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Crisi demografica, si corre ai ripari: ci salverà l’immigrazione?

Pubblicato: 02/02/2024 15:56

La questione demografica, lungamente trascurata nell’agenda politica e mediatica italiana, sta finalmente ricevendo l’attenzione che merita, non solo per le sue implicazioni sociali ma anche per le sue conseguenze dirette sul tessuto produttivo del Paese. Le imprese italiane, da quelle piccole a quelle più rinomate, si trovano a fronteggiare una sfida senza precedenti: la difficoltà di reperire personale qualificato e motivato, in un contesto in cui la popolazione in età lavorativa è in costante diminuzione.

L’approssimarsi del pensionamento massivo dei baby boomer, una generazione nata in un periodo di boom demografico, pone le basi di un problema di turnover che non può essere ignorato. Questa carenza di manodopera si fa sentire non solo in settori tradizionalmente in crisi di personale, come quello delle cure domiciliari e dell’assistenza agli anziani, ma anche in ambiti più dinamici e innovativi, cruciali per la transizione economica e ecologica del Paese.

Come competere: il problema dei salari non competitivi

Di fronte a questo scenario, l’Italia si trova a dover competere a livello internazionale per attrarre e trattenere lavoratori qualificati, in un contesto aggravato da livelli salariali non competitivi. È in questo contesto che si inserisce l’importanza crescente dei lavoratori stranieri, sempre più visti come una risorsa indispensabile per il mantenimento e lo sviluppo dell’economia nazionale.

Le recenti normative, come il Decreto Legislativo 152/2023, che regolamentano i cosiddetti “ingressi fuori-quota” tramite la Carta Blu UE, rappresentano un passo avanti nel tentativo di semplificare e rendere più attrattivo l’ingresso di lavoratori altamente qualificati. Tuttavia, l’utilizzo effettivo di questi strumenti è ancora largamente insufficiente, come dimostrato dal limitato numero di ingressi registrati negli ultimi dieci anni.

Le risorse del “decreto-Cutro”

Il “decreto-Cutro“, che facilita l’accesso a chi partecipa a programmi di formazione nei paesi di origine, offre un’ulteriore opportunità di colmare il divario di competenze, anche se con limitazioni e costi che ne impediscono l’applicazione su larga scala. La sfida, dunque, non è solo normativa ma anche culturale, richiedendo un cambio di paradigma nelle aziende e nelle istituzioni per riconoscere e valorizzare pienamente il contributo dei lavoratori stranieri.

Il disallineamento tra le quote di ingresso programmate e la domanda effettiva di lavoro, insieme alla difficile gestione dell’immigrazione legale e illegale, evidenzia la necessità di un profondo rinnovamento delle politiche migratorie. Solo attraverso un impegno condiviso tra istituzioni, imprese e società civile sarà possibile costruire un sistema di accoglienza e integrazione lavorativa che sia al tempo stesso efficace, efficiente e sostenibile.

In conclusione, l’Italia si trova a un bivio: può continuare a subire passivamente le dinamiche demografiche e le loro conseguenze sul mercato del lavoro, oppure può scegliere di agire proattivamente, valorizzando le opportunità offerte dall’immigrazione qualificata come leva strategica per il suo futuro economico e sociale. La strada da percorrere è complessa, ma le soluzioni esistono e richiedono una visione lungimirante e un approccio inclusivo che metta al centro le persone e le loro competenze.