Paolo Borzacchiello La Parola Magica

Il mio filosofo preferito, Ludwig Wittgenstein, ha detto: “su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”. Che in apparenza potrebbe sembrare un invito a una dittatura orwelliana in stile Grande Fratello (quello del romanzo, non l’imbarazzante show che ha gettato fango semantico sul meraviglioso romanzo distopico di George Orwell) ma che, in realtà, è un invito alla riflessione che dovrebbe precedere l’apertura del cavo orale e la conseguente espulsione di aria che fa vibrare le corde vocali e produrre poi parole. 

Vaccini, il Generale Figliuolo e Giovanni Floris: fiato alle trombe

Durante la trasmissione televisiva “di Martedì”, in onda su La7 il sei aprile, il conduttore Giovanni Floris propone al pubblico una grafica sulla quale sono riportate alcune frasi del Generale Figliuolo, lo stesso generale che ha fatto dichiarazioni poderose circa il numero di vaccinazioni che il suo piano avrebbe permesso di eseguire e che, finora, ha mancato tutti gli obiettivi che ha proclamato a gran voce (basta dare uno sguardo ai dati per scoprire che siamo lontani anni luce dagli scenari che il Generale ci ha prospettato).

Comunque, le frasi dette da Figliuolo e riportate da Floris sono: “fuoco a tutte le polveri”, “nuovo fiato alle trombe”, “svolta o perderemo tutto”, “chiuderemo la partita.

Sulla base di queste frasi, non si sa per quale motivo visto che Michela Murgia è una scrittrice e non una analista né un medico né un oracolo (oracola, scusate), Floris le chiede se secondo lei a queste frasi corrisponde una “efficacia vaccinale”. La domanda è ovviamente mal posta, visto che non è possibile evincere un nesso causativo fra le frasi che una persona utilizza, per di più estrapolate dal contesto in cui le ha pronunciate, e l’apparato burocratico che deve porre in essere le strategie elaborate dal generale medesimo.

Cioè: puoi anche parlare come Dante Alighieri, ma se sei circondato da idioti non otterrai poi questi grandi risultati. 

Ebbene, cosa c’è di peggio del porre una domanda sbagliata? Rispondere a questa domanda e, per giunta, rispondere senza cognizione di causa. 

Michela Murgia e le sentenze (sbagliate)

Michela Murgia, con straordinaria e inopportuna sicumera, peccando chiaramente di over confidence, dice: da un uomo che proviene da un contesto militare non ci si può aspettare che un linguaggio di guerra”. In realtà, quello evidenziato non può essere definito un linguaggio di guerra.

Se “fuoco alle polveri” è certamente una frase che attinge alla metafora guerra, non lo è necessariamente “nuovo fiato alle trombe”. Non lo è “svolta, o perderemo tutto”, che attinge invece al vocabolario metaforico tipico dei viaggi (“svolta”) e al frame concettuale “denaro” (“perderemo tutto”). E non lo, è a maggior ragione, “chiuderemo la partita”, che sa molto di sport e poco o nulla di guerra.

Quindi, ricapitolando: guerra (“fuoco alle polveri”), forse guerra (“fiato alle trombe”), viaggio (“svolta”), denaro (“perderemo tutto”), sport (“chiuderemo la partita”).

Le frasi citate non sono espressive di un linguaggio di guerra. Ha sbagliato Floris a citarle come frasi “di guerra” e ha sbagliato Murgia a definirle tali. È matematica, anzi semantica, materia della quale Michela Murgia dovrebbe essere, in quanto celebre scrittrice, competente. Forse il problema è nel bias “halo effect”, ovvero effetto alone: il Generale indossa la divisa (un orrore maschilista e sessista, possiamo immaginare) e quindi, forse, Michela Murgia ha tradotto frasi che di guerra non hanno nemmeno il profumo in frasi, per l’appunto, “di guerra”.

Sorprende che una così raffinata e intellettuale scrittrice confonda una metafora sportiva con una metafora di guerra.

