Spettacolo

Paolo Borsellino a 30 anni dalla morte, due momenti televisivi e pubblici tra i più importanti prima della strage di via D’Amelio

Nei giorni successivi all'omicidio di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino corre, cerca la verità e fa anche numerose apparizioni pubbliche. Il magistrato racconta lucidamente i giorni successivi alla morte di Falcone e la sensazione di essere un "cadavere che cammina".
Paolo Borsellino a 30 anni dalla morte, due momenti televisivi e pubblici tra i più importanti prima della strage di via D'Amelio

Lui contro tutti e con la missione di ricucire i pezzi per consegnarli all’autorità giudiziaria. Borsellino nei due mesi che lo separano dalla strage di Capaci lavora giorno e notte ma rilascia anche molte interviste, consapevole di quanto il ruolo dell’opinione pubblica sia fondamentale nella lotta alla criminalità organizzata. Due dei momenti mediatici più importanti dei giorni che seguirono la morte di Giovanni Falcone.

L’ultimo intervento pubblico di Borsellino: il dibattito organizzato da MicroMega e ripreso da Pippo Ardini

Il 25 giugno del 1992, a circa un mese di distanza dall’uccisione di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino interviene in un dibattito organizzato da MicroMega nell’atrio della biblioteca comunale di Palermo.

“Oggi che tutti ci rendiamo conto di qual è stata la statura di quest’uomo, ripercorrendo queste vicende della sua vita professionale ci accorgiamo come il paese, lo Stato, la magistratura (che forse ha più colpe di ogni altro) cominciò proprio a farlo morire il 1 gennaio del 1988 se non forse l’anno prima. C’è quell’articolo di Leonardo Sciascia sul Corriere della sera che bollava me come un professionista dell’antimafia”. Nel gennaio 1988 quando Falcone solo per continuare il suo lavoro propose la sua aspirazione a succedere ad Antonino Caponnetto, il Consiglio superiore della magistratura con motivazioni risibili gli preferì il consigliere Antonino Meli.

Ci eravamo tutti resi conto che c’era questo pericolo – spiega Borsellino – e a lungo sperammo che Antonino Caponnetto potesse restare ancora a passare gli ultimi due anni della sua vita professionale a Palermo. Ma quest’uomo – Caponnetto – il quale rischiava – perché anziano, perché conduceva già da anni una vita non sopportabile da nessuno, il quale rischiava di morire a Palermo perché temevamo che non avrebbe superato lo stress fisico cui da anni si sottoponeva, a un certo punto fummo noi stessi – Falcone in testa, pur convinti del pericolo che si correva – così convincendolo lo convincemmo ad allontanarsi da Palermo.

Si aprì la corsa alla successione all’ufficio istruzione del tribunale di Palermo. Falcone concorse, qualche Giuda si impegnò subito a prenderlo in giro”.

L’intervista a Lamberto Sposini 20 giorni prima dell’attentato in via D’Amelio

Falcone e Borsellino, amici fraterni e colleghi, cresciuti insieme in mezzo ai palazzi del quartiere Calza di Palermo e poi nelle aule di un Tribunale.

Un legame fortissimo non solo di affetto ma di ideologia e aspirazioni. Per questo motivo, Lamberto Sposini, vicedirettore del Tg5, inizia la sua intervista a Borsellino dai ricordi d’infanzia e di gioventù, di un lasso di tempo trascorso all’Asinara e della nascita del pool antimafia, inventato da Falcone e Borsellino per condurre indagini di mafia. L’intervista di Sposini è preziosa perché lascia trasparire tutta la lucida consapevolezza di Borsellino di essere “sopravvissuto” a Falcone solo per poco, e – come si coglie anche dall’intervento a MicroMega – di avere pochissimo tempo per raccogliere il più possibile dei pezzi di verità sulla strage di Capaci e consegnarli all’autorità giudiziaria.

Ma è importante anche per capire cosa cambia nell’opinione pubblica a partire dalla strage di Capaci e quale coraggio può dare questo cambiamento nell’uomo antimafia. 

