I due punti

Aborto in Italia e legge 194: è tutto vero quello che ci dicono? Cosa svelano i dati diffusi dal Ministero

Il Ministero pubblica la relazione sull'attuazione della legge 194 sull'interruzione volontaria di gravidanza. Dati in ritardo di due anni e che nascondono la reale situazione
Diritti delle donne

Come si dice quando c’è una legge e questa non viene fatta rispettare?
Cosa succede quando vengono nascosti i dati sull’attuazione di questa legge?
Come si definisce una società che permette questo?

Era il 1978 quando in Italia si approvò la legge n. 194, legge sull’interruzione volontaria di gravidanza, legge che avrebbe dovuto segnare un passaggio storico e fondamentale per i diritti civili nel nostro Paese. Ma non mi sento di dire che questo lavoro è stato completato, se non troppo spesso solo sulla carta.

Sovente si legge in cronaca di medici costretti a continuare a lavorare perché sono gli unici che fanno rispettare la 194, si legge che ci sono tra l’80 e il 100% di obiettori di coscienza e si legge, ahimè, ancora più spesso di donne che ricorrono ad aborti clandestini, con gravissime conseguenze per sé e per il bambino.

Ma a che punto siamo davvero in Italia?

Relazione del Ministero della Salute sull’attuazione della Legge 194 sull’aborto

Rivolgo questa domanda, e molte altre, a Chiara Lalli, docente di Storia della Medicina e autrice di saggi di bioetica, curatrice insieme a Sonia Montegiove, informatica ed esperta di open data, dell’indagine “Mai dati!”, nata in seguito alla Relazione Ministro Salute attuazione Legge 194/78 tutela sociale maternità e interruzione volontaria di gravidanzadati 2019 e preliminari 2020, pubblicata il 16 settembre 2021.

Praticamente più di un anno dopo il periodo di riferimento. Il Ministero rende pubblici dati talmente trascorsi che non servono a riflettere né a variare una situazione che in due anni potrebbe essere cambiata. Ma anche se accettassimo dati ormai obsoleti, che tipo di dati vengono forniti all’opinione pubblica?

Da questo interrogativo nasce l’indagine “Mai dati!”, nome esaustivo di quanto i dati forniti dal Ministero non siano utili e non spieghino la situazione degli obiettori per singola struttura e quindi la reale possibilità di interruzione di gravidanza per una donna, e di conseguenza non servono a fare chiarezza sull’effettivo rispetto della legge.

 

L’idea che mi sono fatta io è che il Ministero abbia scritto un bel romanzo su un Paese in uno Stato di diritto. Peccato che quel Paese non è l’Italia e questa relazione nasconda il dettaglio di cosa succede veramente sul territorio e alle donne che vogliono interrompere una gravidanza.

Art. 9 della legge 194: anche gli obiettori devono garantire l’assistenza

L’art.

9 della legge N. 194 recita:

L’obiezione di coscienza esonera il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza, e non dall’assistenza antecedente e conseguente all’intervento.

Gli  enti  ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni  caso  ad  assicurare  l’espletamento  delle  procedure previste dall’articolo  7  e  l’effettuazione degli interventi di interruzione della  gravidanza  richiesti  secondo  le  modalità  previste  dagli articoli  5, 7 e 8. La regione ne controlla e garantisce l’attuazione anche attraverso la mobilità del personale.

Questo vuol dire che gli ospedali e le strutture socio-sanitarie devono, obiettori e non obiettori, assicurare l’assistenza alla donna che ha deciso volontariamente di interrompere la gravidanza, prima e dopo l’intervento e la Regione deve garantire l’attuazione della legge.

Aborto: gli ospedali e le regioni garantiscono il diritto all’aborto? E quindi l’attuazione di una legge?

Nella realtà succede veramente questo?

Chiara Lalli: “Questa è la domanda delle domande, il guaio è che in questo momento non è facile rispondere.  Questa la ragione per cui stiamo provando a fare una fotografia dettagliata delle singole strutture, perché al momento quello che noi sappiamo va da un’aneddotica, cioè quello che è successo a me, a te, e alle nostre amiche o che qualcuno ci ha raccontato, a quello che arriva in cronaca.

