Federico Rutali

Bullismo, body shaming, fobia sociale, fragilità, paura: sono queste le parole che ricorrono nei racconti di chi, tutto questo, lo ha subìto. Un tema estremamente delicato che non riguarda però solo le vittime perché denunciare, esporsi, aprirsi sul proprio trauma personale può essere d’aiuto a chi, tuttora, soffre in silenzio sentendosi sbagliato e a chi, vicino a lui, non ha gli strumenti per cogliere i sintomi di un dolore intimo e i suoi campanelli d’allarme.

Intervistato da The Social Post, il 23enne influencer Federico Rutali, racconta la sua personale esperienza di “uno contro il branco”.

Dagli anni del liceo al body shaming subìto da parte di un noto calciatore di serie A. Un volto, un corpo e una storia in cui migliaia di ragazzi e ragazze possono rivedersi, riconoscersi e una testimonianza che può assurgere ad essere l’accensione di quella lampadina capace di innescare consapevolezza e la voglia di chiedere aiuto ad alta voce, senza vergognarsi.

Federico Rutali, l’obesità e il bullismo: “Solamente oggi riesco a parlarne

Federico Rutali, influencer di 23 anni, qual è la tua storia e perché ce la racconti ora?

Sono una persona che ha subìto body shaming, bullismo e parlo ora perché ci ho messo diverso tempo a metabolizzare questo trauma. Solamente oggi posso dire di avere la forza e il coraggio di raccontare la mia storia e lo faccio per sensibilizzare le persone nei riguardi di una tematica così importante. Voglio dare forza e coraggio a tutti quei ragazzi, ma anche agli adulti, che ne sono vittime, che vivono nel buio e non vedono una via d’uscita. Dico questo proprio perché quando ho subito, e ho subito parecchio, sia durante l’infanzia che l’adolescenza, io stesso faticavo a vedere una via d’uscita che per me non c’era.

La mia vuole essere una testimonianza e una storia di speranza e voglio sia utile a chiunque per prendere in mano la situazione, per prendersi le proprie rivincite perché arriverà per tutti il momento di prendersi la propria vittoria.

Raccontaci cosa hai vissuto: quanti anni avevi?

Quando è iniziato tutto avevo 13, 14 anni. Pesavo più di 100 kg, soffrivo di obesità, ero malato. Sapevo di non essere bello né affascinante come gli altri ragazzi e i miei coetanei infierivano proprio su questo ed io mi sono chiuso in me stesso.

Federico Rutali
Federico Rutali in un vecchio scatto

Che tipo di offese ricevevi?

Ho sempre ricevuto offese relative al fisico: venivo etichettato come ‘grasso’, come ‘bombolone’ per non parlare di quanto sono state brutte le ore di educazione motoria trascorse in piscina… Ogni volta che mettevo il costumo sentivo le solite risate, le frasi fatte. Avevo paura di andare a scuola perché gli attacchi arrivavano soprattutto lì. Ma questo vale per tutti: tutte le persone che hanno sofferto o soffrono di bullismo possono dirlo, si scatena una sorta di ‘fobia sociale’, così si chiama.

Si tratta della paura di relazionarsi, un’ansia inspiegabile di vivere il quotidiano e che ti porta a chiuderti sempre di più.

La fobia sociale e il bullismo subìto a scuola

Da chi arrivavano gli attacchi più pesanti?

Arrivavano dai miei compagni d’istituto ma anche quando camminavo per strada o andavo a fare la spesa vedevo la gente che mi guardava, sentivo sempre gli occhi addosso e non percepivo mai nulla di positivo. Sentivo che non stavano pensando “mamma, che bel ragazzo”. Li guardavo e vedevo i loro occhi, sentivo il loro pensiero “mamma questo, quanto è grosso“.

In qui momenti come ti sentivi, ti rendevi conto di quello che stavi subendo?

