strage di villarbasse (1)

Nella fredda mattina del 4 marzo 1947 3 uomini vengono portati alle Basse di Stura, vicino a Torino. Vengono fatti sedere a cavalcioni di 3 sedie: il petto contro lo schienale, la testa che ciondola verso il basso. Nel giro di pochi minuti, un plotone di poliziotti fa partire una raffica di fucilate verso di loro, giustiziandoli.

I 3 uomini sono Giovanni Puleo, Francesco La Barbera e Giovanni D’Ignoti: sono gli ultimi criminali civili ad essere giustiziati in Italia.

Nel 1947 si era già deciso che con la costituzione entrata in vigore nel 1948 la pena di morte sarebbe stata abolita, ma per i 3 condannati si decide di fare una sorta d’eccezione: troppo efferato è stato il loro crimine, e l’intera Italia ha chiesto tra urla e sgomento la loro morte.

D’Ignoti, Puleo e La Barbera sono infatti 3 dei 4 responsabili della strage di Villarbasse, uno dei più atroci crimini del ventesimo secolo in Italia, che portò alla morte (lenta e agonizzante) di 10 innocenti.

Strage di Villarbasse: la sera dell’orrore

Il 20 novembre 1945, nella Cascina Simonetto di Villarbasse, si sta festeggiando allegramente.

Il Paese è afflitto dai recenti dolori della guerra e cerca di tirare avanti tra miseria e perdite, ma a Cascina Simonetto tutti, dal padrone alle domestiche, festeggiano insieme: è nata la nuova nipote dell’affittuario e c’è voglia di dare il benvenuto alla vita che avanza.

Attorno a una bagna caoda si riuniscono il proprietario Massimo Gianoli, la domestica Teresa Delfino, l’affittuario Antonio Ferrero con la moglie Anna e le domestiche Rosa Martinoli e Fiorina Maffiotti. Viene invitato a unirsi anche il giovanissimo bracciante Marcello Gastaldi, che è appena stato assunto alla cascina e dunque ha anche lui un’ottima ragione per festeggiare.

Sopra, in una stanza, c’è un bambino di 2 anni che dorme: è il figlio di uno dei lavoranti, ed è troppo piccolo per unirsi ai grandi.

L’irruzione dei rapinatori

Il clima di allegria della serata viene spezzato improvvisamente dall’irruzione di 4 uomini con il volto coperto. Sono 4 malviventi che hanno intenzione di rapinare la Cascina: uno di loro per qualche tempo ha lavorato lì con lo pseudonimo di Francesco Saporito e sa che l’Avvocato Gianoli tiene molti soldi in casa, nella cassaforte, insieme ad altri beni e gioielli.

Poco dopo l’irruzione arrivano anche i mariti delle due domestiche Martinoli e Maffiotti, allertati dal ritardo delle mogli: anche loro finiscono nel mezzo del sequestro, insieme al resto del gruppo. A tutti vengono legati i polsi con del fil di ferro.

Il dramma: uno dei criminali viene riconosciuto

L’intento è quello di rapinare la casa e poi fuggire velocemente, ma accade un fatto che cambia drammaticamente il corso degli eventi: Francesco Saporito fa cadere maldestramente il fazzoletto che gli copre il volto ed una delle domestiche lo riconosce, urla il suo nome ed ha un sussulto.

La donna non lo può sapere, ma quel gesto improvviso ed istintivo ha appena condannato tutti a morte: ora non si può più fuggire con il malloppo e basta, occorre eliminare i testimoni.

L’intero gruppo viene portato in cantina, su indicazione di Saporito. Lì Giovanni Puleo colpisce con estrema violenza alla testa le vittime, messe in fila una dopo l’altra in attesa della propria agonia. Qualcuno muore sul posto, qualcuno rimane in stato di dolorante semi incoscienza. Subito dopo i corpi -quelli dei morti e quelli degli ancora vivi- vengono spinti dentro la cisterna che c’è sul pavimento e cadono nell’acqua.

Dopodiché la cisterna viene richiusa, e i rapinatori fuggono con il loro ridicolo bottino: 200mila lire, qualche gioiello, qualche salume, dei fazzoletti.