Negli ultimi anni troviamo dati di diversa gravità, penso soprattutto agli aborti nel secondo trimestre“.

Mi racconta la storia di una donna, che dopo il primo trimestre, aveva fatto un test prenatale e scoperto una patologia molto grave incompatibile con la vita e quindi aveva deciso di interrompere la gravidanza, con un peso diverso dall’aborto volontario, perché lei lo voleva quel bambino, situazione aggravata anche da un’esperienza precedente di una bambina morta per una patologia cardiaca.

Lei si trovava in un orrore, peggiorato anche dal fatto che non ha ricevuto assistenza in questo aborto. “E se torniamo all’art. 9, per quanto ogni legge e ogni indicazione ha un margine di dubbio applicativo interpretativo, però lì è chiaro che l’assistenza precedente e antecedente non fa parte dell’obiezione. 
Anche perché è un dovere umano e medico, cioè tu medico obiettore come fai a non assistere una donna in quelle condizioni? Sto parlando di assistenza al dolore, all’angoscia, alle difficoltà”. 

Il Ministero risponde, ma solo a domande mai poste

“Tornando alla tua domanda diciamo che la relazione del Ministero non risponde. È uno dei motivi per cui non risponde è che i dati sono presentati in modo aggregato e con indicatori che con sono i più corretti, quindi bisognerebbe rivederli. Avere dati aggregati per regione non ci dice nulla su quello che è succede nelle singole strutture. Sappiamo solo che per esempio nella regione X c’è la media X di obiettori, ma non sappiamo nulla su come è garantito il servizio, su come sono trattate le donne, su quanto devono aspettare e se quella attesa è dovuta a ragioni cliniche o ad altre ragioni, magari riconducibili ad azioni di disinteresse o disattenzione o a mancanza di personale”.

Chi è che dovrebbe garantire l’attuazione di questa legge, quindi che ci sia un’assistenza reale anche da parte degli obiettori, garantire che in tutte le strutture ci sia la reale possibilità di abortire, e garantire che una donna non si trovi sola in questa situazione?

“Ci sono varie responsabilità, a cominciare dalla legge, chi è che deve garantire che sia rispettata?  C’è una questione che riguarda la legge, ce n’è una che riguarda le Regioni, e ce n’è un’altra ancora che riguarda le singole strutture in cui c’è il reparto IVG (interruzione volontaria di gravidanza), non c’è in tutti gli ospedali, e poi ci sono i singoli medici. È quasi un gioco di sottoinsiemi. 
Il problema è che questa questione è abbastanza scansata da tutti.

Obiettori di coscienza, ma a cosa obiettano?

Esatto, la sensazione che percepisco io, da donna e da giornalista, è proprio che non c’è una reale tutela né garanzia su questo.

“Neppure nel dibattito pubblico, perché se ci pensi quando si parla di aborto? O quando esce la relazione ministeriale o in caso di cronaca. E questo è il classico orrore dell’emergenza, che è la migliore alleata della scarsa lucidità e la scarsa risoluzione dei problemi.

Un altro problema è che manca il servizio alternativo o un incentivo, che potrebbero davvero cambiare i numeri degli obiettori di coscienza.”

A cosa obiettato gli obiettori di coscienza?

“Originariamente, quando è arrivata la legge e quindi il reato è stato depenalizzato tu avevi scelto di fare quella carriera sapendo che c’era una legge fatta in un certo modo, per cui in quel momento era giusto prevedere anche questa possibilità per ragioni che sono state valutate come morali. La questione morale c’è e ci sarà anche una parte religiosa, che non coincidono.

Però temo che negli anni, a questa anche genuina preoccupazione di natura morale, si siano aggiunti altri fattori: proprio perché i numeri dei non obiettori sono bassi, un medico rischierebbe di fare solo quello con una conseguente insoddisfazione professionale. Un altro rischio potrebbe essere quello di un clima non proprio disteso nei confronti dei non obiettori. Sono tutti elementi che si sommano temo in un clima di disattenzione e disinteresse.