Certo, quando lo subivo me ne rendevo conto e la cosa più brutta è stata accorgermene nel momento in cui mi hanno fatto sentire sbagliato ed è una cosa orribile. Oltre al disagio fisico che era evidente – ho sofferto di obesità fino ai 16 anni ed ero in cura in un noto ospedale di Bologna – è subentrato quello morale. Capivo di essere vittima di bullismo, vittima di body shaming e avevo iniziato piano piano a chiudermi sempre più in me stesso.

Durante l’adolescenza se ti mostri fragile e debole i bulli ti puntano subito il dito contro prendono di mira quella tua debolezza, quella diversità. Non avevo una vita sociale.

federico rutali
Federico Rutali in un vecchio scatto

Mi sentivo male, sempre più male e sono arrivato a non uscire nemmeno più di casa. Non avevo amici, le persone intorno mi facevano sentire così tanto sbagliato da auto-convincermi di esserlo e pensavo tra me e me “ma chi può voler uscire con me?”; “chi può volersi relazionare con me?”. E mentre i miei compagni iniziavano ad avere le prime storie, le prime cotte, io non avevo nulla, non riuscivo a creare un rapporto con le persone perché ero timido, introverso e questo ha pesato tantissimo a livello psicologico.

Era un vortice e quando ci sei dentro non vedi altro che un tunnel senza via d’uscita

Parlavi di questa sofferenza con qualcuno, con i tuoi genitori ad esempio?

Avevo 16 anni quando ho iniziato a renderli partecipi del mio dolore perché è una sofferenza che non si può affrontare da soli, deve esserci qualcuno, un adulto o un esperto che ti aiuta. L’ho fatto poco prima di perdere 25 kg ma prima di questo momento no, non parlavo con nessuno e questo è proprio quello che i ragazzi capiscano: non si devono vergognare a chiedere aiuto, a utilizzare gli strumenti che hanno a disposizione come gli sportelli nelle scuole, ora ce ne sono molto ma quando facevo io le superiori c’era poco e niente.

I ragazzi devono aprirsi con i genitori, quando l’ho fatto mi hanno aiutato tanto.

Cosa è successo quando sei riuscito a parlare ad alta voce di tutto ciò che sentivi e portavi dentro?

Tramite il sostegno dei miei genitori e degli psicologi ho iniziato ad aprirmi e sono riusciti a farmi scattare qualcosa dentro.

Tutto parte dentro sé stessi: devi essere tu a prendere in mano la situazione e a rimboccarti le maniche. Quando si è molto fragili, quanto si subiscono queste violenze psicologiche di diventa come cani che si mordono da soli la coda. Io ero patologicamente obeso e cosa facevo quando venivo bullizzato per questo? Mi sfogavo sul cibo e diventavo ancora più grosso: era un vortice e quando ci sei dentro non vedi altro che un tunnel senza via d’uscita, è angosciante, vivevo con un’ansia terribile.

Avevo ansia di qualsiasi cosa, ansia di vivere la vita.

Quanti anni hai vissuto dentro questo tunnel infernale?

Non credo di esserne mai davvero uscito, non al 100%. Il trauma si può superare ma la ferita rimane sempre aperta e lo è ancora oggi. Se qualcuno mi offende oggi rispondo, ho trovato la forza di reagire e mi scivola tutto molto addosso con facilità, ho una consapevolezza diversa ma sento che la ferita è aperta e che me la porterò dietro sempre. Diciamo che però tutto è cambiato quando ho perso 25 kg: lì ho iniziato ad avere fame di rivincita per tutti quegli anni che avevo vissuto dentro una bolla.

Avevo una tale voglia di spaccare tutto, mi sentivo così sicuro di me stesso, così forte e determinato, coraggioso… lo stesso coraggio che mi porta oggi a voler raccontare la mia storia.

Uno contro il branco: l’inadeguata società che obbliga alla perfezione

Hai mai pensato di denunciare?

