Paolo Borzacchiello La Parola Magica

Una delle più mirabolanti illusioni in cui siamo più o meno tutti coinvolti è quella secondo cui il Grande Fratello sia un programma televisivo che noi, liberi cittadini e liberi pensatori, possiamo guardare comodamente seduti dal salotto di casa nostra.

Orwell, il geniale autore di 1984 che ha teorizzato, per l’appunto, la presenza di un “Grande Fratello” che controlla tutto e tutti, adesso sorriderebbe con amarezza nel constatare che le sue profezie si stanno avverando tutte, l’una dopo l’altra.

Uno dei temi centrali del romanzo distopico dell’autore inglese è quello del linguaggio, preso in considerazione (anche in questo articolo) da più punti di vista.

 

Possiamo riscrivere il nostro passato

Anzitutto, gli impiegati del Partito hanno il compito di riscrivere tutte le notizie che riguardano il passato perché sanno che se cambiano le parole con le quali il passato è scritto cambia anche il passato stesso.

Il principio è scientificamente corretto e possiamo usarlo a nostro vantaggio, tra l’altro, per liberarci di quei ricordi che ci ancora ci fanno soffrire: abituarsi a descriverli con parole diverse ci permette, narrazione dopo narrazione, di modificare le reazioni chimiche ad essi connesse.

Così, ad esempio, se proprio vogliamo ricordarci i discorsi fatti in pieno lockdown da personaggi come Conte, Fontana o Sala, allora è meglio parlare di “momenti delicati” invece che di “gravi momenti”, perché il termine “delicato” evoca carezze e il secondo, invece, evoca “macigni”.

Parole diverse per sensazioni diverse

Invece di raccontare ai nostri figli o nipoti, ad esempio, che da ragazzi “ci siamo sentiti rifiutati e abbiamo fallito molte volte” (due idee ad altissimo tasso di cortisolo) potremmo raccontare che da ragazzi “non siamo riusciti a trovare subito il modo di farci apprezzare e spesso abbiamo dovuto cercare più volte la nostra strada prima di trovare quella giusta”: sono le stesse cose, raccontate con parole diverse e che producono sensazioni diverse.

In questo, il libro di Orwell potrebbe essere preso ad esempio, anche se gli impiegati di Partito avevano ben altre intenzioni rispetto a quelle nobili di cui sopra. 

La neolingua

Poi, sempre in tema di linguaggio, è centrale nel romanzo la redazione di una neolingua attraverso la cancellazione di molte parole e la creazione di parole nuove, con lo scopo di uniformare il pensiero, di appiattire il confronto, di sedare in anticipo qualsiasi tipo di rivolta, perché nella misura in cui ci sono poche parole per descrivere la stessa cosa, allora non ci può essere contrasto di idee e, quindi, si realizza l’annichilimento della volontà individuale, che non può ribellarsi al dittatoriale partito semplicemente perché la parola ribellione non esiste nemmeno più.

E come fai a fare una cosa che non ha un nome per esser definita?

Siamo in pericolo

Da qualche anno ormai sta succedendo qualcosa di molto pericoloso e poche persone paiono accorgersene davvero.


Alcune figure politiche di rilievo a livello internazionale stanno progressivamente depennando dal vocabolario le parole che, secondo loro, possono nuocere alla società e che, in realtà, ci tolgono semplicemente la libertà di pensare con la nostra testa, di avere la nostra personalissima versione della realtà e persino di litigare, se serve.

Ci vogliono plasmare il cervello

In nome della (presunta) accettazione del diverso, della (presunta) uguaglianza e del (presunto) rispetto di tutti ci vogliono plasmare il cervello a loro uso e consumo (perché questo fanno le parole: ci plasmano il cervello).

Noi, in quanto esseri umani, abbiamo il diritto di scegliere la versione di realtà che meglio ci aggrada ma se ci tolgono le parole che quella realtà vanno a costituire, di fatto ci costringono a vivere un ristretto numero di opzioni fra le tante disponibili.

Abbracciamo la diversità

Accettare il diverso, ad esempio, non può e non deve significare una violenta decurtazione di termini dal vocabolario che ci siamo così faticosamente sudato a partire dall’epoca in cui eravamo così simili alle scimmie. Togliere parole dal vocabolario significa pretendere che la diversità non esista, non accettarla.

Con il problema che la diversità esiste, non la puoi cancellare, la puoi solo, per l’appunto, abbracciare.

L’utopia della libertà personale

La cosa ancor più inquietante è che chi detiene questo tipo di potere utilizza poi il metodo della gogna social e della esclusione sociale per tutti coloro che osano parlare in modo diverso rispetto alle regole imposte, che osano scrivere quelle parole che proprio non si possono dire: hanno inventato una etichetta per chi usa certi termini, e un’altra etichetta per chi ne usa altri, affinché il cervello, un po’ alla volta, attraverso un sistema di condizionamento operante basato sul rinforzo negativo, prima o poi si adegui.