Il diritto di abortire oggi in Italia non è una legge, ma un privilegio

La questione è che a rimetterci sono sempre le persone più fragili e con meno mezzi, cioè se io e te vogliamo abortire, riscontriamo meno problemi, anche il con ospedali al 100% di obiettori, perché siamo in grado di organizzarci, magari di prendere un aereo e andare in un altro Paese o anche solo telefonare per chiedere informazioni, siamo in grado di difenderci. Ma questa non è la descrizione di un diritto, ma assomiglia di più alla descrizione di un privilegio. E la domanda è perché deve essere tutto più complicato?

E soprattutto perché il mio Stato non mi garantisce il diritto che dovrei avere per legge?

Esatto, perché un servizio è diventato quasi solo un problema morale e non più un servizio di sanità pubblica, perché questo è un problema di sanità pubblica e personale. 
L’unica alternativa oggi ad un accesso sicuro e garantito all’aborto è la gravidanza forzata, che è un orrore morale, medico, giuridico”.

Il diritto di essere informati e i dati diffusi dal Ministero che non dicono nulla

Perché secondo te questa richiesta di aprire i dati al Ministero deve partire da un’associazione (Luca Coscioni)?

“Sì, infatti, perché?  Questa è un’ottima domanda, io la girerei al Ministero. Perché questi sono dati importanti sia per un fine pratico, cioè io devo poter scegliere e posso farlo solo se ho i dati sulle singole strutture; e poi c’è una questione politica in senso più ampio, questi dati devono essere aperti e accessibili, non in un pdf chiuso con dati aggregati per Regione, dove non si può fare nulla, se non passare da una tabella all’altra”.

Riguardiamo insieme la Relazione e Chiara mi fa notare la natura delle categorie dei dati analizzati e diffusi dal Ministero (grado di istruzione, tipo laurea o licenzia media): “Tutti gli studi sono interessanti, magari ci sarà una ricerca che mette in correlazione le lauree umanistiche e numero di aborti, però se mi date questi numeri, datemi anche quelli degli operatori, perché sennò non ha senso. Per sapere come sta la legge non mi serve sapere quanti anni ha una donna, se è laureata o analfabeta o di che nazionalità sia.  A cosa serve questa ricerca?

Interruzione volontaria di gravidanza nell’emergenza Covid, i dati

Certo, l’applicazione della legge dovrebbe essere retta su altri tipi di dati. Il sentore che ho avuto io leggendoli è proprio una visione un po’ più addolcita della situazione italiana, romanzata quasi, un po’ come se il Ministero ci volesse dire: state tranquille il diritto è rispettato. Quando poi la cronaca, i centri antiviolenza, e le informazioni sociali dicono ben altro. Purtroppo però, questo è molto chiaro solo alle persone che si vanno a cercare attivamente questo tipo di informazioni, che non sono poi neppure così facilmente accessibili. Un’Italia quindi completamente diversa da quella che ci racconta il Ministero. 

Tabella IVG nel contesto dell'emergenza Covid-19 maggio- giugno 2019 - Relazione  Ministro Salute attuazione Legge 194/78

Nella relazione, la tabella «IVG nel contesto dell’emergenza COVID-19 – maggio-giugno 2020» ci sono una serie di cose non chiare, esempio: 

  • I servizi che effettuano IVG hanno subito una riorganizzazione: 21
  • La Regione ha deciso di effettuare le IVG solo in alcune strutture: 3. In quali Regioni? Con quali effetti? Cosa è successo? Come hanno cambiato organizzazione?
  • Una o più strutture hanno deciso in autonomia di interrompere il servizio IVG: 2 Quali sono queste regioni? Perché l’hanno deciso? Una o più strutture hanno deciso in autonomia di ridurre il numero di interventi settimanali: 4.
    Quali sono queste Regioni e perché li hanno diminuiti? Perché sono diminuite le donne, le gravidanze o queste che fine fanno?
  • Nessuna struttura ha segnalato problemi: 12. E le altre?