Quando ti trovi “uno contro il branco” senti di non riuscire ad averla vinta. È una sconfitta di cui ti auto-convinci come ti convinci di non essere abbastanza e questo perché abbiamo paura di mostrarci fragili in una società che ci vuole vincitori, sempre forti, sempre in prima linea e mai stanchi.

La verità è che dovremmo concederci di mostrarci nell’essenza, tutti abbiamo una fragilità che non mostriamo, che tendiamo a nascondere perché la società di vuole perfetti.. Mostrarsi fragili, imperfetti, diversi spesso costa solamente critiche.

È chiaro quale sia il movente dietro il voler raccontare oggi la tua storia ma è accaduto qualcosa, c’è stato un gesto o una parola che ti ha spinto a credere che fosse arrivato il momento giusto per farlo?

Dopo essermi esposto tanto sui social, iniziando a parlare di diversità, postando quotidianamente messaggi di body positivy e schierandomi contro il body shaming ho iniziato a ricevere numerosi messaggi da parte di ragazzi e ragazze che volevano raccontarmi la loro storia.

Mi rivedevo nelle loro parole e loro si rivedevano in me senza però conoscere il mio dolore e ho pensato “ma se sono così tanti i ragazzi che ne soffrono, non è forse arrivato il momento di parlare?”.

Federico Rutali instagram
Federico Rutali oggi. Fonte: Instagram

Ora che ho trovato forza e coraggio ho sentito il dover morale di denunciare tutto quello che avevo vissuto sulla mia pelle. Essendo poi un influencer, avendo avuto modo di entrare in contatto con molte personalità, partecipando a eventi e cene mi sono reso conto che questo tema non viene davvero considerato, manca la sensibilità.

Parlando del mondo dello spettacolo, molto li vedono dorato e irraggiungibile ma quello che si nasconde dietro un mondo di finto moralismo. Ci sono tanti, tantissimi personaggi pubblici che quotidianamente vediamo nei salotti televisivi nelle vesti di perbenisti, moralisti, buonisti… e sono poi i primi invece che come dice il detto “predicano bene ma razzolano male, davvero male“.

Body shaming e mondo dello spettacolo: le accuse al calciatore di serie A

Questo che dici lo hai dedotto osservando il mondo dello spettacolo da fuori o parli per tua esperienza personale?

L’ho visto e l’ho subìto sulla mia pelle.

Quando l’hai subito e da parte di chi?

Da influencer spesso mi è capitato di lavorare soprattutto durante la Fashion Week perché mi occupo di moda. I brand mi contattano ed io vado agli eventi, ad uno di questi era solito esserci un noto calciatore di serie A. Un tipo a cui piace molto scherzare per sentire le risate degli altri. È un calciatore molto famoso ed è anche un testimonial, partecipa spesso a questo genere di eventi dove c’è poco modo di parlare perché per me sono ore di lavoro.

Ogni volta che lo incrociavo mi faceva la solita battuta, spesso sul fisico, e le persone intorno a lui ridevano. Ah come sei informa”, detto con molta ironia, Ah ma hai preso qualche chiletto per caso?“, “Ma guarda lì che cosce che hai.

Hai cercato un confronto con questo calciatore?

Certo e lui si giustificava sempre dicendomi “lo faccio per ridere, per scherzare”. E io gli avevo anche risposto “se sei un clown torna al circo a far ridere il pubblico perché qui non ride nessuno“. Ho cercato di fargli notare che avevo sofferto in passato, che mi davano fastidio quelle battute e soprattutto volevo fargli capire che io, tutto sommato, riuscivo a farmele scivolare ma che se avesse avuto questo atteggiamento con un altro ragazzo poteva distruggerlo.

É un personaggio pubblico, avrà migliaia di ragazzini che lo vedono come un idolo, se incontra un ragazzo di 14/15 anni e gli fa la stessa battuta come reagirà?

