Cronaca Nera

Delitto dell’Olgiata: il cold case sull’omicidio della contessa Alberica Filo della Torre risolto dopo 20 anni

Il delitto dell'Olgiata risale al 10 luglio 1991 in una villa dell'Olgiata, appunto, zona residenziale di Roma. La vittima era la 42enne Alberica Filo della Torre. La ricostruzione del caso.
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Il 10 luglio 1991 è una data che la Roma bene del quartiere dell’Olgiata difficilmente può dimenticarsi. È il giorno in cui il complesso di ville dotato di riservatezza e di 30 vigilantes inizia ad avere paura: nel corso della mattinata, infatti, proprio in pieno giorno viene uccisa, nella sua camera da letto, la contessa Alberica Filo della Torre

La ricostruzione del Delitto dell’Olgiata

La mattina del 10 luglio 1991, per i coniugi Pietro Mattei e Alberica Filo della Torre è un giorno speciale: festeggiano i primi 10 anni di matrimonio. Così, fin dalle sette del mattino, inizia un via-vai di domestici e collaboratori, pronti ad allestire la villa per la festa che si terrà in serata.

 

Melanie Uniacke, la babysitter au-pair inglese, va a svegliare i piccoli Manfredi e Domitilla. Insieme alla domestica Violeta Alpaga, scendono tutti insieme a fare colazione al piano inferiore. 

Nel frattempo, si sveglia l’ingegner Pietro Mattei, pronto ad affrontare una nuova giornata lavorativa. Si veste nella penombra, cercando di non fare rumore, per non svegliare la moglie, Alberica. Poi, anche lui, scende per fare una veloce colazione e parte da casa intorno alle otto per dirigersi in ufficio. In giardino, incontra 4 operai che gli chiedono delle istruzioni su come posizionare i vari allestimenti della giornata.

La contessa, intorno alle 7:45, chiede a una domestica di portarle la colazione a letto, gustandosi con lentezza l’inizio della giornata. Nel piano inferiore della villa, i bambini vorrebbero mangiare del pane tostato, ma il tostapane sembra non funzionare. Così, verso le ore 8:30, Domitilla va a chiedere aiuto alla mamma. Le due vanno in cucina, però la nobildonna non sa come risolvere la situazione e desiste, sostenendo che lo avrebbe fatto riparare da un tuttofare. Per questo motivo, torna in camera, pronta a farsi una doccia.

Alberica Filo della Torre uccisa in pieno giorno 

A quel punto, Violeta aiuta Domitilla a vestirsi. Tuttavia, la bambina vorrebbe un fermaglio, che dovrebbe essere rimasto nella stanza dei genitori. Alle 9:15, la domestica e la bimba bussano alla porta della camera padronale, chiamano a gran voce la signora, ma nessuno risponde. Violeta pensa che la contessa stia riposando oppure sia in bagno, quindi incapacitata di sentire la voce della figlia. 

Dopo circa un’ora, i domestici hanno maggior bisogno della padrona di casa per i preparativi. Per tale ragione, Violeta e Domitilla bussano più volte alla porta della sua camera tra le 10:30 e le 11:00, senza mai ottenere una risposta.

La domestica, però, si insospettisce, perché la contessa è sempre stata molto precisa e puntuale. Quindi, prova a chiamare al telefono interno, che squilla a vuoto.

Preoccupata, prende la chiave di riserva, entra nella camera e, immediatamente, cerca di coprire gli occhi della piccola, per non farle vedere l’orribile scena. Accanto al letto, si trova il corpo immobile di Alberica. Indossa ancora gli indumenti della notte, ma il suo viso è coperto da un lenzuolo intriso di sangue.

Altre tracce ematiche, ancora fresche, sono disseminate in tutta la camera. 

Subito, vengono chiamati i vigilantes del complesso, i quali a loro volta chiedono l’intervento dell’ambulanza e delle forze dell’ordine. 

“Vai subito a casa”: la chiamata a Pietro Mattei

Nel frattempo, Michele Finocchi, un caro amico della coppia, venuto a conoscenza del terribile delitto, telefona all’ignaro Pietro Mattei. Lo chiama, chiedendogli di tornare a casa: “Alberica ha bisogno di te”, ma senza rivelargli altro. 

Così, l’imprenditore, dopo aver chiesto più volte cosa fosse successo e senza ottenere una risposta precisa, corre verso la macchina e si dirige a casa.

