Cherif Karamoko a Verissimo

La difficile storia di Cherif Karamoko viene raccontata in una lunga ed intensa intervista nel salotto di Silvia Toffanin, a Verissimo. Il ragazzo di soli 20 anni ripercorre l’odissea vissuta quando, nel 2017, partì dalla Libia su un barcone per cercare fortuna in Italia ed inseguire il suo sogno di diventare calciatore: “Solo chi l’ha passato può capire“.

La difficile storia di Cherif Karamoko

Il drammatico approdo in Italia del giovane calciatore Cherif Karamoko è al centro di una lunga intervista a Verissimo, nel salotto di Silvia Toffanin. La sua storia è un pugno al cuore e in ogni parola da lui pronunciata è percepibile la sofferenza vissuta.

In fuga dalla guerra in Guinea, sua terra natale, il ragazzo ha raggiunto le coste libiche dopo un lungo viaggio in cui è stato tenuto prigioniero e torturato. Dalla Libia, nel 2017, Karamoko e suo fratello hanno intrapreso un’odissea in mare per raggiungere le coste italiane e trovare salvezza e riscatto nel nostro Paese. Ma il barcone su cui viaggiavano in 143 è affondato nel Mediterraneo e molti, compreso il fratello, hanno trovato la morte.

A salvarlo fu proprio il fratello che, prima di scomparire tra le onde, gli ha avvicinato un salvagente.

Il risveglio di Cherif in un letto d’ospedale in Italia è stato il primo passo del lungo percorso di integrazione nel nostro Paese, nel quale sta trovando fortuna nel mondo del calcio. Ha esordito in serie B con la maglia del Padova nella stagione 2018/19, in cui ha mostrato tutto il suo talento.

La guerra in Guinea e la morte del padre

Durante la sua infanzia, vissuta nella miseria e nella povertà, Cherif nutre il desiderio di diventare calciatore: “Il ricordo da piccolo è quando dicevo sempre che volevo diventare calciatore. Andavo a scuola ma a volte andavo in ritardo per giocare fuori con gli amici, e giocavo a piedi nudi perché le scarpe, se si rompono, i genitori ti bastonano.

Eravamo poveri, non mangiavamo fino ad avere la pancia piena. Mangiavamo, a volte, una volta al giorno, ma eravamo contenti comunque“.

Sino all’arrivo del 2013, un anno drammatico per la Guinea che piomba nella guerra, durante la quale Cherif perde il padre: “Lui aveva coraggio e forza. Dopo che è morto mio padre, mio fratello se ne è andato. Qualche anno dopo ha cercato di chiamare mia sorella, abbiamo parlato ed eravamo contentissimi. Mi ha chiesto se stessi sempre giocando e gli risposi di sì.

Mi disse che mi avrebbe aiutato“.

La chiamata del fratello: “Voleva portarmi in Marocco

Cherif, due anni dopo, perde anche la madre durante una durissima epidemia di ebola: “Nel 2015 eravamo preoccupati. Mia mamma era ammalata prima che arrivasse l’ebola, poi alla fine non riusciva a parlare, era sempre a letto. Ogni volta che entravo in camera, non mi rispondeva. Non avevamo soldi per mandarla in ospedale e la malattia era troppo grave. Dopo due giorni, la sera, non l’ho più vista. Noi siamo andati poi in quarantena“.

Sino ad una inaspettata telefonata da parte del fratello, che si è rifatto vivo dopo essere fuggito in seguito alla morte del padre: “Sono rimasto con la mia sorella, poi mi sono ripreso e con il calcio ero contento.

Poi un giorno è arrivata la chiamata da mio fratello dicendo che si era fatto un po’ di soldi e che voleva portarmi in Marocco. Sappiamo tutti che è un Paese stabile e con il calcio erano avanti“.

Il viaggio nel deserto e le torture

Il suo viaggio verso un mondo migliore passa anche attraverso il deserto, strada necessaria per raggiungere Tripoli e la costa libica. Ma, nel corso di questo viaggio, il ragazzo è stato imprigionato e torturato, oltre che costretto a camminare a piedi nudi sulla sabbia rovente e sotto il sole cocente: “Un viaggio che quando lo spieghi, nessuno può capire.

Solo chi l’ha passato può capire. Abbiamo preso la strada del deserto, ma mi hanno imprigionato e torturato. Hanno portato tutti noi ragazzi a camminare a piedi nudi nel deserto, sotto il sole“.

Giunto a Tripoli Cherif ritrova il fratello, intenzionato a portarlo in Italia per assicurargli una vita migliore e per esaudire il suo desiderio di diventare calciatore. Per questo motivo intrapresero un viaggio della speranza, imbracandosi su un barcone ed intraprendendo un viaggio verso le coste italiane nel cuore della notte.

Il viaggio in mare e la scomparsa del fratello

Eravamo in 143 su una barca che poteva portarne 60 – il drammatico racconto del giovane calciatore. – Era mezzanotte e hanno iniziato ad imbarcare tutti i ragazzi. Ad un certo punto la barca era piena, hanno iniziato ad ammassare i ragazzi nella barca per forza. Noi siamo entrati, ma non c’era spazio, ero al fianco di mio fratello e mi diceva ‘Tieni duro’. Ad un certo punto la barca si è rotta davanti e mio fratello ed altri ragazzi hanno fatto uscire l’acqua mentre entrava. Quando la barca si è rotta, tutti si sono messi sul bordo: questa era un’altra guerra. All’improvviso mio fratello mi ha dato un salvagente, io non avevo la forza. Lui mi diceva ‘Tieni duro, vedrai che arriverai in Italia. Tieni il salvagente e non lasciarlo. Devi giocare a calcio, salvati‘”.

Il fratello però scomparve fra le onde del mare e Cherif si rese conto di non averlo più al suo fianco quando si svegliò in Italia in un letto d’ospedale: “Non ce l’ha fatta, non mi ricordo quando è sparito. Io ero svenuto, incosciente, non mi ricordavo di nulla. Poi mi sono svegliato e la prima parola è stata ‘Dov’è mio fratello?’. Finora non credo ancora che sia morto, magari adesso si trova in Libia“.