Lilith e Eva

Congedo di paternità e cura della famiglia: i diritti che gli uomini hanno ma che a molti fa comodo ignorare

La normativa europea punta a concedere agli uomini la possibilità di occuparsi della famiglia quanto le donne: spesso però loro sono i primi a non volerlo fare.
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Nel 2021 il congedo di paternità in Italia è passato da 7 a 10 giorni, di cui si può usufruire anche non continuativamente, in linea obbligatoria.

La vera rivoluzione sarebbe però dovuta arrivare nel 2022 con il Family Act: era infatti previsto che i neo padri arrivassero ad avere diritto a 3 mesi di congedo di paternità, ovvero un quantitativo di giorni che si avvicina abbastanza a quelli del congedo di maternità. In verità pare sia stato un nulla di fatto: nelle ultime due settimane del 2021 è arrivata la notizia dell’accantonamento del provvedimento. La radicale virata delle politiche di tutela delle famiglie, che punta a rimettere in gioco le madri nel mondo del lavoro e di cui comunque si continua a parlare -anche se per ora rimangono solo parole- scommette però su un cavallo che potrebbe rivelarsi sbagliato: spesso, la decisione di non usufruire dei congedi di paternità nasce da costrizioni culturali, più che da una mera assenza del diritto a farlo.

Quanti uomini, infatti, pur avendo la possibilità di usufruire di settimane di paternità, decideranno infatti di usufruirne? Quanti accetteranno di trovarsi giocoforza, come le loro compagne, fuori dai giochi di carriera -seppur temporaneamente- in nome di una cura della famiglia che fino ad oggi è stata comodamente pesata quasi interamente sulle spalle delle donne, senza che la società lo rilevasse come un problema?

Work-life balance: le leggi nei vari Stati europei

Quantomeno da un punto di vista teorico, va detto, si sta cercando di migliorare la qualità della vita e le possibilità di realizzazione delle cittadine europee. Per questo una delle missioni chiave dell’Unione Europea concerne lo sviluppo di politiche che migliorino il work-life balance per entrambi i componenti della classica coppia (equilibrio vita-lavoro).

Le statistiche parlano chiaro: a livello familiare il peso di assistenza e cura (che sia di figli o parenti necessitanti) è spesso gravato sulle donne e ciò va contro uno dei principi primi del Pilastro europeo dei diritti sociali, ovvero garantire pari opportunità e accesso al mercato del lavoro.

In Europa diversi stati hanno portato avanti politiche che distruggessero il gap tra uomini e donne per quanto riguarda i congedi parentali e di maternità/paternità: è lodevole ad esempio il caso della Spagna, dove dal 1 gennaio 2021 i giorni di congedo, dopo la nascita di un figlio, sono equivalenti.

Sia madre che padre, in Spagna, hanno 6 settimane obbligatorie di congedo, ed ulteriori 10 facoltative: il fine ultimo è quello di eliminare l’idea che una donna che diventa madre si ritrovi a rinunciare alla propria carriera, mentre il padre torna a lavorare a pochissimi (se non zero) giorni dal parto senza alcuna conseguenza dal punto di vista professionale. Situazione abbastanza positiva anche in Svezia, dove i mesi obbligatori sono due per ogni genitore. Anche la Finlandia, nel 2020, ha deciso di garantire 7 mesi di congedo parentale a padri e madri indifferentemente. Se l’Italia, con i suoi 10 giorni di congedo obbligatori ai padri al momento si colloca in una delle ultime posizioni, con la decisione di arrivare gradualmente a 3 mesi di congedo di paternità potrebbe fare un enorme passo in avanti nella lotta in nome della gender equality.

Il vero ostacolo però potrebbe comunque rimanere, perché non è di natura normativa bensì culturale.

Congedo di paternità: un problema culturale

In Europa le leggi di garanzia del work-life balance prevedono che ogni donna abbia almeno 14 settimane di congedo di maternità, di cui almeno 2 obbligatorie, e che ogni uomo abbia diritto ad almeno 10 giorni di congedo di paternità.

Su tali basi poi si modulano le scelte di ogni Paese -ed abbiamo visto che in molti Stati si garantisce il diritto a molto di più di quanto ritenuto “il minimo sindacale” dalla normativa europea. A spostare l’ago della bilancia è però il sopravvivere di una cultura che vede nell’uomo che usufruisce di settimane o mesi di congedo parentale un individuo poco legato al suo lavoro e alla sua carriera e che potrebbe anche subire le conseguenze della sua scelta (che è, ricordiamo, quella di usufruire di un diritto) sul posto di lavoro.

Si tratta di una realtà dimostrata dai numeri: una ricerca del Chartered Institute of Personnel and Development (CIPD) ha rilevato che il 73% degli uomini si sarebbe sentito colpevolizzato, in contesto professionale, per essersi assentato a lungo sul lavoro. Secondo la medesima ricerca, il 95% degli uomini crede che la mentalità sul luogo di lavoro debba cambiare affinché non sia ritenuto “animalo” che gli uomini usufruiscano del congedo di paternità. Lo stesso discorso vale per i congedi garantiti da ogni stato per coloro che si devono occupare di un parente: benché in molti Stati sia garantito per uomini e donne lo stesso numero di giorni, in moltissimi casi saranno le donne a usufruirne. I dati Eurostat hanno ad esempio dimostrato che nel periodo pandemico (nello specifico nel 2020) sono stati le donne ad occuparsi di cura e assistenza ed a risultare lavorativamente inattive (si parla del 37,3% delle donne contro il 3,5% degli uomini).

Conquistare il diritto, per gli uomini, ad avere i medesimi congedi di paternità o cura familiare delle donne, è dunque un “falso” primo passo: il grave problema è cambiare una mentalità che vede in questo diritto una mossa facoltativa e persino “inopportuna” per la popolazione maschile. È pacifico che finora il fatto che l’onere di gestione familiare fosse tutto sostenuto dalle donne è stato un grandissimo vantaggio per gli uomini, che hanno potuto costruirsi una famiglia senza mettere in gioco i risultati economici e professionali duramente conquistati in anni di lavoro. Quanti potrebbero decidere di abbandonare questo lussuoso vantaggio in nome dell’uguaglianza tra sessi?

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