Pietro Maso

Sono passati 30 anni da quel 17 aprile 1991, giorno in cui Pietro Maso ha ucciso, con l’aiuto di tre amici, i genitori Antonio Maso e Mariarosa Tessari. 

Si tratta di uno dei delitti più efferati, non solo per la modalità in cui è stato commesso il fatto, ma anche e soprattutto per il movente, ovvero l’eredità e la necessità di stupire i coetanei, impegnandosi in qualcosa che gli altri non avrebbero mai osato commettere. 

La ricerca del denaro di Pietro Maso e gli amici

Pietro Maso cresce in un piccolo paesino di Verona, all’interno di una famiglia che vedeva, oltre a lui, anche il padre, la madre e le due sorelle più grandi.

Durante l’infanzia, soffre di una salute piuttosto cagionevole, che lo porta a stare spesso lontano dal gruppo dei pari.

Tuttavia, la sua vita procede senza eccessive difficoltà fino al 1990 circa, anno in cui decide di abbandonare gli studi e, dopo qualche lavoro non soddisfacente, inizia a concentrarsi esclusivamente sul suo aspetto fisico, alle relazioni interpersonali e a quella che lui e i suoi amici (Giorgio Carbognin, Damiano Burato e Paolo Cavazza) chiamano “la bella vita”. Per avere sempre più soldi, mette addirittura in atto un sistema capace di sottrarre denaro a un supermercato in cui lavorava.

 

Verso la fine del 1990, tuttavia, compaiono i primi conflitti con i genitori, i quali erano preoccupati sia dalle amicizie che il figlio stava frequentando sia per le ingenti somme ritrovate nel suo portafoglio, in un periodo in cui lui non stava lavorando. 

L’omicidio e i tentativi precedenti

La necessità sempre più forte di denaro porta Pietro Maso a pensare di uccidere i genitori, per poter ricevere la propria parte di eredità. Inizia a progettare l’omicidio insieme a Giorgio Carbogin, per poi coinvolgere anche Paolo Cavazza e Damiano Burato. Così come dichiarato successivamente, l’idea di Maso è quella di uccidere dapprima i genitori, poi le sorelle e, in un terzo momento i complici.

 

Tuttavia, i quattro preparano tre piani di morte, che non vengono concretizzati. Il 17 aprile 1991, però, approfittano del fatto che i genitori dovessero andare a un incontro per neocatecumenali. Dopo essersi incontrati per definire gli ultimi dettagli, si recano tutti a casa dei Maso, in attesa dell’arrivo dei genitori, portandosi con sé spranghe, tute da meccanico e maschere da diavolo.

Appena Antonio Maso e Mariarosa Tessari arrivano con l’auto in garage, si accorgono dell’assenza della corrente.

Quindi, Antonio sale le scale e si avvia verso il contatore. Al buio, si reca verso la cucina, in cui viene colpito da Pietro e Damiano. Successivamente, arriva Mariarosa, che viene prontamente assalita Giorgio e Paolo. I corpi inferti sono notevoli e, 53 minuti dopo, i due corpi risultano essere privi di vita.

Dopo il massacro, i quattro complici simulano un furto finito male, si ripuliscono dal sangue e vanno in discoteca, per costruire un alibi efficace. 

Il processo 

Verso le 2 del mattino, Pietro torna a casa e fa finta di ritrovare i corpi dei genitori, allertando un vicino.

Da qui, iniziano le indagini, che seguono prima la pista dell’omicidio a scopo di rapina, ma, presto, le prove evidenziano come il furto fosse esclusivamente simulato.

Nel frattempo, dato il forte distacco mostrato da Pietro, anche le sorelle e gli inquirenti iniziano a sospettare di Pietro. Il 19 aprile, a seguito di un lungo interrogatorio, il 19enne confessa. Poco dopo, le forze dell’ordine riescono a ottenere la confessione anche da parte degli amici coinvolti.

I quattro vengono arrestati con l’accusa di omicidio volontario, poi tramutata in duplice omicidio volontario premeditato pluriaggravato.

Il 29 febbraio 1993 la Corte d’assise di Verona condanna Pietro a 30 anni e 2 mesi di reclusione, Paolo e Giorgio a 26. Invece, Domenico, giudicato dal Tribunale per il minorenni in quanto non ha ancora compiuto la maggiore età, riceve una condanna di 13 anni. 

Tale sentenza trova conferma sia in secondo grado dalla Corte d’appello di Venezia sia dalla Corte di Cassazione. 

Pietro Maso oggi

Nonostante il fine della condanna prevista per 2018, Pietro Maso ritorna in libertà il 13 aprile 2015. Nel 2016, viene iscritto nel registro degli indagati con l’accusa di tentata estorsione ai danni delle sorelle, ma qualche mese dopo viene ricoverato in una clinica specializzata nel trattamento della doppia diagnosi.

All’età di 48 anni, Pietro Maso rilascia una lunga intervista al canale Nove, per il documentario “Io ho ucciso”, in cui racconta il terribile omicidio dei genitori. 

Il commento della criminologa Ilaria Cabula

Sulla base dei dati rilevati, il perito nominato dal giudice, lo psichiatra Vittorio Andreoli, aveva rilevato in Pietro Maso il disturbo narcisistico di personalità. Tale disturbo, classificato dal DSM 5 all’interno del cluster B dei disturbi di personalità, presenta delle caratteristiche precise, tra cui l’idea di superiorità e grandiosità rispetto agli altri, la mancanza di empatia e il bisogno di ammirazione

Nella stessa intervista, per esempio, evidenzia compiaciuto quanto gli amici lo ammirassero: “La gratificazione dell’attenzione, specialmente da parte delle ragazze, era piacevole. […] Per avere più occhi addosso mettevo le cose più vistose”. Lui stesso ha rivelato quanto fosse schiavo di questa ricerca di piacere agli altri e del non sentirsi mai appagato. Anche ciò è in linea con uno dei criteri diagnostici del disturbo narcisistico di personalità, ossia il senso di vuoto e apatia nonostante gli eventuali successi.

Non stupisce nemmeno una questione particolarmente sollevata dai mass media: durante i processi e nelle ore successive alla scoperta del delitto, Pietro Maso non sembrava in stato di shock, arrabbiato oppure preoccupato. Al contrario, si è spesso mostrato sorridente e così distaccato da richiedere più volte la parte della sua eredità. Questo rileva in relazione a un altro criterio presentato dal DSM 5, ovvero la “mancanza di empatia e l’incapacità di riconoscere e identificarsi con i sentimenti e i bisogni degli altri”.