Il Linguafondaio: Manolo Trinci

Quando un termine è troppo generico e non descrive in modo adeguato la realtà, c’è bisogno che venga sostituito da un altro più preciso e particolare, soprattutto quando il fenomeno, i numeri e le statistiche, sono così drammatici che non si possono più ignorare.

È questo il caso del termine femminicidio.

La fragilità di un termine

La parola femminicidio inizia ad affacciarsi timidamente nella lingua italiana solo dal 2001 (per poi diffondersi veramente nel 2008, grazie anche al saggio Femminicidio di Barbara Spinelli).
Prima del termine femminicidio esisteva il generico uxoricidio (composto dal latino uxor, ‘moglie’, e dal suffisso -cidio), che si usava per indicare l’uccisione non solo della moglie, come l’etimologia in realtà racconterebbe, ma l’uccisione di uno dei due coniugi per mano dell’altro; e per essere coniugi, bisogna essere sposati, quindi in qualche modo venivano tagliati fuori e non riconosciuti tutti coloro che non possedevano questo status: conviventi, fidanzati, amanti o semplici conoscenti.

E non solo: la fragilità e la genericità del termine, come abbiamo detto poc’anzi, risiedeva, inoltre, nel fatto che questo potesse essere esteso anche agli uomini. Quindi, non esisteva un termine vero e proprio che indicasse precisamente la morte di una donna – per mano di un uomo ‒ in quanto tale, in quanto donna, appunto.

Le vittime esistono anche quando non se ne parla

Nonostante questo, il fenomeno culturale e le vittime già esistevano. L’introduzione di questo termine, come ci illustra l’autorevolissima linguista Valeria Della Valle, è doveroso segnalarlo, lo dobbiamo prima a una criminologa, Diana Russell, che coniò il termine feminicide nel 1992 (prima di questo viene registrato un altro termine inglese, femicide del 1801) e che usò in un suo saggio; poi alla sensibilità di un’antropologa messicana, Marcela Lagarde, che adoperò la parola femminicidio un anno dopo, per raccontare i numerosissimi omicidi di donne che erano stati commessi ai confini tra il Messico e gli Stati Uniti.

Il resto è storia.

Un atto barbarico dell’intera società

La parola femminicidio indica l’annientamento prima che fisico, psicologico di una donna e prima che psicologico, sociale.

È un percorso di sottomissione e violenza, non necessariamente manifesta, e ben preciso, che parte da molto lontano e non di certo dalla fine. Un atto barbarico che parte dal singolo individuo e che va esteso alla società intera.

Prima ancora di tutto

Una soppressione che inizia non dal corpo senza vita riverso a terra; non dall’ultima goccia di sangue che tocca l’asfalto; non dall’ultimo gesto che toglie, che azzera, che elimina fiato, battito e nome in un colpo solo, quando la vittima è fortunata; non da quando una lama penetra la carne morbida o quando una pallottola perfora la testa e trapassa le cervella; prima ancora della mano che fa scudo e cerca di frapporsi tra la canna dell’arma e il volto impaurito, ma è solo carne e la carne, si sa, è sempre debole (letteralmente): non è né lo scudo del Principe né il corpo di papà.

Prima ancora dello sbarrare degli occhi; prima delle urla e delle grida di aiuto che si perdono nell’aria senza destare il minimo stupore dei passanti o dei vicini di casa indifferenti e vili che alzano il volume della tivù; prima ancora del «Fermati, che cosa fai!?»; prima ancora della mano che decide di armarsi; prima ancora della folle idea di armarsi; prima ancora delle minacce; prima ancora del «Ti va di vederci per chiarire?». Prima ancora del rifiuto tramite l’avverbio olofrastico reiterato più volte senza trovare mai un ricevente, quel NO che non basta mai, eppure dal significato così netto e definitivo, che non contiene la minima traccia di nessun avverbio di dubbio.

Prima ancora della decisione di mettere la parola fine a una relazione tossica, che soffoca, che svuota, che non fa più sognare; prima ancora dei pensieri che tolgono il sonno, delle giustificazioni, del passerà e non lo farà più, lo ha promesso; prima ancora dei lividi e degli occhi neri coperti da un trucco con tonalità scure che non si è mai usato; prima ancora del linguaggio che inganna, come quello degli aguzzini, dei carcerieri o dei nazisti che danno una falsa speranza ai prigionieri dicendo loro che Il lavoro rende liberi. Prima ancora del «Troia!», «Puttana!», «Senza di me non vali niente!»; prima ancora del pronome possessivo mia, che all’inizio sembrava una dolce melodia, una cosa positiva che usano solo gli uomini veri, quelli che amano veramente la loro donna, mentre adesso vincola per sempre ed esclusivamente anima, corpo e desideri a un solo uomo, anche quando questo non lo si sente più proprio. Prima ancora del primo schiaffo, si parte sempre da lì. Prima ancora delle male parole, del linguaggio scatologico e della violenza verbale così umiliante e sorprendente, ma è davvero lui?, anche perché nei primi giorni di innamoramento tutto questo era ancora sommerso nella profondità degli abissi, ma cresceva piano piano in modo subdolo come un brutto male che quando lo si scopre è sempre troppo tardi. Prima ancora del salario impari, del linguaggio che esclude, dello sguardo allusivo del capo o di alcuni colleghi; prima ancora del colloquio di lavoro e di quelle strane domande riguardanti la maternità che non c’entrano niente con la candidatura in sé; prima ancora dei numerosi curricula, dei concorsi e dell’abituarsi a essere sempre e comunque in minoranza. Prima ancora di ricevere l’etichetta di “santa” o di “puttana”, perché di base sono tutte puttane, si sa, tranne mamma, sorella, fidanzata e moglie. Prima ancora degli esami e di quel professore che viene distratto dalle scollature, ma il problema non è certo lui; prima ancora del non poter indossare la prima gonna a scuola o per strada, soprattutto di sera, perché bisogna stare attente a non provocare e a non attirare troppo l’attenzione degli uomini su di sé, gli stupri non bisogna mica cercarseli; prima ancora di scoprire le imperfezioni del corpo ‒ che hanno tutti ‒ tramite i commenti di sconosciuti e no sotto quelle foto in costume che si postano dopo una bella giornata al mare, nelle quali ci si crede perfette e invece si è soltanto felici; prima ancora della scoperta del proprio corpo e dell’autoerotismo, che va fatto ma non va detto, per carità! Prima ancora di scoprire che i detti e le offese più pesanti colpiscono comunque una donna anche quando sono riferiti a un uomo; prima ancora di scoprire che le brave ragazze stanno al loro posto, un luogo prima astratto e poi fisico, che non si sceglie ma si subisce sempre; prima ancora dei rivoli di sangue che scivolano nell’interno coscia, che colgono impreparate; prima ancora delle fitte improvvise alla pancia e dei dolori alla schiena che fregiano del titolo di signorina; prima ancora di maledire la natura e desiderare quella del genere opposto. Prima ancora di scoprire che le femmine non possono, i maschi sì;  prima ancora del sesso, del tuo genere, della notizia del tuo arrivo e dell’essere per sempre e comunque la prima fidanzata di papà. Iniziamo da qui.

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