I due punti

Cos’è per me la violenza sulle donne: esperienze e vita segreta di una direttrice

Mi sento dire spesso che ce l'ho fatta, perché ho una bella carriera nonostante io sia femmina. Ma per me questo non rappresenta la parità. Vi racconto come sono arrivata ad essere una "donna di successo".

Quello che mi sento ripetere molto spesso, soprattutto da uomini, è che io sono un esempio, che ce l’ho fatta e che potrei simboleggiare la parità di genere. Ho un ruolo di prestigio e sono rispettata. Ma è davvero questa la parità di genere? O è anche, e soprattutto, come si è arrivati a ricoprire un ruolo così importante?

Vi racconto io come sono arrivata fin qui. 

Quella volta in cui mi sono ritrovata in una stanza chiusa a chiave, sulle ginocchia di un pubblicitario

Ero al primo anno di università e volevo lavorare come copywriter in pubblicità.

Vivo nella città di Armando Testa e qui, all’epoca, si respirava un’atmosfera patinata di nicchia fatta di riflettori, idee creative, riviste e tv. Facebook non era ancora nato e i media erano ancora i mass-media. Io ho sempre amato la fotografia e i cartelloni pubblicitari. Uno dei miei sogni più grandi (oltre a quello di essere giornalista) era diventare direttore creativo (non era usuale pensare al femminile, se non per professioni di aiuto o per quelle che stavano un passo dietro a una maschile. Erano i tempi di “dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna”) e ipnotizzare i passanti distratti.

Avrei voluto si fermassero a guardare il mio messaggio gigantesco su quel cartellone. Ero una sognatrice, e a vent’anni ci sta esserlo, il vero coraggio forse è continuare a sognare quando di anni se ne hanno molti di più.

Rispondo ad un annuncio di lavoro di un’agenzia pubblicitaria nel quale cercano una persona che si occupi di copywriting e di tenere i contatti con le agenzie di moda. Vado al colloquio in centro, ci incontriamo in un bar e poi saliamo in studio. Mi accorgo che siamo soli e che lui chiude la porta dietro di noi, a chiave.

Mi sentivo in trappola. Penso, velocemente: potrei avere una reazione violenta, posso urlare, posso lanciargli robe addosso, posso fare qualcosa! Ma lui come reagirebbe? Era più alto e robusto di me. Sto calma, magari è solo una mia impressione, non ha fatto ancora nulla e la porta è vecchia e magari senza chiavi non si chiude. Parliamo di lavoro, mi fa vedere i book fotografici di modelle, poi mi prende dai fianchi e mi siede sulle sue ginocchia. Ricordo che mi sentivo rigida e non sapevo se muovermi era una scelta cauta. Mi propone di diventare una modella, le mie misure di allora si sposavano con i parametri delle fotomodelle per calze e reggicalze, o così mi dice.

Mi fa vedere altri book di nudi femminili. Io li chiudo, lo guardo e gli dico che voglio andare via. Lui mi accontenta.

Mi sono sentita in colpa e sporca, perché io sarei dovuta andare via quando ho capito che eravamo soli nello studio, perché mi sono seduta su quelle ginocchia, perché ho usato la diplomazia, perché sono stata debole. Questi pensieri sono frutto di una società maschilista, troppo radicata anche in noi donne. Pensare di aver fatto qualcosa di sbagliato solo per essere andata ad un colloquio di lavoro da sola (quando se ci fossi andata accompagnata sarei stata meno professionale), e di aver acconsentito ad andare in studio (ma mi sembrava logico vedere un posto dove avrei dovuto lavorare) e non essermi alzata subito dalle sue ginocchia (avevo paura, ora lo so.

Avevo paura che se mi fossi ribellata avrei causato una reazione violenta e cosa mi sarebbe potuto succedere?).

La violenza per me è anche questa: plasmare i pensieri al senso di colpa su cosa si è fatto di sbagliato per provocare un uomo, in una situazione in cui non ci sarebbero dovute essere chiavi, ginocchia e vergogna.

Quella volta in cui non mi è stato rinnovato il contratto perché non abbastanza carina col capo

Lavoravo in un’agenzia pubblicitaria, finalmente. Ero assunta con un contratto a progetto che mi sarebbe scaduto da lì a pochi giorni.  Nessuna notizia su un possibile rinnovo, fino all’ultimo giorno, in cui un preposto, non il capo, dice a me e ad una mia collega che i nostri due contratti non sarebbero stati rinnovati. Torniamo affrante alla nostra postazione di lavoro e veniamo raggiunte dal regista con cui lavoravamo che ci palesa il suo dispiacere e ci dice con tono paterno e quasi accudente (per lui), che i nostri due contratti non erano stati rinnovati perché non eravamo state abbastanza carine col proprietario dell’azienda.

Ho atteso quella sera che lui, il capo, tornasse in ufficio. Ricordo che era buio e che eravamo vicino a Natale. Lui non era mai solo, sempre accompagnato da manager, registi e altri personaggi non ben identificati. Vedendomi si sorpresero tutti, dovevo essere a casa già da un pezzo. Inizio la mia arringa con voce calma e finisco in una scenata alla Rossella O’Hara in cui dico tutto quello che penso e in cui le mie parole si accompagnano al loro silenzio. Ricordo il senso di liberazione e di leggerezza. Avevo perso il lavoro, ma avevo dato prova di chi ero, senza compromessi.