Al suo arrivo, trova moltissimi operatori delle forze dell’ordine e di sanitari che entrano ed escono dalla sua abitazione. Da qui, scopre che la moglie è stata assassinata

L’inizio degli errori giudiziari

Il caso passa in mano al magistrato, il pm Cesare Martellino, che si reca sul posto verso l’ora di pranzo. In un’intervista successiva, rivela: “Io sono arrivato verso l’una e ho trovato una miriade di gente che si aggirava, comprese anche persone estranee, in questa stanza dove era avvenuto il delitto e dove c’erano macchie di sangue. L’impressione che ho avuto immediatamente è stata quella di una compromissione della scena del crimine, perché tutta quella gente nella stanza era veramente troppa. Così, feci uscire tutti”.

Il coroner esamina il corpo senza vita della contessa, mentre la stanza viene analizzata dalla Polizia Scientifica. Il medico stabilisce che l’ora della morte è tra le 9 e le 11 e che la vittima è stata colpita in testa con un corpo contundente, probabilmente uno zoccolo di legno, su cui si rinvengono delle tracce biologiche. Ciò, però, non è la causa della morta. La donna è stata strangolata. Nello specifico, l’assassino avrebbe utilizzato una tecnica sofisticata, perché avrebbe impiegato solo due dita per strangolare a morte la donna. A questo punto, il cadavere viene rimosso dalla stanza e portato in laboratorio, per continuare l’autopsia. 

La Scientifica, invece, evidenzia come non ci siano segni di lotta. Pertanto, si ipotizza che la vittima conoscesse il suo omicida o sia stata colta così di sorpresa da non riuscire a reagire. Gli operatori notano, inoltre, che mancano alcuni gioielli e pensano a un tentativo di rapina finito male.

Le indagini sul delitto dell’Olgiata

Alla luce di questi elementi, gli inquirenti ipotizzano, subito, tre differenti scenari. Infatti, l’assenza di reazione da parte della vittima fa supporre che conoscesse il suo assassino oppure che sia stata totalmente sorpresa e non abbia avuto il tempo di agire. Secondo la prima ipotesi, il killer era già in compagnia della contessa, quando lei è stata chiamata dalla figlia per il problema del tostapane. La donna sarebbe scesa al piano inferiore e poi sarebbe tornata dalla persona. Tuttavia, a detta del personale, la signora non aveva mostrato alcun segno di nervosismo o di fretta di tornare nuovamente nella sua stanza.

Le altre due ricostruzioni, invece, si basano sul fatto che nessuno si trovasse già all’interno della camera. Nei 15 minuti circa in cui la nobildonna è accorsa in aiuto alla figlia, il killer sarebbe entrato nella stanza. In base alla seconda ipotesi, dunque, lei conosceva il suo assassino e gli si è avvicinata senza timore. Per la terza ipotesi, si trattava di uno sconosciuto, saltato fuori dal suo nascondiglio quando la contessa era distratta. Per questo motivo, gli inquirenti iniziano a indagare sulla vita della donna, scoprendo che non aveva né nemici né vizi particolari. Così, passano al personale e agli abitanti della villa, ricostruendo i movimenti di ognuno di loro.

I sospettati

Si parte da Pietro Mattei, il marito della vittima. Però, in questo caso, le indagini si concludono molto presto. Le ricostruzioni e i registri della security confermano quanto dichiarato dall’uomo. Gli inquirenti passano, allora, al personale di servizio, e interrogano le due domestiche, Violeta Alpaga e Rupe Manuel. Vengono messe sotto torchio e viene richiesto l’aiuto di un interprete, dato che non parlano italiano e solo qualche parola in inglese. Nonostante le lunghe ore di interrogatorio, le loro versioni sono chiare e non contraddittorie: al momento del fatto, come confermato anche dal resto del personale, stavano lavorando e non hanno sentito nulla. 

A quel punto, il pm Martellino, a causa dell’assenza di indizi chiari, dispone che tutte le persone coinvolte e presenti nella villa al momento del fatto, vengano intercettate

Il quarto sospettato

Nel frattempo, viene ascoltato un ex dipendente dei Mattei, Manuel Winston Reyes. Il ragazzo, che in quel momento sta lavorando come cameriere in un’altra villa dell’Olgiata, dice di aver interrotto serenamente i rapporti con la famiglia, in quanto era stato chiamato per una sostituzione e, dunque, il suo contratto era scaduto. In realtà, la contessa lo aveva mandato via per i suoi problemi con l’alcool, presenti anche sul posto di lavoro, e perché considerato poco affidabile. 

Tuttavia, ha un alibi: alle ore 11:30 di quel 10 luglio, aveva appena finito il suo turno di lavoro e stava uscendo a piedi dal complesso. Nessuno, però, conferma. Per tale ragione, gli viene inviato un avviso di garanzia e gli viene sequestrato l’abbigliamento indossato il giorno del delitto. Il problema è che vengono rilevate delle piccole tracce di sangue, ma i dispositivi forensi dell’epoca non si riesce a capire se vi siano schizzi che appartengano alla vittima. Si aggiunge un’altra questione: secondo il professor Silvio Merli, i segni dello strangolamento coincidono con i segni lasciati da un destrimano. Reyes è mancino, dunque viene tolto dall’elenco dei sospettati. 

