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Il campo largo della sinistra è morto sul nascere: ecco perché

Pubblicato: 18/03/2024 17:11

Altro che spallata al governo, evocata più che pronosticata dopo le elezioni regionali in Sardegna, con la vittoria di Alessandra Todde. Si era prospettata una caduta della maggioranza Meloni, con “effetto domino” dopo il voto per l’Europa. Ma da quelle urne l’alleanza di destra-centro oggi alla guida del Paese uscirà rafforzata, e non per un premio alla capacità politica e amministrativa fin qui dimostrata. Ma perché consoliderà un’evidenza: non si staglia all’orizzonte un’alternativa credibile per guidare l”Italia. E per motivi – agli occhi di chi non si astiene e va ai seggi – lampanti.

Altro che campo largo Pd-M5S-Iv-Azione-Avs… Sembra di risentire Rino Gaetano con “Nuntereggae più”: era il 1978 e il cantautore nel testo utilizzava anche una frase storica- “Il nostro è un partito serio” – di Enrico Berlinguer, segretario del Partico comunista italiano. Oggi quegli che sono tra gli eredi di quel movimento di massa continuano a perdere la bussola. Al punto che per il Pd, che include il tafazzismo nel suo dna, appare inverosimile prospettare un’alternativa alla attuale maggioranza che non sottintenda la ricerca di questo e quell’altro alleato.

Vero è che il sistema di voto che porta alla formazione del Parlamento, e del governo, è tutto orientato a premiare il bipolarismo – ma di riformare la peggior legge elettorale dell’Occidente non parla più nessuno, vero? – e che per ipotizzare la vittoria è indispensabile intrupparsi in una coalizione. Ma allo stato dell’arte, con le elezioni europee del 12 giugno che porteranno quanto meno a pesare ogni forza politica in virtù del sistema proporzionale, questi esercizi muscolari nel centrosinistra appaiono quasi velleitari.

Dimenticare il campo largo, allora. Se ogni partito correrà da solo per le europee, sarà bene utilizzare il dibattito pre-elettorale e i relativi risultati per ridefinire i valori di forza nell’area anti-destra. Se non altro per essere chiari con i propri elettori e con quelli che potrebbero votarti, sgombrando il campo da opportunismi e veti interessati. E’ arcinoto che Giuseppe Conte, leader 5Stelle, si unirà con il partito di Elly Schlein solo se sarà il fulcro di un’alleanza da lui guidata. Bene: ma perché non chiarire prima della sfida che il premier sarà quello che avrà ottenuto alle urne un voto in più dell’altro?

E’ uno schema già visto a destra, certo, tanto che FdI-FI-Lega e Moderati sono andati al potere con tale formula e con questa governano l’Italia da un anno e mezzo, con prospettive di lunghissima durata (per gli standard temporali nazionali). L’obiezione è scontata: anche se dem e pentastellati trovassero un’intesa elettorale, che all’oggi appare collocata su Marte, non basterebbe per vincere. Ovvio, ma perché mettere insieme quanto di più disomogeneo – politicamente e caratterialmente – esiste oggi può preludere a un successo elettorale?
E’ sempre l’attualità a disegnare lo scenario. Le prossime elezioni regionali (Basilicata e Piemonte) e le varie comunali in agenda mostrano già una Italia Viva più a destra che mai prima, focalizzata a ridicolizzare l’ex partito del suo segretario; mentre in Azione Calenda non trova pace nemmeno con la sua fotografia, dichiarando e smentendo progetti e alleanze come ordinazioni al ristorante. Come può sperare una forza politica, che ipotizza di guidare l’alternativa alla Meloni, ragionare su ogni tema all’ordine del giorno con interlocutori che – se non ti rispondono male – si voltano dall’altra parte? E perché non puntare sui propri principi e valori per ritagliarsi il ruolo maggioritario di forza di opposizione con cui ogni altro movimento dovrà confrontarsi – per allearsi – se vuole puntare alla guida del Paese, alternativa alla destra-centro?
Il nodo in casa dem non è soltanto questo. Schlein, oltre a dimostrare di saper tenere testa alle tante facce di Conte, impegnato a dar peso al suo progetto politico, deve guardarsi in casa. Dove in tanti potrebbero uscire allo scoperto dopo Basilicata e Piemonte (sconfitte strapronosticate) per togliere la poltrona alla prima segretaria del partito. Una riflessione del saggista Salvatore Tropea su 9colonne.it antecedente le due elezioni regionali, ricordava che “la Schlein oggi mostra di avere superato gli esami e che non è costretta a dover replicare alle esternazioni di Conte, che qualcuno s’illude di poter usare come grimaldello per farla saltare. Ma gli applausi alle critiche del presidente M5S all’operato della Schlein sono un segnale di debolezza che ricaccia indietro il Pd. Altro che campo largo”.
Dopo il voto in Sardegna e Abruzzo è cambiato qualcosa nella pseudo-alleanza? E se sì, verso quale prospettiva? Oggi è lecito attendersi che Schlein e la sua segreteria correggano il tiro, piuttosto che andare avanti a farsi logorare secondo la migliore tradizione della ditta.