La violenza per me è anche questa: dover scegliere tra il lavoro e se stessi. E l’identica cosa vale per tutte quelle donne che hanno dovuto scegliere tra la carriera e la famiglia. La violenza è di questa società che non ci mette al centro di nessun progetto e che si ricorda di noi solo il 25 novembre e l’8 marzo.

Quella volta in cui mi è stato chiesto cosa davo in cambio

Questa è recentissima, e io ero già io, con la mia bella carriera, con le mie lauree, i miei master, i miei riconoscimenti e il mio prestigio. 

Conosco un noto professionista, scrittore, professore, autorevole, che collabora con alcune fra le più grandi aziende italiane e qualcuna anche estera.

Avviamo discorsi su progetti e collaborazioni, poi una domanda che mi spiazza: “Cosa mi dai in cambio?”. Nella mia testa la prima risposta è stata “una mazza da baseball in piena faccia!”. 

Siamo davvero ancora qui? Siete ancora a questo livello? Ci sono ancora uomini così?

Ormai ho imparato ad uscire da questo tipo di situazioni. Ho finto di non cogliere la sua allusione e ho risposto a cosa potevo dargli in cambio dal punto di vista lavorativo. Sono stata rilassata e ho concluso il nostro incontro in un modo molto naturale. Non avevo paura, ma ero delusa, tanto. 

La notorietà è spesso portatrice di un errore di ragionamento, si pensa che essere famosi si accompagni per forza con l’essere competenti e professionali. Questo è stato il mio errore: fidarmi. E ancora, esattamente come quella ragazza a 20 anni, penso a quali siano stati i miei errori. 

La violenza per me è anche questa: aver imparato a dare risposte diplomatiche alla discriminazione, aver imparato a gestire proposte violente con eleganza e aver pensato che tutto questo in fondo sia normale, che capita a tutte. Sono questi pensieri la vera violenza. Questi pensieri che sono i primi che mi affiorano e che riesco a rielaborare solo con la razionalità, ma il primo istinto è ancora chiedermi cosa ho sbagliato e cosa ho fatto per provocare. Invece dovrei pensare all’ipocrisia di quest’uomo che vende gentilezza e pillole di psicologia al grande pubblico, e che nasconde, con grande maestria, il suo essere povero e meschino.

Quella volta in cui mi sono presa un pugno in faccia

Ero in viaggio, in Marocco, il giorno prima del mio compleanno.

Passeggio su una delle vie principali di Marrakech, stavo tornando nel mio riad e all’improvviso urlo e mi trovo stesa al suolo.

Non ho capito cosa stesse succedendo né prima né durante. Ma solo dopo. Stavo passeggiando, appunto, e all’improvviso da non so dove mi è arrivato un pugno in piena faccia che mi ha fatto urlare e cadere per terra. Vedo un uomo scappare, poi un altro che lo rincorre, lo prende e me lo porta davanti e, in francese affinché io potessi capire, gli dice di chiedermi scusa, poi lo manda via. Mi consiglia di non stare mai da sola e di spostarmi solo in taxi. 

Non so perché sia successo, su questo non c’è spiegazione, ma resta ancora una volta il senso di colpa per aver sottovalutato il rischio di camminare per strada da sola.

La violenza per me è anche questa: un’aggressione fisica, e di nuovo il senso di colpa che si accompagna alla domanda su cosa ho sbagliato questa volta, su cosa ho sottovalutato e su come mi sono comportata. Ero forse troppo bionda? Troppo scoperta? Troppo sola? 

Ecco cos’è la violenza sulle donne

Sono stata aggredita altre volte fisicamente. La vigilia di Natale, sotto casa dei miei genitori, da un ubriaco armato di una bottiglia rotta; sono stata pedinata e messa alle strette in mezzo alla strada, sono stata chiusa in un pullman dal conducente che pensava di dimostrare così tutta la sua virilità. La cosa più brutta è che non credo sia capitato a me più di quanto sia capitato ad altre donne. Non mi sento una persona che ha avuto violenza nella sua vita. Non mi sento discriminata. Questo è grave, perché quello che ho raccontato in questo editoriale è solo parte di cose che mi sono successe e pensare, ancora oggi, di non aver conosciuto violenza, vuol dire che in cuor mio credo che quello che mi è successo sia normale. 

Ma cosa mi avete fatto? Un lavaggio del cervello troppo comodo in una società maschilista, patriarcale e cattolica, in cui anche chi è armato di buone intenzioni è fin troppo succube e intorpidito, donne comprese. 

Ma cosa ci avete fatto? Dividere una cultura e convivere con chi dice di essere contro alle discriminazioni e alla violenza, ma poi applaude quando i diritti sono sconfitti. 

Ma cosa volete fare adesso? La mia generazione forse dovrà lottare contro se stessa per non cadere nei tranelli dell’educazione ricevuta, ma le nuove generazioni sono ancora illibate e a loro la parità gliela dobbiamo dare.

Conosco tantissime persone e tantissime donne e fra queste solo 2 non hanno mai subito nessun tipo di aggressione. Sicuramente non pretendo che questo dato abbia una qualche valenza statistica o sociale, ma per lo meno riflessiva. Voi quante donne conoscete che non siano state discriminate, offese o malmenate solo per essere donne? Per essere madri o non madri, belle o meno belle, vestite in quel modo o in un altro? Quante donne con laurea sono chiamate signore e quanti uomini senza sono chiamati dottori? E l’elenco potrebbe durare quasi all’infinito.  

Ci sono lividi sulla pelle e altri nell’anima, e fanno male, tutti. Lasciano aloni di sofferenza visibili a chi ha il coraggio di guardare. Scegli tu se vederli o nasconderti ancora.

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