Il ruolo della babysitter Melanie

Si passa al setaccio Melanie Uniacke, la babysitter arrivata come au-pair dalla Gran Bretagna, per approfondire lo studio dell’italiano e prestare servizio presso la famiglia. Dopo appena qualche mese, i rapporti si complicano. Viene considerata “svogliata” e, a fine giugno, la contessa si offre di pagarle il biglietto aereo per tornare a casa. 

Però, nei giorni seguenti, la nobildonna è costretta a lasciarle in gestione i bambini, in quanto si deve recare in Portogallo, per assistere la madre, rimasta coinvolta in un grave incidente. Al suo rientro, la signora le riferisce di aver avuto un’ottima impressione e seguono esclusivamente delle lievi incomprensioni. 

Melanie Uniacke, comunque, viene coinvolta dalle forze dell’ordine in qualità di interprete non ufficiale per le domestiche filippine. Ciò la porta a soffrire di un forte stress, dato che, alle spalle, ha solo un anno di studio dell’italiano all’Università. Nonostante ciò, collabora, viene interrogata, ma il suo alibi è solido: in quel momento, si stava occupando dei bambini e stava lavando a mano un indumento. Resta, però, a disposizione, anche quando ritorna nella città natia e viene interrogata a più riprese sul posto dagli inquirenti.

Il sesto sospettato

A un certo punto, gli investigatori trovano uno strano plico nella cassetta delle lettere della villa dei Mattei. Si tratta di una busta contenente la copia delle chiavi dell’abitazione e una lettera da parte di Franca Senepa, indirizzata alla contessa. La signora, professoressa in pensione, aiutava occasionalmente la famiglia nella gestione dei bambini. Tuttavia, come si evince dalla lettera stessa, i rapporti tra Senepa e la vittima si erano particolarmente deteriorati. In questo modo, si arriva a un nuovo sospettato: il figlio, Roberto Jacono. Il ragazzo potrebbe coincidere con il profilo dell’omicida, perché è stato più volte nella residenza, quindi saprebbe come muoversi, e provava astio nei confronti della donna, a causa del diverbio con la madre. 

Il 23 luglio, pertanto, il pm Martellino firma un avviso di garanzia nei suoi confronti, in cui si ipotizza il reato di omicidio volontario. La Scientifica analizza i suoi indumenti e rileva delle tracce ematiche, che però sembrano appartenere a Jacono. Per questo motivo, data l’insufficienza di prove, non si può più procedere contro di lui. Al Corriere della Sera riferisce: “Ho un’idea precisa, che dirò al giudice se mi ascolterà. Sono certo che nel delitto c’entrano i servizi segreti”. 

Il ruolo dei servizi segreti nel caso di cronaca

Poiché è già trascorso un anno e mezzo dall’omicidio di Alberica Filo della Torre, la procura inizia a indagare sul possibile coinvolgimento dei servizi segreti. In effetti, proprio in questo periodo, emerge, nelle prime pagine dei giornali, lo scandalo dei fondi neri del Sisde, il servizio segreto militare italiano.

Il tutto sorge dal fallimento di un’agenzia di viaggi, la Miura Travel, creata nel 1988 e avente il 60% delle quote in mano a due dirigenti del Sisde: Michele Finocchi e Gerardo Di Pasquale. A seguito dell’analisi dei conti e delle attività bancarie, si scopre un’esportazione di ingenti somme di denaro dall’Italia alla Repubblica di San Marino.

Esce allo scoperto il nome di Michele Finocchi e, di conseguenza, anche quello di Pietro Mattei. Finocchi era stato colui che aveva chiesto all’imprenditore di tornare a casa.

Si pensa, dunque, che i coniugi Mattei conoscessero l’appartenenza ai servizi segreti del caro amico di famiglia e che, addirittura, potessero essere coinvolti nello scandalo. Pertanto, si ipotizza che l’omicidio della contessa sia avvenuto per mano di Finocchi.

Ma chi è Michele Finocchi? Dopo una breve carriera nella Polizia, entra nei servizi segreti e, nel 1987, diventa capo di gabinetto del Sisde. Per la società civile, è invece un dirigente generale della Polizia di Stato. A seguito dei primi arresti dovuti allo scandalo dei Fondi Neri, si rende latitante, ma viene arrestato il 25 luglio 1994 a Losanna. Quindi, ottenuta l’estradizione, rientra in Italia e collabora con la giustizia, sostenendo che, in merito al delitto dell’Olgiata, i coniugi Mattei non fossero a conoscenza del suo reale lavoro né dei suoi traffici illeciti di denaro.

