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Elezioni 18 aprile 1948, la Repubblica italiana per la prima volta al voto: quali furono le ideologie decisive

Le prime elezioni politiche della Repubblica italiana risalgono al 18 e 19 aprile del 1948 e sono state il frutto di un percorso durato 2 anni.
18 aprile 1948 si aprono i seggi delle prime elezioni politiche della Repubblica italiana. L'esito

Il 18 e il 19 aprile 1948 l’Italia “Liberata” e unita sotto la Repubblica da quasi due anni accorreva alle urne per le prime elezioni politiche della storia repubblicana. Un evento che ha visto il trionfo della Democrazia Cristiana, divenendo da quel momento, nella figura di Alcide De Gasperi, il punto di riferimento principale dell’elettorato anticomunista, stralciando quindi il PSI e quei partiti monarchici e di destra che dopo la caduta della monarchia erano emersi. 

Va ricordato inoltre, che la prima elezione libera della Repubblica italiana ha segnato un punto di cesura a quell’unità che aveva accomunato le forze politiche a partire dal dopoguerra, passando per il Referendum del 2 giugno, e i lavori dell’Assemblea Costituente.

Quello che si ricorda principalmente di questa fase importante della storia recente del Paese è proprio questa forte spinta propulsiva verso la partecipazione politica, con una stima degli iscritti ai partiti pari a centinaia di migliaia rispetto alle decine di migliaia di epoca pre-fascista. Il dopoguerra ha dato il là alla nascita dei cosiddetti partiti di massa e proprio in quegli anni era forte la condizione comune che avrebbero avuto un ruolo in primo piano. 

L’Italia Liberata e il dopoguerra

L’Italia del fine ’45 è un Paese a pezzi tanto sul fronte politico quanto su quello delle infrastrutture e dei centri abitati distrutti dai bombardamenti. Per dare un quadro più chiaro della situazione; il Paese stava fronteggiando una pesantissima inflazione generata dal clima difficile del dopoguerra. Seppur sopravvissuti ai bombardamenti, gli stabilimenti industriali non erano al massimo della produttività, anzi, raggiungevano solo il 20%.

I danni più ingenti avevano toccato il settore più importante del Paese, quello agricolo. La produzione si era ridotta del 60% e il patrimonio zootecnico era andato quasi totalmente distrutto.

Lo stesso valeva per le strade, le ferrovie e i sistemi di trasporto totalmente disarticolati e i danni alle abitazioni. Oltre all’inflazione c’era anche un alto tasso di disoccupazione che si è registrato soprattutto al centro-sud. Nelle aree meridionali si sono registrati casi di occupazione di terreni incolti e latifondi e l’espandersi del potere della malavita comune, protagonista anche di episodi di contrabbando di beni razionati.

Un quadro che si è andato a contrapporre a quello del nord, dove, vista l’alta presenza del settore industriale, a prendere piede sono state tematiche di altro genere, più legate alle lotte sociali.

La fame, mista alla mancanza di alloggi e all’elevata disoccupazione, soprattutto nell’estate del ’45 ha contribuito a creare non pochi problemi di ordine pubblico.

I nuovi partiti politici

L’Italia del dopoguerra era un Paese sconfitto dalla guerra, seppur ci fossero stati episodi come l’armistizio e la Resistenza, l’Italia restava occupata dagli alleati da un lato ma dall’altra sentiva crescere i venti del cambiamento. Nel rinnovato piano politico nazionale ritroviamo vecchi e nuovi partiti che ora emergono: partiamo dal più noto, il Partito Socialista guidato da Pietro Nenni che sembrava essere destinato ad assumere il ruolo di guida della politica italiana (ma, come vedremo, non sarà così).

A seguire c’era il Partito Comunista Italiano, che faceva giocoforza del suo ruolo nella lotta al fascismo; il PCI può essere considerato un primo vero partito di massa in quanto già alla fine del ’46 contava ben 1.700.000 iscritti, grazie anche all’idea di Togliatti di rivolgersi non solo alla classe operaia ma anche a quella contadina, ai ceti medi e agli intellettuali.

