di potenziare il sistema di trasporto – pur avendone mezzi e risorse – e quindi dico che congiunti sono anche i compagni di scuola. No, non lo sono). 

E che dire di quei bar che, qualche settimana fa, allo scattare del primo coprifuoco, chiudevano a mezzanotte e riaprivano a mezzanotte e cinque, perché qualcuno si è dimenticato di specificare il significato delle parole?

Ripeto, con vigore: al di là del comportamento più o meno scriteriato o più o meno comprensibile di quei baristi, resta il dato che si sono comportati come la legge ha permesso. E la legge è fatta di parole. Di parole sbagliate, in questo caso. Di parole non chiarite, di parole che ognuno può interpretare come gli pare.

Cosa che, dal punto di vista di chi scrive, è lecito per una mamma che urla al figlio “riordina camera tua” ma non per la classe politica che sta decidendo del nostro futuro professionale e personale.

Stiamo parlando di un livello di incapacità linguistica che grida vendetta e reclama dimissioni. O, almeno, la lettura di qualche libro di testo (lo preciso per alcuni ministri:, per evitare di esser frainteso e di cascare nel loro stesso errore: i libri sono oggetti che contengono pagine e parole scritte, non solo le figure e i disegni).

Un altro triste esempio è contenuto nel nuovo dpcm che ci ha rinchiuso tutti o quasi in casa. Si può uscire di casa, previa autocertificazione, solo per motivi di comprovate esigenze lavorative, salute, assoluta necessità.

E fin qui, ci potrebbe anche stare, sebbene per me recarmi in autogrill a mangiare un camogli alle 23 di una sera qualsiasi potrebbe essere una assoluta necessità: chi può stabilire che cosa sia necessario e che cosa no? Ma non è questo il punto.

Il punto è che tra le attività lasciate aperte per gentile concessione ci sono le librerie. Che è una cosa bellissima, per carità, ma che crea confusione: che cosa scrivo sulla mia autocertificazione? Andare in libreria non rientra tra i motivi urgenti che legittimano una autocertificazione, eppure le librerie sono aperte.

Il che, direbbe Grice, pare implicare che ci si possa andare liberamente. Altrimenti non le avrebbero lasciate aperte. A meno che Conte sappia che in libreria si può trovare il mio ultimo romanzo e abbia pensato (correttamente, in tal caso) che leggerlo sia una cosa assolutamente urgente. Se non ci fosse da piangere, ci sarebbe da ridere. 

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