
Il caso Garlasco e l’omicidio di Chiara Poggi, avvenuto il 13 agosto 2007, continuano a essere un argomento di intensa attenzione mediatica e giudiziaria, anche a distanza di anni dalla sentenza definitiva che ha condannato Alberto Stasi. L’ultima fase di questa complessa vicenda ruota attorno al riesame di reperti fondamentali, in particolare i capelli ritrovati sulla scena del crimine. Nonostante la loro potenziale importanza, una recente perizia scientifica ha messo in luce la loro sostanziale inutilizzabilità ai fini investigativi a causa di caratteristiche che ne precludono l’analisi del DNA nucleare umano. Questo nuovo capitolo, emerso dalla relazione della perita Denise Albani nell’ambito di un incidente probatorio, getta ulteriore luce sulle difficoltà tecniche incontrate nell’identificazione di tracce biologiche cruciali. L’abbondanza di reperti, 36 capelli censiti in totale, non si è tradotta in una ricchezza di informazioni genetiche utili a riaprire o chiarire aspetti del caso, destinando molti di essi a restare senza un’identità certa.
L’analisi dei capelli rinvenuti in bagno
L’attenzione dell’ultima perizia si è focalizzata in modo specifico su tre tracce catalogate con i numeri 114436, 114437 e 114438, prelevate dal tappetino del bagno della villetta. Questo locale è ritenuto cruciale dalla sentenza definitiva, che stabilisce che Alberto Stasi si sarebbe lavato le mani proprio lì, lasciando tracce sul dispenser del sapone. Le aspettative su questi campioni erano elevate, ma l’osservazione al microscopio elettronico ha rapidamente spento ogni speranza. La perizia ha stabilito che questi reperti non presentavano caratteristiche idonee alla ricerca del DNA nucleare umano, la forma di DNA che permette un’identificazione individuale certa. Di conseguenza, i capelli non sono stati sottoposti a ulteriori accertamenti biologici. Si è trattato, quindi, di un “nulla di fatto” scientifico, un esito che non ha prodotto alcun elemento nuovo in grado di contestare o supportare le risultanze processuali. A complicare ulteriormente il quadro, si è aggiunto il recente rinvenimento di altri capelli mai repertati in precedenza, tra cui un capello di tre centimetri scoperto in un sacco azzurro della spazzatura, il cui destino analitico, tuttavia, non appare più promettente.
Ruolo storico dei capelli e le tracce anomale
I capelli hanno avuto un ruolo centrale fin dalle primissime indagini condotte dal Ris di Parma nel 2007. Il numero complessivo di reperti era notevole: 29 capelli furono trovati in una pozza di sangue, mentre 7 erano stati recuperati tra le dita della vittima. All’epoca, solo un singolo capello, poiché dotato di bulbo, la parte viva del pelo, permise di estrarre il DNA nucleare, che fu attribuito con certezza a Chiara Poggi. Da altri 17 campioni fu possibile estrarre unicamente il DNA mitocondriale. Questo tipo di DNA è ereditato per via materna e, pur essendo meno specifico del DNA nucleare, risultò compatibile con la vittima. La recente attenzione, riportata anche dal quotidiano Il Giorno, è stata catalizzata in particolare da quattro capelli rinvenuti nel lavandino del bagno. Questi erano stati indicati dai carabinieri di Milano, in un rapporto del 2020, come elementi anomali. Si trattava di capelli descritti come lunghi e neri, un colore opposto a quello di Alberto Stasi. Il punto sollevato dai militari era che, se il lavandino fosse stato effettivamente lavato con la cura che ci si aspetterebbe dopo un omicidio, questi quattro capelli non avrebbero dovuto rimanere lì. Nonostante l’indicazione di “anomalia” e il potenziale interrogativo investigativo sollevato dalla loro presenza, la limitazione tecnica evidenziata dalla perizia più recente, ovvero la mancanza di caratteristiche per l’analisi del DNA nucleare umano, rende anche questi reperti inutilizzabili per l’identificazione di un potenziale terzo soggetto. La questione dei “quattro capelli lunghi neri” si aggiunge così alla lunga lista di tracce irrisolte e di elementi che, pur sollevando dubbi, non sono in grado di produrre prove decisive a causa di insormontabili ostacoli scientifici legati allo stato di conservazione o alla natura stessa del campione biologico.
Le conclusioni della perizia
In sintesi, la perizia di Denise Albani conferma che l’analisi genetica sui capelli ritenuti cruciali non è possibile. L’assenza di DNA nucleare umano idoneo nei reperti esaminati significa che, nonostante la loro presenza sulla scena del delitto, essi non possono fornire una risposta certa sull’identità di chi li ha persi. La conclusione dell’incidente probatorio, in programma per il 18 dicembre, formalizzerà l’esito di questa indagine, chiudendo di fatto un ulteriore spiraglio sulla possibilità di identificare tracce biologiche diverse da quelle della vittima. Il caso Garlasco, dunque, rimane caratterizzato dalla complessità delle tracce, dove l’abbondanza di reperti non sempre corrisponde alla loro utilità forense.


