
Il drammatico caso di Paolo Mendico, il quattordicenne di Santi Cosma e Damiano che si è tolto la vita l’11 settembre 2025, si arricchisce di dettagli inquietanti che gettano un’ombra pesante sulla gestione dell’istituto tecnico Pacinotti. La relazione redatta dagli ispettori del Ministero dell’Istruzione e del Merito, inviati dal ministro Valditara, delinea un quadro fatto di omissioni, bugie e una gestione superficiale di una situazione che appariva critica già da molto tempo. Secondo il documento di ventotto pagine visionato da Repubblica, la scuola non solo non avrebbe protetto il giovane studente, ma avrebbe tentato di nascondere le proprie responsabilità attraverso una narrazione difensiva che non regge al confronto con i fatti e con le testimonianze raccolte.
Una classe fuori controllo e il silenzio dei docenti
Gli accertamenti ispettivi hanno evidenziato che la classe frequentata da Paolo era nota per essere un ambiente estremamente turbolento, caratterizzato da comportamenti non conformi al regolamento d’istituto. Nonostante la gravità della situazione, non è mai stato avviato un protocollo antibullismo efficace. Gli ispettori sottolineano come, davanti a episodi quasi aggressivi, manchi totalmente una valutazione approfondita. Il dato più sconcertante emerso dalla relazione riguarda la discrepanza tra quanto dichiarato dai professori durante l’ispezione e quanto invece scritto nei verbali dei consigli di classe. Questi ultimi confermano che i problemi disciplinari erano emersi già dal dicembre 2024 e si erano acuiti progressivamente fino alla fine dell’anno scolastico. Per gli ispettori si è innescato un vero e proprio meccanismo di autodifesa da parte del corpo docente, che ha preferito tacere o minimizzare le dinamiche interne alla classe.
A seguito delle verifiche, il Ministero ha richiesto l’avvio di tre procedimenti disciplinari che coinvolgono le figure di vertice della scuola. Sotto accusa sono finite la dirigente scolastica, la vicedirigente e la responsabile della succursale dell’istituto. Le accuse parlano chiaramente di condotte omissive e di una mancata supervisione. La dirigente, in particolare, viene criticata per non aver promosso interventi più incisivi e per aver tentato di scaricare la responsabilità sulle sue collaboratrici, sostenendo di non essere mai stata informata delle segnalazioni. Tuttavia, gli ispettori ribadiscono che la preside non può affermare di essere stata all’oscuro di tutto, poiché esistono almeno sei verbali ufficiali che evidenziano le criticità disciplinari della sezione frequentata da Paolo. Al momento, l’ufficio scolastico regionale del Lazio ha confermato che le procedure disciplinari sono ancora in corso di notifica o di valutazione.
Testimonianze a confronto tra genitori e istituzione
Un punto di rottura totale emerge dal confronto tra le dichiarazioni della vicepreside e quelle dei genitori della vittima. La vicedirigente, che fa parte del team antibullismo della scuola, ha negato categoricamente di essere a conoscenza di episodi di bullismo ai danni di Paolo, sostenendo che né la famiglia né i colleghi avessero mai fatto trapelare nulla. Questa versione è stata però smentita con forza da Giuseppe e Simonetta Mendico, i quali hanno riferito di aver avuto almeno cinque o sei incontri con la professoressa per segnalare atti specifici, come zaini presi a calci, matite spezzate e costanti derisioni. Anche la testimonianza del rappresentante degli studenti ha messo in imbarazzo la scuola, ricordando un episodio in cui la stessa vicepreside era intervenuta in classe per richiamare gli alunni al rispetto della sensibilità del compagno. Queste contraddizioni suggeriscono un tentativo sistematico di negare la realtà dei fatti per proteggere l’immagine dell’istituzione.
Mancanza di vigilanza e protocolli ignorati
Sebbene gli ispettori specifichino che, tecnicamente, potrebbe mancare il requisito della ripetitività costante necessario per configurare giuridicamente il bullismo, ciò non toglie la gravità della mancata presa in carico del ragazzo. Il personale scolastico è accusato di aver violato il rigoroso dovere di vigilanza. Quando la responsabile della succursale venne a conoscenza dei nomignoli offensivi utilizzati contro Paolo, come Paoletta o femminuccia, si limitò a un richiamo generale alla classe invece di attivare la fase due del protocollo previsto per questi casi. Questo approccio superficiale, definito dagli ispettori come un semplice richiamo una tantum, si è rivelato del tutto insufficiente. La relazione conclude amaramente che una cura maggiore della classe e una gestione più rigorosa delle dinamiche relazionali avrebbero potuto, forse, cambiare il destino del giovane quattordicenne.


