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Alessia Pifferi, la diagnosi da ragazza: “Disturbo della personalità”

Pubblicato: 08/05/2024 08:51

La difesa di Alessia Pifferi, imputata per aver abbandonato la figlia Diana per diversi giorni, poi morta di stenti a 18 mesi, ha depositato una serie di documenti scolastici. Questi dimostrano la personalità borderline della donna già in tenera età, insieme a gravi deficit cognitivi. I documenti sono stati acquisiti agli atti, ma la Corte ha deciso di non integrarli alla valutazione peritale.Cosa emerge dal loro contenuto.
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“Piange continuamente e ha problemi di apprendimento”

Alessia Pifferi, nata il 24 agosto del 1985, aveva solo 6 anni e frequentava le elementari quando mostra problemi di inserimento e di socializzazione. “Piange continuamente” e “ha problemi di apprendimento”, scrivono i docenti.

La mamma della bambina è convocata dal Servizio Sociale. Da quell’incontro emerge che i problemi di inserimento di Alessia risalivano già alla scuola materna. I problemi si aggravano con la perdita dei nonni materni a cui la bambina era molto legata.

Due anni dopo, all’inizio del 1993, viene presa in carico da una psicologa che la incontra inizialmente in compagnia della madre, perché la giovane Alessia ha una forte ansia da separazione. È proprio il rapporto con il materno che appare maggiormente complesso, la bambina avrebbe nei confronti della mamma una forte ambivalenza. Se da un lato non vuole separarsene, dall’altro in sua presenza, tende a svalutarla e a porre in essere comportamenti non congrui.

“Disturbo della relazione”

Alla piccola Alessia Pifferi viene anche somministrato un test proiettivo, il C.A.T. (Children Apperception Test), utilizzato per indagare la personalità dei bambini dai 3 ai 10 anni. Ne emerge una “disarmonia evolutiva sulla base di un disturbo della relazione con difficoltà di apprendimento secondarie”.

Pifferi avrebbe difficoltà a separarsi dai genitori, prevalentemente dalla madre. Non riuscendo a integrarsi nel contesto scolastico, queste difficoltà inciderebbero sulle sue capacità di apprendimento. “L’aderenza alla realtà oggettiva non è sempre costante a causa della ansia che la pervade e che ostacola la capacità di concentrazione e autonomia”. Pifferi a processo dichiarava: “Le bambine giocavano insieme invece io ero sempre da sola, stavo sulle mie”.

Il percorso di sostegno

A sostegno della minore viene avviato un percorso di psicoterapia. Viene richiesta la presenza “indispensabile” e “per un congruo numero di ore” di un’ insegnante di sostegno che possa aiutarla a sentirsi più al sicuro in quel contesto e a progredire negli apprendimenti.

Due anni più tardi, la medesima professionista dichiara che Pifferi è “persona handicappata”, avente pertanto diritto alla Legge 104/92. L’anno successivo, nel 1996, viene formulata una diagnosi di “disturbo di personalità”, permanendo il “grave disturbo dell’apprendimento”. Alessia Pifferi termina le scuole elementari presentando ancora disturbi sia sul piano cognitivo che relazionale, se in parte qualche miglioramento c’è stato, la bambina comunque si distrarrebbe molto facilmente, necessitando di continui stimoli e sollecitazioni riuscendo a stabilire dei legami solo con alcuni compagni.

Dalla documentazione prodotta emerge che tali difficoltà della minore permarrebbero anche nei tre anni delle scuole medie. Al termine del percorso, Pifferi mostra ancora alcune difficoltà cognitive e di apprendimento, tanto da risultare necessaria la permanenza del sostegno scolastico.

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Ultimo Aggiornamento: 08/05/2024 09:16