Chi è ancora vivo nella cisterna morirà di una lenta morte, annegando quando le ultime forze verranno meno.

La fuga e la morte di “Francesco Saporito”

Durante la fuga, i 4 banditi decidono il da farsi: 3 di loro rimangono a Rivoli, poco lontano da Villarbasse, a vivere la vita di tutti i giorni. Uno di loro, Francesco Saporito (che in realtà si chiama Pietro Lala) torna a Mezzojuso, paese d’origine siciliano di tutto il gruppo, dove verrà assassinato nei giorni dopo per questioni di mafia.

Il giorno dopo la strage un vicino dà l’allarme: l’inquietante silenzio intorno alla Cascina lo ha insospettito e per questo è entrato nella proprietà, dove ha trovato tracce di sangue. A quel punto intervengono le autorità, che nell’immediato dopoguerra sono rappresentate sia da un giovanissimo corpo di polizia italiano che dalle autorità americane degli alleati. Si teme che ci siano stati degli omicidi legati ai crimini di guerra, magari un regolamento di conti da parte dei partigiani.

Eppure, per dieci giorni non vengono trovati i corpi: sarà un lavorante della Cascina, il 28 novembre, a pensare alla cisterna degli orrori ed a permettere il rinvenimento dei 10 corpi.

Le indagini dureranno mesi e si protrarranno tra arresti sbagliati e veloci rilasci, fino al ritrovamento di una giacca, probabilmente persa durante la fuga, con un’etichetta con su scritto “Caltanissetta”. In poco tempo si pensa all’eventualità di una rapina da parte di una banda di siciliani, e si collega quella giacca a Francesco Saporito, che aveva lavorato alla cascina fino a due giorni prima del delitto ed ora risultava introvabile.

In poco tempo la giacca porta ad identificare Giovanni D’Ignoti, che viene portato in caserma ed interrogato. Confesserà grazie a una bugia: i militari gli dicono che è l’ultimo ad essere stato arrestato, e che gli altri hanno già raccontato tutto: sotto la pressione psicologica, D’Ignoti cede e racconta tutto.

Tutta Italia vuole la pena di morte

Sui giornali escono titoli a grandi lettere: presi i 4 assassini di Villarbasse. Il paese vuole giustizia: non c’è spazio per gli assassini senza ideali nell’Italia che vuole rinascere, tutti vogliono le teste di chi ha ucciso 10 persone innocenti.

De Nicola rifiuta la richiesta di grazia

I 3 rapinatori dopo l’arresto vengono tradotti al carcere le Nuove dove rimangono per tutta la durata del processo, che termina con una certa ed acclamata sentenza di condanna a morte.

Non li salverà neanche il Capo dello Stato provvisorio Enrico De Nicola, che rifiuta la richiesta di grazia. 

L’esecuzione

Nel 1947, nel silenzio di una mattina, viene dunque eseguita l’ultima condanna a morte di civili in Italia: ad assistervi c’è anche Giorgio Bocca, che decenni dopo ricorderà l’episodio su Repubblica: “C’é il frate che va da una sedia all’ altra, cui i condannati sono legati, e mormora parole consolatrici che loro non ascoltano rannicchiati come orsi dietro il legno delle sedie, l’ ultima illusoria protezione.

Un signore in abito scuro, il questore suppongo, fa dei segni perché si affretti l’ esecuzione e finisca questa maledetta grana. I soldati del plotone sono nervosi, a uno cade il fucile di mano: allora accorre l’ ufficiale comandante con la sciarpa azzurra. Parte la scarica che, nel vuoto della campagna, è appena un crepitio, tanto che neanche i passeri si spaventano”.

Cascina Simonetto dopo la strage

Cascina Simonetto, teatro di orrori apparentemente indimenticabili, ha deciso di rinascere e di lasciarli velocemente alle spalle l’incubo di quel 20 novembre: nell’Italia febbricitante del secondo dopoguerra non si permette neanche a una strage di interrompere la rinascita.

Così, nel corso del 1946 arrivano nuovi abitanti e nasce un nuovo bambino che porta il cognome di una delle vittime: è Bruno Ferrero, che diventerà un conosciuto presbitero e scrittore italiano.

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