Ci sono momenti in cui si fa fatica a credere che le cose possano cambiare. Che questo periodo servirà effettivamente a qualcosa e che si possa ancora ritrovare il senso di appartenenza ad uno Stato che si ama e a volte si ama meno.

Ci sono momenti in cui non ci si riconosce più con il proprio Paese, con quel senso civico che fatica a rendersi palese e che spesso viene dimenticato, insieme alle mascherine, al distanziamento e al rispetto per gli altri.

E ci sono momenti in cui invece si crede ancora che si può fare qualcosa, che c’è ancora spazio per chi ha voglia di cambiare questa politica in cui ci si fa fatica ad identificarsi.

La bacheca e l’agorà

Un’arte di governare che mette al centro i diritti civili e non i giochi di palazzo, una politica che ritrova i suoi protagonisti nei cittadini, che partecipano attivamente e non solo sui social, nascosti da una virtualità che spesso rivela una violenza che non ci appartiene, sintomo di un sentimento di disinnamoramento e sfiducia diffuso. Oltre che di una mala educazione.

“Possiamo ancora fare qualcosa”. Così mi incoraggia Giulio del Balzo, quando lamento di quello che vedo tutti i giorni nella nuova agorà: Facebook. Luogo ormai di brutalità senza filtri, nel quale tutti possono dire la propria, ma in cui spesso gli insulti prendono il posto delle critiche costruttive, in cui lo spirito è quello di una partita di calcio, dove c’è la nostra squadra e gli altri sono solo avversari.

Ma avversari su cosa? E lo vediamo anche in Parlamento, in cui l’unica cosa che conta è avere l’ultima parola in una battaglia senza fine, nella quale a vincere non è quasi mai il Paese.

Lasciamo le bacheche e torniamo nelle piazze

Giulio, manager di alto livello, profondo conoscitore della politica dai tempi universitari e candidato alla segreteria nazionale di + Europa, di politica partecipativa se ne intende.

Mi spiega l’importanza delle liste civiche e di come abbiamo ancora una carta importante da giocare per cambiare, e ce l’hanno soprattutto i giovani. 

Ed è tranchant quando mi dice che va bene guardare cosa non va, che va bene anche lamentarsi, ma che per farla andare bene davvero dobbiamo tornare a fare politica non nei salotti o nelle bacheche, ma dobbiamo far tornare i giovani a farla, perché solo riconquistando la fiducia nel futuro si può cambiare.

Innamoriamoci di nuovo del nostro Paese

E il suo entusiasmo contagia anche me, un po’ meno giovane.

È vero che stiamo cambiando, che non si leggono più i giornali, che i grandi distributori di notizie sono quasi in un regime di oligopolio e che Roma resta una roccaforte. Ma è anche vero che tanti sono i cambiamenti e le sorprese che abbiamo vissuto negli ultimi 40 anni, momenti non prevedibili neppure da chi credeva di avere autorità e autorizzazione per una più che comoda poltrona.

E stiamo vivendo proprio adesso un momento inaspettato e non pronosticato. Allora, forse, la morale di questo periodo così imprevisto è che possiamo ancora cambiare quello che non ci piace e possiamo ancora partecipare attivamente ad una nuova politica, partendo da noi, dai nostri centri e dalle nostre città.

 
Possiamo ancora e di nuovo innamorarci del nostro Paese.