Linguafondaio

C’avere: un verbo che non esiste. Quando il matrimonio tra ci e ho non s’ha da fare

C’ho, c’hai, c’ha, c’hanno. Perché non è corretta la forma ci + ho spiegata dal consueto stile unico di Manolo Trinci
Carlo Verdone un sacco bello

Chi vive a Roma lo sa, spesso, nella spontaneità del parlato, per chiedere qualcosa a qualcuno, l’ora o da accendere, si antepone al verbo avere la particella ci, priva della lettera «i», e al suo posto viene inserito un apostrofo. Il risultato è: c’ho, c’hai, c’ha, c’hanno. Forme, quest’ultime, come vedremo, non proprio corrette.

In molti tra scrittori e registi (Pasolini, Moravia, Verdone), hanno voluto riproporre, all’interno delle loro opere, questo tipo di espressioni presenti in alcune zone dell’Italia, come il Lazio e la Toscana.

Il problema delle forme

Nel parlato colloquiale, queste forme sono consentite, non lo sono in altri ambiti, i quali richiederebbero un livello di formalità maggiore.

Il problema di queste forme, però, non è tanto il contesto, quanto il fatto che non possono proprio essere riportate graficamente o, quantomeno, non potrebbero, per i motivi che analizzeremo oggi.

Se voglio riportare fedelmente all’interno di un romanzo il dialogo tra due romani, non potrò, in teoria, usare la forma c’ho (anche se molti scrittori contemporanei la usano tranquillamente).

Primo, perché la particella ci si elide solo davanti a una parola che inizia per «i»: C’immagino insieme. Secondo, perché è una forma che andrebbe letta in un altro modo, non potrei leggerla come “ciò”, ma dovrei leggerla come “ko”: *ko fame.

La coppia ci + ho: una relazione contrastata

Non potrò usare neanche la forma grafica ciò. Primo, perché il verbo *ciavere non esiste; secondo perché questo pseudo-verbo, almeno la prima persona singolare, si confonderebbe con il pronome dimostrativo ciò: *Ciò fame.
Terza opzione, anche questa bocciata dai linguisti, ma forse è la meno peggio di tutte, è la coppia ci + ho: Ci ho fame.

Anche in questo caso si hanno diversi dubbi, perché se è vero che nello scritto riportare ci ho non farebbe ribaltare dalla sedia nessuno, riprodurre nel parlato questa grafia è quantomeno innaturale e si allontanerebbe da questa particolare espressione popolare.
Gli studiosi dei dialetti hanno cercato di ovviare a questa difficoltà, inserendo vicino alla lettera «c», la lettera «j»: Cj ho fame. È una scelta molto tecnica, che troverete all’interno di saggi dedicati alla lingua e ai dialetti, e che è ovviamente sconsigliata perché troppo affettata per un romanzo o per una conversazione scritta informale; e comunque perché anche l’inserimento della «j» non riesce a risolvere totalmente il problema del suono della c (da leggersi come in ciao) davanti al verbo avere.


Il consiglio che posso dare è quello di usare solo il verbo avere (Ho fame) e di limitare al minimo l’uso di queste forme, utilizzandole solo in contesti in cui l’informalità e il dialetto sono di casa.

Potrebbe interessarti