Il Linguafondaio: Manolo Trinci

Una singola e apparentemente insignificante lettera, frapposta tra due parole, riesce a dare musicalità a tutta una frase.
È il caso della d eufonica, che è più di una semplice lettera, è un elemento fonico. Eufonico (‘suono armonico’) è il contrario del tanto abusato cacofonico (‘suono sgradevole’), termine quest’ultimo che, come i lettori e gli ascoltatori attenti avranno notato, viene spesso usato per etichettare tutte quelle parole nuove, o presunte tali, che non siamo abituati né a riportare graficamente né a sentire (vedi i femminili di professione) e che vengono bollate come sgraziate e poco udibili.

Questione di stile

Ma torniamo alla nostra lezione di oggi.

Quando si usa questo particolare grafema? Una premessa è d’obbligo. Sulla questione non ci sono prese di posizione nette e univoche, come spesso accade nella nostra lingua, ma esistono strade percorribili, strade a senso unico, vicoli ciechi e biforcazioni con una doppia possibilità di scelta.

Partiamo da un primo fatto: non possiamo parlare di regola piena. L’uso della d eufonica, idealmente, lo potremmo collocare al centro di un’intersezione tra due insiemi: quello della regola o presunta tale; e quello dei consigli di stile.

Se da una parte c’è se non una regola, almeno delle linee guida che bisognerebbe seguire affinché non ci siano inceppi nel nostro testo scritto, dall’altra le diverse oscillazioni presenti mettono in discussione le suddette linee guida che andremo a vedere.

Uguali ma distanti

La d eufonica entra in gioco per evitare l’incontro tra due vocali uguali. Ecco, quest’ultimo aggettivo, uguali, memorizzatelo perché lo ritroveremo presto. La presenza di questa lettera, come abbiamo accennato, è importante per rendere più fluida e armoniosa la lettura di uno scritto.

Indubbiamente dire e scrivere Vado ad Ancona è meglio di dire e scrivere Vado a Ancona, senza la presenza della “d”; anche perché senza il nostro preziosissimo grafema, le vocali “a” si fonderebbero, creando almeno nel parlato, una struttura agrammaticale: *Vado Ancona.

L’altra vocale, la seconda, che ha bisogno della vicinanza della d eufonica, è la lettera “e”. Meglio Io ed Elena ci amiamo, rispetto a Io e Elena ci amiamo. E fin qui la strada è in discesa.

La fragilità delle regole

Ricordate l’aggettivo “uguale”? Ecco, non vale per la vocale “o”. Infatti, è rarissimo l’uso della d eufonica con “o”. Si preferisce O odiare a Od odiare, e O odorare a Od odorare (se provate a leggere ad alta voce quest’ultimo esempio, noterete quanto la “d” sia fastidiosa e fuori luogo, colpa anche della sua gemella presente nella parola odorare).

Ecco che la regola comincia a perdersi un po’ per strada. E la conferma della fragilità di quest’ultima la abbiamo con le non poche eccezioni e forme cristallizzate, che vengono usate da tempo dai parlanti in un certo modo, e che per questo non possono più seguire le linee guida: Ad esempio, Tu ed io (anche Tu e io), Ad oggi (anche A oggi), Ad ogni costo (anche A ogni costo), Ad essere (anche A essere), ecc.

Scelte felici

Ma quindi, può essere definito un errore omettere la d eufonica o metterla quando non ce n’è bisogno? Possiamo definire questo tipo di mancanza non come un errore da penna rossa, ma più come una scelta stilisticamente poco felice. Perché, come abbiamo visto, se una regola vera e propria non c’è (e soprattutto con tutte le oscillazioni che vengono accettate), non si può accusare qualcuno di trasgredirla o condannarlo alla damnatio memoriae. O meglio, la riprovazione sociale è sicuramente più forte riguardo a un congiuntivo sbagliato o a un’h mancata rispetto a un Ad essere sincero.

E poi chi padroneggia in modo eccelso la propria lingua madre sa che deve seguire il percorso naturale della stessa e sa quando affidarsi totalmente alla regola, quando abbandonarla e quando fare di testa propria.