Viviamo un ossimoro, e non ce ne accorgiamo: questa è l’epoca in più che in ogni altra si celebra l’ideale di libertà personale, declinata in tutti i campi, ed è l’epoca in cui la libertà personale proprio non c’è.

O meglio c’è entro i limiti imposti. E quindi non c’è. Siamo nell’epoca in cui chiunque si può offendere e nessuno va offeso.

Che fine hanno fatto mamma e papà

Mamma e papà non sono più mamma e papà ma si trasformano in genitore 1 e genitore 2, con buona pace del modo in cui funzionano l’Area di Broca e l’Area di Wernicke e dei processi linguistici che caratterizzano l’essere umano dalla lallazione in poi.

Insegneremo al bambino che balbetta il timido “ma…ma” che non sta bene e non si dice. Immaginatevelo, a sei mesi, che dice “ge…ni…to…re” invece di “voglio la mia mamma, voglio il mio papà”. Dai, immaginatelo.

Immaginatevi il bambino che, dopo un incubo notturno, dica piangendo: “voglio il mio genitore”. Dai, immaginatelo.

Tutto ridicolmente corretto

A me, dal punto di vista strettamente linguistico, davvero importa un fico secco se il bambino abbia una mamma e un papà, due papà o due mamme (evito tassativamente di entrare nel merito degli aspetti valoriali ed etici di questa scelta e mi attengo, ripeto, al dato linguistico): a me interessa che il bambino abbia il diritto di chiamare mamma e papà la sua mamma e/o il suo papà, perché nel voler essere così politicamente corretti si diventa semplicemente ridicolmente corretti.

C’era una volta un bidello nero

Viviamo in una società in cui ti fanno quasi sentire sbagliato se parli di bidelli e spazzini, oppure di bianchi e di neri e in cui al bar devi ordinare il tuo Montenegro in un sussurro, calcando la voce su “Monte” e glissando su “negro”, che non si sa mai che il cameriere ti segnali a Facebook e ti blocchino il profilo.

 

Le parole non si toccano

Ebbene, sapete una cosa? Le parole non si toccano.
Qualche pensatore illuminato ribadisce, quando parlo di queste cose, che invece va bene togliere le parole, che la lingua si evolve e si trasforma. Giusto, ma che sia evoluzione naturale e non sterminio. Perché una cosa è una lingua che naturalmente si trasforma in corrispondenza di cambiamenti sociali e culturali, rendendoli stabili e duraturi nel tempo. Un’altra cosa è l’arbitraria e totalitaria privazione della libertà di espressione imposta dall’alto sulla base di regole pensate da chissà chi e per chissà quali motivi.

Chiediamo a chi è diverso

Voi lo avete mai chiesto a un cieco se gli piace essere definito non vedente? O a un handicappato se gli piace essere chiamato diversamente abile? Io sì. E la risposta è sempre uno sbuffo e uno scuotere la testa che la dice assai lunga su chi si arroga il diritto di dirci cosa possiamo dire e cosa dobbiamo tacere.

Che, dietro l’abbaglio della libertà, è l’essenza di qualsiasi totalitarismo e dittatura del pensiero. Siamo liberi di mangiar la merda di un fast food (“merda” è voluto, considerato che la maggior parte della carne di pollo che ingurgitiamo, per esempio e dati alla mano, è composta per lo più da merda sbiancata con candeggina) ma non di definire grasso un ragazzo in sovrappeso che in quel fast food ha appena mangiato.

L’etichetta per chi parla al di fuori del consentito è sempre pronta, così come la pubblica gogna.

Il sogno di rivolta

Io sogno un mondo in cui tutti gli utenti di tutti i social intasino la rete con tutte le parole che non si possono dire: voglio vedere poi che cosa farebbero gli algoritmi.

Voglio un mondo in cui per un giorno qualsiasi profilo di qualsiasi social sia una stringa ininterrotta di “nero” “bianco” “nano” “bidello” “spazzino” “culo” “tette” “cazzo” “mamma” “papà” “handicappato” “cieco” “sordo” “grasso” “basso” e chi più ne ha più ne metta.

Facciamo saltare l’algoritmo, per la miseria. Che cosa succederebbe? Ci chiuderebbero tutti i profili?

Forse torneremmo a parlarci come facevamo da ragazzini a scuola, magari con qualche parolaccia per farci sgridare dall’assistant manager direzionale per la gestione del team e della logistica interna con funzioni di supervisione ai flussi delle persone, di colore Pantone RGB 10, BMI (indice di massa corporea) 29,5: sarebbe il bidello, nero e grassottello, ma vuoi mettere il politicamente corretto?

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