Sorprende anche che si chieda se il linguaggio militare sia quello giusto da utilizzare con chi non è militare: primo, perché, come abbiamo visto, non è un linguaggio militare. Dati alla mano e rispetto alle frasi citate, non lo è. Poi, perché il ragionamento è intrinsecamente fallace: devo usare, secondo Murgia, linguaggio sportivo solo con sportivi? Ovvero, posso dire di voler “vincere la partita” solo a chi pratica sport? Oppure, devo dire di voler “completare il mio percorso di studi per intraprendere una nuova strada” solo se parlo con alpini che camminano per strade di montagna? Oppure, devo dire di voler vaccinare da possibili obiezioni solo a medici e non, ad esempio, a venditori? Se volessimo portare a compimento questo ragionamento, dovremmo avere un vocabolario metaforico speciale per ogni categoria di persone con le quali parliamo. 

Il cervello ama le divise anche se alla Murgia non piacciono

Va detto che lei, onestamente, dichiara di non sapere se il linguaggio usato dal militare sia quello giusto. Le diamo atto: in effetti, non lo sa. E dichiara anche di non capire su chi possa funzionare “la divisa”. A questo, le rispondiamo volentieri: su tutti. È il cervello, baby (e se leggesse questo “baby”, chissà quali strali femministi mi lancerebbe!).

Il cervello umano vive di bias, di euristiche e di associazioni implicite, sulla cui giustezza potremmo discutere per dodici giorni di fila ma che comunque ci sono e producono i loro effetti, che alla Murgia piaccia o meno. Noi esseri umani ci aspettiamo che un medico indossi il camice bianco e un pilota di aereo non ci porti in vacanza vestito come Gianluca Vacchi. Ce lo aspettiamo e, dice la scienza, lo apprezziamo pure, proprio perché la divisa, da che esiste l’Uomo (con la U maiuscola, ma probabilmente anche su questo verrei bacchettato perché potenzialmente sessista), svolge una funzione antropologica e sociale che nessuna scrittrice benpensante potrà mai cancellare.

La divisa produce risultati misurabili con una qualsiasi risonanza magnetica, e questo è quanto. Che poi lei colleghi “divisa” solo a, dice “forze dell’ordine durante un arresto importante” o “dittatore” è una limitazione sua: pare evidente che si possa indossare una divisa anche per pilotare un aereo, curare un malato o, restando in ambito militare, pattugliare una strada, scortare un camion che porta vaccini in Italia (vi ricordate la patetica sceneggiata della scorta al primo camion di vaccini giunto in Italia?), aiutare profughi a superare un confine, salvare migranti che stanno affogando e così via.

Insomma, se la semantica di “divisa”, per Michela Murgia, è solo “arresto” o “dittatore”, mi chiedo come possa commentare serenamente qualcosa di cui, evidentemente, ha scarsa consapevolezza. Possibile che Michela Murgia non abbai mai visto, in televisione, un uomo in divisa che trae dall’acqua un profugo che sta per annegare? Pare davvero strano. A meno che, un’altra volta, il preconcetto ne ottenebri il giudizio. Che poi lei non si senta sicura quando vede un uomo in divisa, è tutto da vedere. Me la immagino, camminare di sera per una via buia di Roma, mentre viene avvicinata da un branco di manigoldi (o manigolde, meglio precisare, che poi mi dice che sono sessista). Me la immagino, accelerare il passo mentre il branco inizia a schiamazzare e minacciare. E me la immagino mentre, in tutto questo, compaiono all’orizzonte due militari in divisa. Sono certo che per lei sarebbe del tutto indifferente, che non si sentirebbe nemmeno un po’ più sicura, che per lei non cambierebbe nulla scorgere due uomini in divisa invece che due vagabondi vestiti di stracci. Sarebbe proprio la stessa cosa. Identica. Uguale. Infine, lei sostiene che “la categoria bellica non serve a responsabilizzare il Paese, ci spaventa di più”. Su quest’ultima frase, alcune domande, che lascio volutamente senza risposta come stimolo alla riflessione, per lei e per chiunque legga: 

  • che cosa vuol dire categoria bellica?
  • chi dice che la responsabilizzazione del Paese sia la scelta strategica più indicata in una situazione di emergenza?
  • che cosa vuol dire “ci” spaventa di più? Esattamente, con “ci” a chi si riferisce? A me no di certo, ad esempio. 

Quindi?