L’ottavo sospettato del delitto dell’Olgiata

Siamo nel 1995 e le indagini continuano a essere un buco nell’acqua. Spunta, però il nome dell’imprenditore cinese Franklin Yung. Lui e la moglie abitano vicino alla villa dei Mattei, con cui hanno stretto da anni una forte amicizia, nata perché la figlia dei Yung e la figlia dei Mattei frequentavano la stessa scuola. La relazione dei Yung, tuttavia, risulta essere quasi giunta al termine. La moglie ha infatti denunciato alle autorità delle violenze fisiche messe in atto nei suoi confronti da parte del marito.

Ciò che fa emergere il sospetto del suo coinvolgimento nel delitto è il fatto che l’imprenditore cinese sia un grande appassionato di arti marziali: si potrebbe spiegare, in questo modo, la tecnica utilizzata per strangolare la contessa mediante l’utilizzo di sole due dita. Ciononostante, l’imprenditore racconta di aver fatto colazione con il padre e di essere poi uscito per recarsi in ufficio intorno alle ore 8:30, quella mattina del 10 luglio. La sua versione dei fatti viene confermata e, in seguito, la sua posizione viene archiviata.

La risoluzione del caso 

Dopo 15 anni di indagini, Pietro Mattei chiede la riapertura delle indagini. Nell’istanza di 20 pagine presentata al procuratore aggiunto Italo Ormanni, redatta dagli esperti, si confida nel progresso delle scienze in ambito forense e nella possibilità che un nuovo magistrato possa avviare degli accertamenti risolutivi. 

La richiesta, comunque, viene accolta e le indagini vengono riaperte nel 2007. Tuttavia, nel 2010, il fascicolo passa alle mani della pm Francesca Loy, la quale dispone di rifare tutte le indagini da capo. Ebbene, oltre alla cattiva conservazione delle prove, che comunque rimangono intatte, si fa una scoperta eccezionale. All’interno degli scatoloni polverosi, si trovano 14 bobine di intercettazioni, 9 delle quali mai tradotte

Una in particolare rappresenta la svolta per il caso. Si tratta di una telefonata, effettuata tra il 12 e i 13 settembre 1991, tra Manuel Winston Reyes e un presunto ricettatore. Winston confida di essere entrato in possesso di alcuni gioielli molto preziosi, che vuole rivendere all’estero. Nello specifico, nomina un anello di topazio, ossia proprio quello indossato dalla contessa. Arrivano ulteriori conferme in ambito biologico. Una macchia di sangue rinvenuta sulla scena, le tracce rilevate sullo zoccolo usato per tramortire la donna e sul fazzoletto presente nella camera presentano una corrispondenza con il Dna di Winston

La confessione e il processo a Manuel Winston Reyes

Poiché si teme possa darsi alla fuga, l’uomo viene posto in stato di fermo. Condotto in caserma, cerca di resistere all’interrogatorio, ma poi crolla, confessando

Racconta che, quella mattina, era entrato di nascosto all’interno della villa, perché voleva parlare con la contessa. Entrato nella sua camera, non l’aveva trovata, ma aveva visto un collier d’oro e un anello di topazio. Pensava di metterseli in tasca e fuggire. In quel momento, però, la signora era appena entrata in bagno ed era uscita all’improvviso, trovandoselo di fronte. Lui, preso dal panico, l’aveva aggredita, cercando di farle prendere coscienza, poi l’aveva soffocata. Successivamente, l’aveva coperta con un lenzuolo ed era fuggito dalla villa. 

Il processo inizia nel 2011. L’imputato chiede il rito abbreviato, in modo da usufruire dello sconto di un terzo della pena. La difesa, tuttavia, avrebbe preferito un procedimento classico, con la richiesta dell’ergastolo. Date le prove schiaccianti e la confessione del killer, il giudice pronuncia la sentenza di condanna: 16 anni di reclusione da scontare presso il carcere di Rebibbia.

Sebbene il suo fine pena fosse previsto per il 2027, grazie alla buona condotta, Winston ottiene uno sconto della pena ed esce dal carcere dopo 10 anni di permanenza, nell’ottobre 2021. 

La famiglia Mattei oggi 

Nel 2017, la famiglia Mattei dà vita a una fondazione intitolata alla contessa, avente lo scopo di supportare le vittime degli errori giudiziari che non hanno le risorse economiche necessarie per fronteggiare i processi. La fondazione “Filo della Torre” si sostiene con i fondi derivanti dai risarcimenti ottenuti dalla famiglia. Pietro Mattei, colui che ha sempre combattuto per la verità, muore nel gennaio 2020, a causa di un ictus. 

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