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Femminicidio, Barbara Palombelli nella bufera. Scoppia un caso sul suo commento sulle “Donne esasperanti”

Barbara Palombelli è da ore al centro delle polemiche per il suo commento in merito al tema dei femminicidi. Che lei ha definito frutto dell'esasperazione maschile
Barbara Palombelli

7 donne assassinate in 10 giorni, l’ultima è una ragazza di 21 anni, madre di una figlia di 2. Una bambina che crescerà senza conoscere sua madre; mentre altri figli ormai adulti non potranno condividere con le loro i successi personali, lavorativi… perché qualcuno gliele ha portate via, e gli anni che avrebbero avuto diritto a passare insieme.

Una situazione drammatica che, alla luce della densità di orrori consumati in appena 9 mesi, entro fine anno potrebbe persino superare la tragica entità di dati del 2019.

Secondo uno studio del Censis il 73,2% degli italiani è convinto che quello della violenza sulle donne si un “Problema reale della nostra società“.

C’è anche un 23% che ritiene che non sia un problema di gravità così rilevante e ci sono ancora 4 italiani su 100 che ritengono che “Non si tratti di un problema, ma di casi isolati cui viene data una eccessiva attenzione mediatica“.

Eppure il femminicidio è un problema, ed è un problema di Stato, non un atto isolato, non il frutto di un raptus, l’opera di un folle; non è stato causato da una situazione esasperante. Per questo fanno discutere le parole pronunciate da Barbara Palombelli, giornalista, donna, pronunciate durante Lo Sportello di Forum.

Quanto accaduto nelle scorse ore ha dell’inaudito ma apre uno spiraglio alla riflessione tanto sulle parole pronunciate dalla giornalista, quanto sugli effetti che queste hanno avuto.

Barbara Palombelli nella bufera per le sue affermazioni sul femminicidio

Partiamo dal principio, a Lo Sportello di Forum, Barbara Palombelli ha detto: “Negli ultimi sette giorni ci sono state sette donne uccise presumibilmente da sette uomini. A volte è lecito anche domandarsi: questi uomini erano completamente fuori di testa, completamente obnubilati oppure c’è stato anche un comportamento esasperante e aggressivo anche dall’altra parte?

È una domanda che dobbiamo farci per forza, soprattutto in questa sede, in tribunale bisogna esaminare tutte le ipotesi“.

Le parole hanno un peso, e quelle pronunciate da Palombelli hanno quello di un macigno, anche sforzandosi di cercare una provocazione (che sfortunatamente non c’è) resta comunque victim blaming, come dire a una ragazza vittima di stupro “Te la sei cercata perché avevi la minigonna“. No, se l’intento era quello di far riflettere sul tema della generalizzazione, di certo l’obiettivo non è stato centrato e ha scatenato l’effetto contrario.

La polemica sulle parole pronunciate da Barbara Palombelli

Quando i mezzi di comunicazione sostengono che un femminicidio possa essere l’effetto del comportamento delle vittima, siamo nel pieno del victim blaming, che è proprio una delle cause dei femminicidi e della mancanza di sanzioni e leggi adeguate” tuona Amnesty International su Twitter, e non l’unico post che fa riflettere. NonUnaDiMeno segue a ruota, postando le foto delle ultime vittime: “7 femminicidi in 10 giorni.

Siamo il grido altissimo e feroce di tutte quelle donne che più non hanno voce“.

No, non è lecito chiedersi se una donna abbia meritato di morire per mano di un uomo. La causa dei femminicidi è una sola: l’idea di possesso verso le donne che spinge gli uomini alla violenza. Punto e basta” scrive ancora Laura Boldrini.

La vera esasperazione è quella dei toni

Le parole pronunciate da Barbara Palombelli non sono solo sbagliate, ma anche pericolose nella sostanza: la semplificazione. Parlare di “esasperazione” come tessuto in cui potrebbe annidarsi l’orrore del femminicidio significa attribuirgli una cornice di possibile giustificazione che nessun crimine può avere.

Il tema dei femminicidi, della violenza sulle donne, della violenza di genere, è troppo delicato per essere liquidato in tv o sui social con termini triti ritriti e ridondanti. Soprattutto perché non è così che si riflette sul tema e non è così che si risolve il problema; inoltre, il rischio di generalizzare è alto e si tende a scordare che per ogni femminicida c’è un uomo che lo condanna, per ogni padre violento ce n’é uno vittima a sua volta di violenza, e non ammettere il problema in un certo senso lo alimenta.

Non tutti gli uomini sono ‘cattivi’ e non tutte le donne sono vittime e su questo punto bisogna riflettere, altrimenti quel disperato grido d’aiuto di chi vive l’orrore della violenza per davvero e chi la vita l’ha persa, non sarà mai ascoltato.

Il problema è nella società della disparità

Bisogna che lo Stato metta a disposizione delle forze dell’ordine gli strumenti per aiutare concretamente queste donne, ma senza condannere tutti. Il Codice Rosso da solo non basta, e non servono solo pene più severe, serve una maggiore assistenza nel momento esatto in cui queste situazioni vengono denunciate. Ad esempio a Cagliari, Angelica Salis (uccisa dal marito dopo una lite), era scappata da lui pochi giorni prima della morte, scalza, cheidendo aiuto in un bar. Quando forze dell’ordine e sanitari sono intervenuti, dopo una veloce valutazione non hanno ritenuto che la donna fosse concretamente a rischio, e cosa è successo dopo? La sua vita è finita sul pavimento del salotto, dopo una coltellata.

È qui che il tema dei femminicidi si fa esasperante, a cosa serve il Reddito di libertà, per permettere alle donne di ricominciare a vivere, se poi a queste donne le vie d’uscita vengono sbarrate per una valutazione errata? E perché succede?

Se una persona non tollera più il proprio partner fino ad arivare all’esasperazione di certo non lo uccide, trova una soluzione alternativa: provare a risolvere il problema, parlarne, oppure semplicemente ammettendo che è finita e andare avanti, di certo il femminicidio non è contemplata come opzione. Il problema del femminicidio ha radici profonde, come quello del victim blaming, basato su una misoginia e una cultura del possesso che è la stessa qui come in Afghanistan, se vogliamo davvero che parole come quelle pronunciate da Barbara Palombelli non si sentano più, allora sarebbe opportuno che si inizi a porrere concretamente fine a questa cultura fondata sulla discriminazione di genere.

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