La lente di TSP

Giornata mondiale del Teatro, Filippo Fonsatti racconta la realtà dei teatri chiusi e il loro futuro

Giornata mondiale del Teatro - Per il 27 marzo, The Social Post ha intervistato Filippo Fonsatti, direttore del Teatro Stabile di Torino, per racconta la realtà dei teatri chiusi e il loro futuro
teatro carignano

La Giornata mondiale del Teatro viene festeggiata il 27 marzo di ogni anno, fin dal 1961, anno in cui è stata creata, a Vienna, durante il IX Congresso mondiale dell’Istituto Internazionale del Teatro. Questa però sarà una giornata mondiale molto diversa dalle precedenti: vedrà i teatri chiusi, in attesa che la pandemia faccia un passo indietro e il vaccino passi avanti. Lo spettacolo dal vivo resta in attesa, allora, di tempi migliori e oggi più che mai diventa fondamentale accendere le luci sul teatro.

Il teatro al tempo del Covid-19

Per capire quanto il teatro si trovi a soffrire della situazione attuale, e soprattutto capire dove trovare le potenzialità per un nuovo futuro, The Social Post ha intervistato Filippo Fonsatti, direttore del Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale e presidente di Federvivo (Federazione dello Spettacolo dal Vivo).

Dal primo lockdown si è parlato moltissimo di quanto le attività culturali stessero perdendo economicamente, ma in questo lungo anno quanto si è perso dal punto di vista umano?

Hanno perso molto: lo spettacolo ha senso compiuto nel momento in cui incontra il pubblico, perché soprattutto nella prosa la riproduzione su vari supporti, dal disco prima al dvd poi e adesso sui canali digitali, è sempre stata più problematica rispetto a musica e lirica.

La prosa richiede evidentemente un flusso empatico tra la platea e il palcoscenico e questa dimensione si è persa nell’ultimo anno.

Ci sono poi i temi relativi da una parte all’abitudine del consumo culturale del pubblico, con l’incognita su quanto abbia voglia di tornare a frequentare i teatri vincendo diffidenze e timori verso un luogo di aggregazione sociale, e dall’altra c’è la disabitudine degli attori ad incontrare gli spettatori con un fisiologico calo di tensione.

In questi mesi sono stati realizzati prodotti molto curati, ma dal punto di vista della dimensione empatica e dell’intensità emotiva manca sempre qualcosa. Io credo che il teatro abbia comunque reagito in maniera sorprendente, dopo il primo tramortimento a marzo aprile dell’anno scorso. Siamo stati capaci di reinventarci ma non vediamo l’ora che tutto ciò finisca per tornare ad aprire i teatri.

Gli attori sono come bloccati in una infinita prova generale, senza mai riuscire ad arrivare alla prima, al momento in cui incontreranno il pubblico per vivere insieme l’esperienza teatrale.

È così. Abbiamo dovuto forzatamente, con dei tempi imposti, fare un cambiamento culturale. Il teatro, e in realtà tutto lo spettacolo dal vivo, ha scoperto un gap digitale enorme e per sopravvivere ha dovuto bruciare le tappe di una evoluzione tecnologica che non aveva mai pensato di dover affrontare in tempi così rapidi.

L’atteggiamento che nei primi mesi è stato diffidente e sospettoso rispetto al digitale, negli ultimi tempi è mutato: oggi sono molti gli operatori che considerano quel tipo di offerta come una declinazione, magari temporanea, ma necessaria dello spettacolo dal vivo.

E secondo me i prodotti degli ultimi mesi sono più curati e più partecipati di quelli della prima parte del lockdown, perché c’è una maggiore consapevolezza anche da parte degli attori e anche forse un maggior grado di competenza nel gestire questo mezzo.

Filippo Fonsatti
Filippo Fonsatti – Foto di Andrea Guermani

L’opinione pubblica si è trovata ad affrontare in modo più crudo la realtà delle sale nel momento in cui ha visto la platea del Teatro Ariston vuota in occasione del Festival di Sanremo?

Con il Festival la desolazione innaturale e la tristezza profonda di una sala teatrale vuota ha avuto un forte impatto davanti ad una platea di milioni di telespettatori.

La rappresentazione plastica di questa assenza su un mezzo di comunicazione popolare, un canale generalista come Rai1, è stata secondo me deflagrante e, quindi, se mi chiede se è stata determinante questa dinamica dico di sì. In un certo qual modo è servita a sensibilizzare il pubblico generalista, quello che magari non viene mai a teatro ma che adesso sa cosa vuol dire una sala vuota.

In questo lungo anno, le attività teatrali hanno scoperto il digitale. Come sarà allora il futuro?