Poi è ovvio che una persona come lui, con tutto quel seguito, se fa una battuta la gente intorno ride, chi è che si metterebbe contro di lui? Io assolutamente non volevo nessuno a difendermi, so parlare e farlo da solo ma poi la goccia che ha fatto traboccare il vaso è arrivata ad una cena.

Cos’è successo?

Ero in un noto ristorante di Milano in zona Porta Romana dove ero stato invitato perché una mia amica si sentiva con un suo compagno di squadra. Complice un bicchiere di troppo, anche a questa cena lui continua a ironizzare su di me ma tra l’offesa e l’ironia c’è una linea molto sottile. Mi attacca più volte e la situazione era diventata “uno solo contro il branco”. In quei momenti, con tutti i suoi compagni che lo appoggiavano, sono ritornato a quando avevo 14 anni: mi criticò per come ero vestito, a suo dire “troppo attillato per le mie forme”.

Lì per lì scoppiai a ridere ma dentro di me quella ferita stava facendo male ed ho capito che per quanto avessi metabolizzato non lo avevo fatto al 100%. Ma quanto di più sconvolgente è che questo calciatore, proprio durante un’intervista, si era schierato contro il bullismo, quando so per certo di numerosi suoi commenti cattivi e sessisti legati al corpo fatti ad altri. Questo è il moralismo e il perbenismo che voglio denunciare all’interno del mondo dello spettacolo perché le battute ci saranno sempre ma noi possiamo fare di tutto per limitare il fenomeno.

Paura di andare a scuola, paura di uscire, paura di relazionarsi: i campanelli d’allarme

Ad oggi quanto pensi abbiano influito i tuoi genitori e il supporto psicologico per metabolizzare il dolore che covavi dentro?

Lo psicologo ti da uno stimolo, ti fa accendere quella lampadina ma c’è da dire che tutto parte da te. Nessuno ti potrà mai aiutare al 100% ma è fondamentale che quella lampadina si accenda. Bisogna chiedere aiuto agli esperti e, secondo me, ancor più ai genitori a cui si possono rivelare anche cose più intime che a uno sconosciuto non va di dire.

Da figlio, partendo dalla tua esperienza personale, che consiglio ti senti di dare a genitori di ragazzi che subiscono atti di bullismo? Quali sono i campanelli d’allarme?

Nel mio caso il cibo mi rendeva molto felice e spesso i genitori, che sono grandi lavoratori, non riescono a cogliere queste piccole cose. A tutti i genitori dico di cercare di capire cosa c’è dietro agli occhi di loro figlio: se ha paura ad andare a scuola vuol dire che a scuola sta accadendo qualcosa; se non esce mai di casa fuori sta accadendo qualcosa; se non ha amici e non si relaziona con nessuno sta succedendo qualcosa.

Questi sono i campanelli d’allarme. Se un genitori li coglie può aiutare il figlio ad accendere quella lampadina, può farti capire che non sei solo a lottare contro il branco ma che hai i tuoi genitori vicino, ti danno carica e forza che servono per prendersi la propria rivincita.

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Federico Rutali oggi. Fonte: Instagram

Che messaggio lanciamo ai ragazzi che come te, soprattutto giovani e giovanissimi, si stanno rispecchiando nelle tue parole?

Ragazzi dovete chiedere aiuto o a un esperto o ai vostri genitori o scrivete a qualcuno che ha vissuto quello che sentite dentro.

Fate vedere il cuore in questa società piena di moralismo ed empatizzate col prossimo. Il bullismo oggi nasce perché c’è sempre meno empatia: quando vedete una persona con un problema non deridetela, non puntate il dito contro una persona fragile. Una società senza discriminazioni è utopia ma insieme, se non possiamo sconfiggerli del tutto, possiamo almeno limitarli. Bisogna parlare, sensibilizzare sul body shaming nelle scuole, in tv, sui giornali, sui social perché finché nessuno ne parla sarà sempre visto come un problema marginale quando non lo è perché non tutti i ragazzi si limitano alla fobia sociale, c’è anche chi pratica dell’autolesionismo per questo.

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