Denis Verdini

 È stata confermata in corte di appello a Firenze una condanna per bancarotta all’ex parlamentare Denis Verdini, con una riduzione della pena dai 4 anni e 4 mesi del primo grado a 3 anni e 10 mesi. La condanna riguarda il fallimento della ditta Aimone. Già a novembre la Corte di Cassazione aveva deciso di condannare Verdini a sei anni e sei mesi di carcere per il filone principale dell’inchiesta, l’ambito del processo era quello per il crac del Credito cooperativo fiorentino. L’ex senatore adesso si trova agli arresti domiciliari nella sua casa di Firenze.

Denis Verdini: arrivata la condanna

Non solo Verdini.

La Corte ha anche confermato la sentenza di primo grado per gli imprenditori Ignazio Arnone e Marco Arnone, che sono padre e figlio. Anche nel loro caso c’è stata una riduzione di pena per prescrizione di un reato: nello specifico, Ignazio Arnone è stato condannato a 3 anni, che erano 3 anni e 4 mesi in primo grado; Marco Arnone a 2 anni, mentre prima erano da 2 anni e 4 anni, spiega Ansa. C’è stata quindi una diminuzione della pena per tutti a causa della prescrizione dell’accusa di bancarotta preferenziale.

La condanna: i motivi

Stando a quanto emerso durante i processi, le erogazioni contestate avrebbero avuto come destinatarie delle società riconducibili al gruppo Fusi-Bartolomei, “nonostante la consapevolezza nei vertici della banca dell’inesorabile declino del gruppo“, riporta il Corriere della Sera.

L’attività ispettiva della Banca d’Italia evidenziava fin dal 2006 le gravi anomalie della governance aziendale, accentrata nella persona di Verdini, incontrastato dominus di un istituto strumentalizzato ai fini personali, in assenza di un organo di controllo sindacale realmente autonomo e critico rispetto alle scelte di gestione“, si legge nella sentenza.

Tra le cose contestate a Verdini si può notare un filo rosso, una serie di costanti, che rendono “del tutto non plausibile” che vi sia stata una “mera negligenza nelle concessioni di fidi“, ma anzi ciò che emergerebbe sarebbe “una chiara volontà dell’imputato di tenere a galla il gruppo societario, in spregio a ogni regola prudenziale“, si legge nella sentenza di Cassazione.