Il Partito Comunista ha mostrato fin da subito l’intento a volersi inserire chiaramente sul piano della politica italiana sul fronte parlamentare.

La Democrazia Cristiana è il terzo grande partito che, ai tempi, aveva i numeri e le capacità di contrastare il PSI e il PCI. Si tratta di un partito che si rifà direttamente al Partito Popolare di Luigi Sturzo, riprendendone il programma come la dottrina sociale cattolica, il diritto di proprietà e avversione alla lotta di classe ma con apertura verso le riforme; godeva di un forte appoggio della Chiesa. E ancora, il Partito Liberale, il Partito d’Azione e branche neofasciste e monarchiche. Va accennato, anche solo nel nome, che in questa fase nasce la corrente qualunquista, un movimento che si poneva l’obiettivo di rappresentare l’uomo qualunque, il cittadino medio che dall’oppressione fascista ora rischiava di finire nella rete dei partiti. Il movimento raccolse grande consenso nel centro-sud, per poi sgonfiarsi nel ’47 a favore della DC.

Il “tradimento” della monarchia e il Referendum

In un clima così complesso, una domanda sorge spontanea: “E il re?” È noto che la monarchia aveva subito un durissimo contraccolpo già durante la guerra. Eppure, se gli italiani non avevano perso fiducia nel loro re con l’avvento del Fascismo, l’elemento di cesura è stato l’armistizio. Un tradimento imperdonabile dal punto di vista del popolo che ha fatto sì che cancellasse completamente quel poco di credibilità che aveva riguadagnato con la cacciata di Mussolini.

Con l’armistizio si spezza il vincolo di fedeltà tra i sudditi e la Corona, non ritenuta più garante della nazione, Statuto o meno (va ricordato che fino alla proclamazione della costituzione, nel ’48, in Italia vigeva ancora lo Statuto Albertino).

Il sovrano aveva lasciato il Paese allo sbando, il nipote del “Gran re” che aveva fatto l’Italia non aveva adempiuto ai suoi doveri, ovvero garantire l’autorità, l’ordine, la sicurezza per avere in cambio legittimazione, e questo è quanto si è poi visto alle urne il 2 giugno 1946 quando si è tenuto il Referendum che ha consacrato la nascita della Repubblica italiana.

Il sovrano non è più il simbolo della nazione, come scriveva Italia Libera: “(…) La monarchia non è più nulla, non ha più nulla a che fare con l’Italia”.

Le elezioni del 1948: chi ha vinto

L’Italia del 1948 è quindi pronta a cambiare aspetto ed iniziare un nuovo percorso sotto i vessilli di un Repubblica democratica “fondata sul lavoro” dove “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione“, come proclamato dall’articolo 1 della Costituzione.

Il risultato ha segnato una vittoria netta della Democrazia Cristiana, che ha ottenuto il 48,5% dei voti oltre alla maggioranza assoluta dei seggi di Camera e Senato. I partiti operai hanno ottenuto circa il 31% dei voti, un dato che ha segnato una profonda sconfitta, dovuta in parte anche alle politiche di espansioni staliniste che, proprio durante il periodo di campagna elettorale, aveva invaso la Cecoslovacchia e si stava muovendo in modo aggressivo sull’est Europa. A pagare lo scotto maggiore è stato il PSI, che ha visto dissolvere buona parte delle sue fronde, inglobate infine nel PCI.

Le prime elezioni della Repubblica italiana, hanno segnato quindi l’inizio del governo De Gasperi e, più avanti, sotto la guida della Presidenza della Repubblica di Luigi Einaudi. L’esito non ha lasciato da parte delusioni, infatti a seguito delle elezioni si registrano due episodi cruciali, che indicano come il clima non fosse ancora stabile, l’attentato a Togliatti da parte di uno studente di destra che ha portato a duri scontri di piazza e la rottura all’interno dei sindacati. È in questa fase che nascono la CISL- Confederazione italiana sindacati lavoratori e UIL-Unione Italiana del Lavoro, nati dalla CGIL.

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