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Caterina Caselli rivela il significato di Nessuno mi può giudicare: le parole della cantante

Il suo "Casco d'oro" segnò un'epoca. Ora la cantante spiega il vero significato di uno dei brani di maggiore successo.
Caterina Caselli rivela il significato di Nessuno mi può giudicare: le parole della cantante

Erano gli anni 60 e quella canzone era un urlo al mondo. Oggi Caterina Caselli torna a parlarne in un’intervista al Corriere della sera, a cui spiega il significato di quel brano.

Nessuno mi può giudicare: Caterina Caselli parla di uno dei suoi brani più celebri

Possiamo anche sbagliare ma nessuno deve giudicarci male”: Caterina Caselli racconta al Corriere della sera il senso profondo della canzone Nessuno mi può giudicare. Un inno di libertà ma soprattutto di riscatto. L’artista sintetizza lo spirito con cui visse quella canzone raccontando un aneddoto. “In quel fatidico 1966 – dice al Corriere vivevo come in una bolla felice, mi sentivo amata, avevo tante soddisfazioni, ho raggiunto l’economia economica, mia madre non mi osteggiava più”.

Così entra nel vivo di un episodio passato e spiega: “Ero a Ischia per i fanghi e una donna, non giovane, mentre mi spalmava il fango sulla schiena mi disse ‘Signurì, voi mi piacevate così tanto perché eravate prepotente’. Forse il più bel complemento che abbia mai avuto – spiega Caselli – una donna che in qualche modo si sentiva riscattata da quella canzone”. Quel momento segnava la realizzazione, per Caterina Caselli, dell’effetto sortito dal suo brano.

Grazie a quella signora, la cantante metabolizzava di essere riuscita a fare arrivare un messaggio: tutti sbagliano, ma nessuno va giudicato dai propri errori. Al contempo però quella canzone era un inno alla libertà specificamente femminile.

Caterina Caselli sulla parità: il significato che “Nessuno mi può giudicare” ha per lei oggi

È la stessa Caterina Caselli a raccontare quanto per lei sia importante il processo di emancipazione femminile, che tuttavia è pieno di insidie. “Passi da gigante ne sono stati fatti – spiega al Corriere della sera – eppure il tasso di femminicidi è in crescita, ed è spaventoso perché nasconde una idea tribale dei rapporti basata sul possesso.

Una parola chiave: è fare sistema”. Non è l’unica artista che solleva il problema. È di pochi giorni fa l’intervista di Mara Venier che sempre al quotidiano di via Solferino ha raccontato di aver subito violenze e minacce di morte da un ex compagno. Secondo gli ultimi dati diffusi dal Viminale, dal 2022 a oggi, i femminicidi in Italia sono stati 125. Come spiega Caterina Caselli, il dato è drammaticamente in crescita, contro il 118 registrato nel 2021. “Si tratta di rivedere consuetudini e leggi per eliminare ogni differenza nei diritti fondamentali” – afferma Caterina Caselli.

L’artista parla di dei diritti: “fondamentali di accesso al lavoro, all’educazione, alla vita libera e autodeterminata…Uomini e donne insieme, il problema riguarda tutti”.

Il 1966: il contesto in cui uscì la canzone “Nessuno mi può giudicare”

Senza che ci fosse un collegamento diretto, il 1966 era l’anno in cui Franca Viola veniva liberata dopo essere stata segregata e violentata dai suoi rapitori.

Come racconta peraltro il film ispirato alla sua vita, “La prima donna che”, Franca Viola era rimasta incinta del suo stupratore.

Rapita perché aveva rifiutato di sposare Filippo Melodia, nipote di un mafioso locale e arrestato per appartenenza a una banda mafiosa, non cedette nemmeno al costume dell’epoca che imponeva le nozze con il proprio stupratore per “salvare l’onore”. Divenne storica la sua frase “Non sono proprietà di nessuno, nessuno può costringermi ad amare chi non rispetto. L’onore lo perde chi fa certe cose, non chi le subisce”. Secondo la legge di allora (ex. art. 544 del codice penale, estinto dal 1981), il matrimonio riparatore avrebbe annullato il reato di violenza sessuale commesso da Melodia, che quindi fu processato e condannato a 11 anni di carcere poi ridotti a dieci.

La storia di Viola, la prima donna a rifiutare il matrimonio riparatore in Italia, fu un segno dell’emancipazione femminile di quell’anno, possibile anche grazie al clima culturale che si respirava in Italia.

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