i dati dell'inquinamento tessile

L’industria della moda è una delle economie più redditizie al mondo, oltre che una delle più inquinanti. Ecco come indumenti, calzature e biancheria impattano sull’ambiente.

Industria tessile e inquinamento: la fast fashion e le emissioni

«La fast fashion è come il cibo spazzatura… dopo la scarica di zuccheri lascia solo un saporaccio in bocca», afferma Livia Firth, fondatrice e direttrice creativa di Eco-Age, agenzia di consulenza e comunicazione che indirizza i brand internazionali verso strategie di produzione più etiche e sostenibili. Coniata alla fine degli anni ’80 dal New York Times, l’espressione fast fashion indica l’enorme fenomeno per cui grandi aziende producono vestiti a basso costo a ritmi rapidissimi, massimizzando vendite e profitti.

Moda veloce e a basso costo significa però elevatissimo impatto ambientale, dunque innumerevoli rischi per i lavoratori, i consumatori e per l’intero pianeta.

Con le sue 1,7 miliardi di tonnellate di CO2 all’anno, il mercato della moda contribuisce in maniera significativa alle emissioni globali di gas serra, posizionandosi al secondo posto tra le industrie più inquinanti. Oltre all’inquinamento atmosferico, però, indumenti, calzature e biancheria sono alla base di altri problemi altrettanto degni di considerazione.

Industria tessile e inquinamento: l’impatto sull’ambiente acquatico

Secondo l’EPRS, per realizzare una sola maglietta servono 2700 litri di acqua, pari al fabbisogno d’acqua di una persona per due anni e mezzo. Questi numeri dicono già molto sulla gravità del problema. Tuttavia l’aspetto più inquietante sembra essere l’inquinamento dell’ambiente acquatico stesso, il quale interessa tutte le fasi della produzione, dalla lavorazione del materiale tessile fino al suo smaltimento. Secondo alcuni studi, il 35% delle microplastiche presenti nell’acqua proviene dai capi di abbigliamento che rilasciano coloranti e altre sostanze tossiche nel suolo e nelle falde acquifere.

Da qui il passo degli agenti inquinanti verso l’acqua consumata quotidianamente dalla popolazione è davvero breve.

Industria tessile: da economia lineare a economia circolare

Nonostante la questione ambientale legata all’economia della moda desti tuttora notevole preoccupazione, pare che si stia alzando un lieve vento di cambiamento. “Oggi l’Europa si trova in una crisi sanitaria ed economica senza precedenti, che ha messo in luce la fragilità delle nostre catene di approvvigionamento.

Stimolare nuovi modelli aziendali innovativi creerà a sua volta la nuova crescita economica e le nuove opportunità di lavoro che l’Europa ha bisogno di recuperare”, ha dichiarato la comunicatrice Livia Firth, secondo quanto riportano le fonti sul tema. Negli ultimi tempi si discute infatti della necessità di convertire l’economia lineare della fast fashion in economia circolare, attraverso cui sprechi e materie prime utilizzate si ridurrebbero e il riciclo sarebbe invece favorito.

Industria tessile e inquinamento: cosa ne pensano i consumatori?

Tra i consumatori e soprattutto tra i giovanissimi, si apprende, si sta diffondendo un’attenzione crescente alle dinamiche del settore e una maggiore predisposizione all’acquisto di capi sostenibili.

Sebbene ancora in percentuali ridotte, anche le aziende stanno muovendo i primi passi verso il cambiamento, decise a dire basta alla ormai insostenibile leggerezza della moda veloce e a basso costo, ma a elevatissimo impatto ambientale. Se sprechi, emissioni, sfruttamento dei lavoratori contribuiscono alla costruzione di un futuro malsano e incerto, nuove politiche e strategie di produzione green possono invece fornire più trasparenza e sostenibilità, nel rispetto della salute delle persone e dell’ambiente.