Escludo che l’online possa surrogare lo spettacolo dal vivo, però non escludo affatto, anzi auspico, che ci sia un’offerta integrata. Da una parte la stagione in presenza, come si è sempre fatto da circa 2500 anni a questa parte, dall’altra una offerta aggiuntiva, accompagnata magari con modalità di partecipazione interattiva che possa raggiungere nuovi target e che possa in qualche modo differenziare e ampliare la proposta, anche perfezionando dei canali di vendita. Ciò che ha caratterizzato l’offerta su piattaforma digitale nell’ultimo anno è stata la gratuità: ecco, probabilmente, senza esagerare con i prezzi, si può iniziare a pensare a una offerta 2.0 in cui magari questo canale possa costituire un veicolo alternativo di introiti.

Per un settore così in difficoltà, quello che ha fatto e sta facendo lo Stato è sufficiente?

Lo Stato ha profuso molte energie e molte risorse. Per la prima volta vi è stata una significativa applicazione di ammortizzatori sociali, seppure non sufficienti a colmare i fabbisogni. Però va riconosciuto che finalmente il Governo e il Parlamento hanno preso atto delle specificità dei lavoratori dello spettacolo dal vivo, come la stagionalità, la atipicità, l’intermittenza. Ora quegli ammortizzatori sociali andrebbero potenziati e introdotti strutturalmente. Io spero che ciò che è accaduto offre l’opportunità per affrontare il tema della regolamentazione del lavoro nel nostro comparto e quindi auspico che il Parlamento promulghi il primo decreto attuativo della Legge delega 175 del 2017 del Codice dello Spettacolo partendo proprio dal fattore lavoro e occupazione.

Sul fronte dei ristori credo che le cose avrebbero potuto essere gestite meglio, con più armonia, con più equità, con più congruità e invece purtroppo da una parte si è assistito a una distribuzione a pioggia dei contributi e dall’altra si sono concentrati interventi molto molto consistenti, stiamo parlando di svariante centinaia di migliaia di euro, su istituzioni e imprese con dei parametri discutibili.

Il ministro Franceschini aveva annunciato, in un primo momento, che in occasione della Giornata Mondiale del Teatro i teatri in zona gialla o bianca avrebbe avuto la possibilità di riaprire al pubblico. Sappiamo come stanno le cose: al momento nessuna regione si trova nelle condizioni di poter vedere la platea piena. Quando, ipoteticamente, le sale teatrali potrebbero riaprire?

Io sono un inguaribile ottimista. Quella del 27 marzo era una ipotesi suggestiva, ma direi un po’ azzardata. Ovvio che il ministro si sia agganciato a una ricorrenza perché può avere un senso anche mediatico, dopodiché, per essere più realistici, secondo me, a inizio maggio ci potrà essere una situazione tale per cui con la curva (di contagi ndr.) in calo, il tempo che si scalda e quindi che “inibisce” la diffusione del virus e la vaccinazione che entra a regime si possa avviare una ripresa, pur con tutte le limitazioni del caso, delle attività. Io confido, con ragionevole certezza, che entro fine maggio si possano riaprire i teatri.

Come pensa che reagirà il pubblico? Avrà paura di tornare in un luogo di aggregazione?

Se guardiamo ai dehors dei bar, mi viene da pensare che i teatri saranno pieni come prima se non più di prima. Se una persona non ha paura di pranzare con quattro commensali intorno allo stesso tavolino, senza mascherina, allora mi dico ”figuriamoci a teatro” dove viene garantito un distanziamento predefinito, con le poltrone inchiodate per terra, mascherina sempre sul volto, igienizzazione delle mani e misurazione della temperatura corporea, quindi in una situazione di sicurezza molto più elevata… Se c’è quella pulsione, quella voglia di ritrovare la socialità, e vale per la ristorazione come per l’intrattenimento, credo per proprietà transitiva che la gente tornerà volentieri a teatro. Da questo punto di vista sono discretamente ottimista.

Teatro Carignano
Teatro Carignano – Foto di Bruna Biamino

C’è un messaggio vuole mandare in occasione della Giornata mondiale del Teatro?

Il messaggio è la speranza. La storia ci insegna che dopo le guerre, le carestie e le pestilenze il teatro ha sempre saputo rinascere con nuovo vigore e con nuova creatività. Io direi che vediamo la luce in fondo al tunnel e quindi che questa giornata venga vissuta come una giornata di speranza perché presto si ristabilisca quel rapporto necessario che fa del teatro non solo un luogo di esperienza estetica ma di rito sociale e partecipazione civile.

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