A settembre il Ministero pubblica i dati definitivi del 2019 in quelli preliminari del 2020. Questa cosa era comprensibile e giustificabile nel 1950! Siamo analfabeti digitali e lavoriamo ancora su fogli di carta ed è chiaro in queste condizioni che ci metta 2 anni ad avere i dati definitivi. Se fosse tutto digitale e ogni struttura potrebbe compilare la propria parte, ci metterebbe 20 minuti ogni 6 mesi e non 2 anni. Noi facciamo anche questa richiesta: avere un modello informatico aperto. Ad esempio la Regione Toscana è avanti in questo aspetto, posso cliccare e cercare dei dati, cosa che in un pdf chiuso non posso fare.

Indagine “Mai dati!”, a che punto siamo

Come vi stanno rispondendo le Regioni? Stanno collaborando oppure anche qui vedete un po’ di ostruzionismo?

Alcune non hanno proprio risposto, altre ci hanno detto “No, perché c’è il Covid”, altre ci hanno dato dati parziali, altre ci hanno proprio negato i numeri dal principio, per privacy. 

Come si inserisce in questo il discorso quello sullla privacy?

Secondo me non c’entra nulla. Abbiamo già chiesto ad avvocati e lo chiederemo ad altri, ma risulta un’interpretazione abbastanza sbagliata, perché non stiamo chiedendo nomi e cognomi, o l’indirizzo di casa, o quanto ha preso alla maturità il non obiettore, stiamo chiedendo il numero, la percentuale di coloro che garantiscono il diritto all’aborto.
Ti dico anche un’altra cosa: il numero di non obiettori non è detto che corrisponde al numero di coloro che effettuano l’IVG. C’è un insieme di chi effettua effettivamente l’IVG che è più piccolo dell’insieme dei non obiettori.

Chi sono quelli che ballano in mezzo?

Con tutta probabilità potrebbe dipendere dalla logistica, per esempio si decide che in quell’ospedale non c’è più l’IVG, ma il medico non è obiettore e quindi conta come non obiettore, oppure per l’organizzazione della struttura un medico è destinato a fare solo ecografie, quindi di fatto non è obiettore, ma di fatto non effettua l’IVG.
Per esempio il Sant’Eugenio di Roma ha 21 ginecologi, 10 non obiettori, ma solo 2 effettuano l’IVG.

Ah, è proprio tanta la differenza!

Eh sì, e questo dato l’hai mai visto? È un dato presente nella relazione ministeriale? È un dato di cui qualcuno ha parlato? È un dato di cui il Ministero si è preoccupato di discutere o spiegare?

No, nell’immaginario comune il non obiettore è quello che garantisce il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza. Potrebbe quindi essere un dato molto fuorviante questo.

“Per questo la necessità di aprire questi dati su tutte le strutture è altissima! Io voglio la mappa dell’Italia con tutte le strutture ospedaliere, convenzionate e non convenzionate, con tutte le strutture dove c’è il reparto di ostetricia, con tutte le strutture dove c’è il punto IVG e con tutti i dettagli sul numero totale e il numero di obiettori e numero di medici che effettivamente esegue l’IVG.
Non è un favore che stiamo chiedendo”.

Anche perché il diritto di essere informati è un diritto sociale garantito per legge.

“È un punto fondamentale, riguarda i dati accesso alla conoscenza, questi sono dati che riguardano le nostre vite, le nostre scelte e i nostri diritti.”

Essere donna, una carriera a punti dove alla fine non c’è nessun premio garantito

Questa intervista si chiude con un po’ più di tristezza nel cuore, da donne e da persone che credono in uno stato di diritto che deve essere garantito. Parliamo di cosa vuol dire essere madri e non madri in questa Italia e di quante pressioni sociali siamo ancora costrette a subire: sei una buona madre solo se partorisci con dolore, se allatti, se non vuoi tornare a lavorare e ne potrei aggiungere altri mille di stereotipi. Sembra una carriera a punti essere donna, ancora oggi, ancora in Italia.

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