Il Linguafondaio: Manolo Trinci

L’apostrofo è un segno grafico molto preciso (toh, l’ho appena usato proprio davanti alla parola apostrofo!), è una virgola che sta sospesa, leggermente ricurva nella scrittura a stampa; spesso tracciata dritta per dritta, dall’alto verso il basso, nella scrittura a mano.

L’apostrofo non è l’accento!

Di sovente, l’apostrofo, lo vediamo prendere – erroneamente – il posto dell’accento, nei casi in cui scriviamo al pc, ad esempio, la terza persona del verbo essere in apertura di un nuovo periodo (*E’). Ma non dobbiamo farci prendere dalla pigrizia e dalla sciatteria; lo so, è molto più veloce fare questo tipo di operazione piuttosto che cercare ogni volta la versione maiuscola del verbo essere nella sezione “simbolo” del programma di scrittura Word o cercare le combinazioni giuste della nostra tastiera; «ma un segnetto vale l’altro», direte voi, e invece è proprio sbagliato usarlo in questo modo.

È (visto? Non è difficile!) un errore pieno che non ammette giustificazione alcuna, perché i due segni paragrafematici, anche se possono sembrare (lontanamente) simili, non sono interscambiabili, e hanno ruoli e compiti diversi all’interno della nostra grammatica.

La malinconia dell’apostrofo

La presenza dell’apostrofo serve a segnalare una mancanza, una perdita. Prima di lui c’era qualcosa che ora non c’è più, qualcosa ‒ alle volte – ridondante e che può essere soppressa.

La malinconica metafora che veniva usata a scuola dai nostri indimenticabili maestri ‒ per renderci la cosa più chiara e semplice ‒ era quella di immaginare quel segno grafico sospeso come una lacrimuccia lasciata dalla lettera precedente (ad esempio la elle), perché la sua vicina e amica (ad esempio la a) se n’era andata via (la amica → l’amica) lasciando un enorme vuoto.


L’apostrofo, però, non è solo il marchio di fabbrica dell’elisione, non si usa solo per segnalare la soppressione di una vocale alla fine di una parola quando questa ne incontra un’altra iniziante sempre per vocale; in alcuni casi si presta a segnalare anche l’apocope (o troncamento)‒ di norma non segnalata dall’apostrofo ‒, in cui a cadere non è solo una vocale, ma un’intera sillaba: un po(co) diventa un po’; a mo(do) diventa a mo’ (forma usata nell’espressione A mo’ d’esempio); be(ne) diventa be’, ecc.

Da, dà e da’

La sua presenza è fondamentale anche con alcuni monosillabi, che l’apostrofo ha il compito di distinguere da altri con ruoli e significati diversi. Pensiamo ai tre diversi usi di “da”: da (preposizione semplice: Sono partito da Roma), con l’accento grave (verbo dare, terza persona singolare: Non mi dà mai retta!) e il terzo da’ con l’apostrofo(seconda persona dell’imperativo del verbo dare: Da’ retta a me, ti sta prendendo in giro!) che serve a esortare, a pregare, a invitare qualcuno a fare qualcosa.A volte, però, il protagonista di questa nostra analisi, viene chiamato in causa anche quando andrebbe lasciato in pace.

Qual è: dispute in corso

Il caso più emblematico è quello di qual è, un esempio di troncamento in quanto la forma qual esiste autonomamente anche senza il verbo essere (Qual buon vento; Ogni qual volta; In un certo qual modo, ecc.). Nonostante ciò, alcuni, consapevoli e no, credono che si tratti di elisione.

Bisogna dire che sulla questione qual è ci sono molte dispute in corso, tra accademici e semplici appassionati di lingua, ma a oggi, 16 novembre 2020, l’unica grafia corretta è quella senza apostrofo. Fino a oggi, certo, perché come sappiamo bene, la nostra lingua è viva e nonostante tutto gode di ottima salute.


Semmai, parafrasando il compianto Tullio De Mauro, ad avere qualche problema non è l’italiano, ma quei parlanti che non lo sanno usare correttamente.

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