L’opinione pubblica e i media dopo la strage di Capaci: le parole di Borsellino sull’omertà

Sposini chiede a Borsellino: “È vero – o almeno a lei risulta che molta gente ha iniziato a collaborare subito dopo la morte di Falcone”? Borsellino risponde facendo capire quanto fino a quel momento avesse pesato l’atteggiamento opposto, di isolamento della magistratura e dell’antimafia: “È una sensazione che ho avuto nell’immediatezza dei fatti, tant’è che ne feci pubblico cenno e sembra che sin dall’inizio ci sia stata e – ritengo – a causa dell’enorme scossa morale che questo omicidio ha cagionato, una voglia id collaborare, di affrontare anche le difficoltà che i testimoni normalmente incontrano e di contattare gli organi di investigazione e i magistrati.

Questo è estremamente importante perché una delle manifestazioni più eclatanti del controllo da parte dell’organizzazione mafiosa è quella di riuscire a gestire la diffusa fino a oggi – speriamo soltanto fino a ieri – la omertà istintiva dei cittadini, i quali anche se non mafiosi, sono permeati da questa regola subculturale della mafia che è costituita dall’omertà”.

Come è cambiata la vita di Palo Borsellino dopo la morte di Falcone: “vita privata abolita” e “cadaveri che camminano”. Le sue parole

Sposini chiude quest’intervista con una domanda che tutti nel 92 si stanno ponendo: “Dopo la morte di Falcone com’è cambiata la vita di Borsellino?” Il magistrato morto il 19 luglio 1992 in via d’Amelio, dopo un lungo silenzio, dice al giornalista: “La mia vita è cambiata innanzitutto perché dalla morte di questo mio vecchio amico e compagno di lavoro sono rimasto particolarmente scosso e sono ancora impegnato – a un mese di distanza – a recuperare tutte le mie possibilità operative, sulle quali il dolore ha inciso in modo enorme.

 È cambiata anche perché – sia per la morte di Falcone sia per taluni altri fatti, mi riferisco alle dichiarazioni ormai pubbliche di quel collaboratore che ha detto di essere stato incaricato di uccidermi – le mie condizioni sono state estremamente appesantite le misure di protezione nei miei confronti e nei confronti dei miei familiari.  È chiaro che in questo momento ho visto quasi del tutto – anzi, vorrei dire del tutto – pressoché abolita la mia vita privata. Questa mi impedisce anche soltanto di mantenere una parvenza di una vita di relazione”. Quindi Borsellino spiega com’è cambiato il suo lavoro, che fino a quel momento componeva molti pezzi della sua stessa identità : “Ho tenuto nell’immediatezza della perdita di Falcone una drastica perdita di entusiasmo nel lavoro che faccio. Fortunatamente, se non dico l’entusiasmo, ho almeno ritrovato la rabbia per continuare a farlo”. Alla domanda: “Lei si sente un sopravvissuto?”, Borsellino, dopo uno dei suoi sospiri infiniti e riflessivi, risponde: “Io ricordo ciò che mi disse Ninni Cassarà allorché ci stavamo recando assieme sul luogo in cui era stato ucciso il dottor Montana alla fine del luglio 1985. Mi disse “convinciamoci che siamo dei cadaveri che camminano“. L’espressione di Ninni Cassarà io potrei anche ripeterla ora ma vorrei poterla ripetere in un senso più ottimistico. Io accetto – ho sempre accettato – più che il rischio la condizione, quali sono le conseguenze del luogo in cui lo faccio e vorrei dire anche di come lo faccio. Lo accetto perché ho scelto nella mia vita di farlo e potrei dire che sapevo fin dall’inizio che dovevo correre questi pericoli. La sensazione di essere un sopravvissuto e di trovarmi – come viene ritenuto – in estremo pericolo, è una sensazione che non si disgiunge dal fatto che io credo estremamente nel lavoro che faccio, so che è necessario che lo faccia, so che è necessario che lo facciano tanti altri insieme a me e so che tutti noi abbiamo il dovere morale di continuare a farlo senza lasciarci condizionare dalla sensazione o financo dalla certezza che tutto questo può costarci caro”.

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