Il Linguafondaio: Manolo Trinci

Ogni anno, nel mese di dicembre e con l’avvicinarsi del Natale, comincia a rispuntare l’immancabile meme “Questo Natale regala un congiuntivo”, e dopo averlo rivisto riaffiorare su tutti i social per l’ennesimo anno di fila, non ho potuto fare a meno di scriverci un articolo.

La vita del congiuntivo

Il congiuntivo non se la passa malaccio, come molti credono e dicono, anzi, gode di buona salute, soprattutto nello scritto e nel parlato formale; il problema si ha, caso mai, nella lingua parlata spontanea, perché nell’improvvisazione e nell’immediatezza del parlato, l’indicativo viene percepito come più efficace, comodo, sicuro e meno affettato.

Bisogna però aggiungere che il congiuntivo è un modo verbale che contiene delle insidie e le regole che lo caratterizzano non sono sempre uguali e nette. Tentiamo di dare qualche linea generale da seguire – senza mettere troppa carne al fuoco ‒ per cercare di non commettere errori, ma allo stesso tempo, provando a non essere troppo inflessibili.

Mondi certi e tempi incerti

Possiamo iniziare dividendo il mondo grammaticale in due: quello della certezza, che è legato all’indicativo; e quello dell’incertezza, che viene rappresentato dal congiuntivo. Queste sono le prime distinzioni, le più evidenti, ed è quello che si impara nell’introduzione del capitolo di ogni grammatica; anche se, da appassionato di lingua, ho capito che le regole non possono essere mai prese totalmente sul serio, perché c’è sempre un margine di eccezione; e l’eccezione è quello che differenzia una lingua viva da una che non si parla veramente più (tranne in contesti ristretti e particolari, come il latino e il greco antico).

Ecco, se vi piacciono le lingue vive o se vi piacerebbe studiarne una, il consiglio che posso darvi è quello di lasciare sempre quel piccolo margine, quella via d’uscita dalla regola, che vi salverà la vita, ed è quello che fa la differenza tra chi studia seriamente qualcosa e chi si limita a riportare a galla nozioni imparate a pappagallo decine e decine di anni fa a scuola.

La personale interpretazione del mondo

Continuiamo con le regole da manuale e con i verbi che reggono il congiuntivo (i cosiddetti verba putandi), come credere (Credo che tu debba evitare i dolci); pensare (Penso che tu sia una brava persona); desiderare (Desidero che tu sia felice); augurare (Mi auguro che tu guarisca presto); sperare (Spero che tu abbia ragione), ecc., che appartengono tutti alla sfera della soggettività, della libera e personalissima interpretazione del mondo.

E tutte le frasi che succedono questi verbi di opinione e completano (frasi completive) un pensiero e sono introdotte da che, vogliono il congiuntivo.

Quando invece nella frase principale ho un verbo che esprime una certezza, nella completiva potrò usare senza problemi l’indicativo.

Quindi se vedrò qualcuno (con i miei occhi) commettere un furto, dirò: So che sei un ladro! Se invece non lo coglierò sul fatto, e ho solo il sospetto dirò semplicemente: Credo che tu sia un ladro.

E per quanto riguarda i credenti?

La loro esistenza si fonda proprio su quel verbo di opinione, credere, e per loro Dio è una certezza, esiste e non possono di certo dire Credo che Dio esista, ma diranno Credo che Dio esiste.

Parenti stretti non congiunti(vi)

Un’altra possibile costruzione legittima con i verbi di opinione è quella di usare al posto del congiuntivo, l’indicativo futuro: Credo che uscirò tardi dal lavoro. Frase lecita e corretta. Abbiamo trovato già due punti deboli alla regola grazie al nostro margine, che vale sempre la pena di tenere in considerazione soprattutto in questi casi, se si vuole dare al nostro scritto una determinata modalità di interpretazione.

Il margine di un probabile ragionamento si annulla in frasi rette da sebbene, affinché, prima che, basta che, ecc. Lì proprio non possiamo pensarci troppo, perché la strada è a senso unico e dobbiamo dire e scrivere: Sebbene avessi la febbre, sono comunque venuto alla tua festa di compleanno.

Se io avrei si può dire

Un’altra questione importante da affrontare è quella del periodo ipotetico (per non essere troppo prolisso citerò solo il periodo ipotetico dell’irrealtà); quello in cui dopo il se andrebbe (e non ci va, scoprirete presto il perché) usato il congiuntivo imperfetto: Se lo avessi saputo, sarei venuto alla tua festa. Frase perfetta, ineccepibile. Regola obbligatoria nello scritto e nel parlato formale; però, e c’è un bel però, posso “tranquillamente” usare, nel parlato e nello scritto informale, l’opzione, agghiacciante per molti: se lo sapevo, venivo alla tua festa.

Oltre a questa possibilità, dopo il se posso usare anche il condizionale, quindi il se io avrei, che fa rabbrividire molti, non è consentito nel periodo ipotetico, ma in una interrogativa indiretta (frase in cui si esprime un dubbio o una domanda in forma indiretta e senza l’uso del punto interrogativo) ha tutto il diritto di esistere: Non so se io avrei il coraggio di uscire con uno come te. E si potrebbe andare avanti così all’infinito.

Questo Natale regala un congiuntivo

Quindi, va bene difendere la propria lingua, va bene battersi per il congiuntivo, va bene regalarlo a chi se lo dimentica o a chi non sa proprio della sua esistenza, ma allo stesso tempo bisogna evitare di farne indigestione, sapendo quando bisogna usarlo, quando è fuori luogo e quando invece l’indicativo è più indicato perché più pertinente ed espressivo; con la consapevolezza e la certezza che l’errore è sempre dietro l’angolo, e la perfezione e la linearità non appartengono neanche alla nostra lingua.

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