Il Linguafondaio: Manolo Trinci

Quando facevo le scuole elementari, ricordo benissimo come la maestra di matematica si arrabbiasse ogni volta che un compagnuccio si lasciava andare a una qualsiasi «libertà». Come si infuriava quando l’indice di qualche alunno cercava in modo naturale e disinvolto la via della narice. E lei, ogni volta, puntualmente, se ne usciva con la solita espressione: «Togli il dito dal naso! Non stai mica a casa tua!».

La stessa cosa valeva per gli sbadigli troppo vistosi e sfacciati («Ho visto le tonsille da qui!»), per le sedute scomposte e per il linguaggio scurrile. «Non stai mica a casa tua», era la frase che ripeteva più spesso, cioè non era un categorico non si fa, bensì un non si fa qui.

E c’è una bella differenza. Era come se sottintendesse: Quello che fate voi lo facciamo tutti, ma questo non è il luogo adatto. Ed era vero, ed è vero. La casa è il luogo della libertà, dei pigiamoni sformati, delle pantofole di dubbio gusto, dei volti senza trucco, dei capelli spettinati e del cibo spazzatura smangiucchiato sbracati sul divano. È il luogo in cui ognuno di noi ha il diritto e la libertà di essere sé stesso, anche linguisticamente. Ma la Casa e la Società sono due mondi diversi, opposti, che non dovrebbero incontrarsi mai.

Ministro Bianchi: “L’ho imparato

Qualche settimana fa il neoministro dell’istruzione Patrizio Bianchi, fresco di giuramento, nella sua prima intervista si è lasciato andare a un’informalità che è stata decisamente fuori luogo per diversi motivi. Alla domanda del come e quando avesse scoperto di essere stato nominato nuovo ministro dell’istruzione, lo stesso ha risposto con un «Ieri sera, l’ho imparato», guadagnandosi così titoli di giornali ed etichette (decisamente troppo severe) di ignorante e sgrammaticato, oltre alla puntuale imitazione da parte del comico Maurizio Crozza.

Come lo stesso ministro dichiarerà in seguito per giustificarsi, quella da lui usata è un’espressione tipica ferrarese, che gli è uscita fuori perché troppo emozionato.

L’emozione non ha voce

Lasciando stare l’emozione, che probabilmente colpirebbe ognuno di noi in circostanze come quella, una domanda del genere c’era da aspettarsela, in fin dei conti a un neoministro gli si domanda questo, come si sente e se questo incarico se l’aspettava e bla bla bla, visto che le domande sul suo operato, per ovvie ragioni, non gli si possono ancora fare.
Avrebbe potuto scegliere, per la sua prima intervista e presentazione, una saggia via di mezzo: l’ho saputo ieri sera, oppure, anche se più ricercata e ingessata, la forma l’ho appreso, che in quella frase sarebbe stata sempre meglio del verbo imparare, e in fin dei conti in bocca a un ministro dell’istruzione non stona e sta benissimo.

Per non parlare poi della penultima esternazione, anch’essa non scorretta, ma comunque fuori luogo perché troppo colloquiale: «Speriamo che faremo tutti bene». Molto meglio: Speriamo di fare bene.

Ministro Bianchi, non sta mica a casa sua

Lungi da me essere un ipercorrettista o un grammar nazi, so benissimo come va il mondo e come funziona la nostra lingua, ma in alcuni casi la troppa familiarità non va bene, non funziona, e si rischia di non essere proprio capiti dalla maggior parte delle persone che un ministro intende raggiungere e rappresentare.

Un ministro deve farsi comprendere da tutti, e non solo da una cerchia ristretta. La chiarezza comunicativa è un suo dovere, perché durante il suo mandato è il ministro di tutti, e non solo della sua regione o del bar sotto casa. Meglio lasciare l’informalità nei giusti contesti, anche perché molte volte per cercare a tutti i costi la naturalezza, la semplicità e la vicinanza con il popolo, si rischia solo di essere inappropriati alla stessa stregua di uno che si presenta al matrimonio del suo migliore amico in tuta.

Non sta mica a casa sua.